“La mia Agrigento gioca i suoi 2600 anni di storia”

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L’antica Akragas di Pirandello, raccontata da Felice Cavallaro, mette in campo templi, teatro e letteratura per diventare la Capitale della Cultura nel 2020. E sfida tutte le altre candidate, Nuoro compresa.

Per duellare con Elvira Serra che su Sette di fine ottobre sponsorizzava la candidatura della “sua” Nuoro come “Capitale della Cultura 2020” e replicare dalla Valle dei Templi rilanciando quella della “mia” Agrigento non posso certo prendere  una bilancia piazzando su un piatto Grazia Deledda e sull’altro Pirandello. Magari affiancando al Nobel di Girgenti il peso specifico delle colonne doriche che campeggiano attorno alla Kolimbetra, il giardino degli dei, con il teatro greco appena scoperto, a due passi dalla Scala dei Turchi, nell’area dove sono nati Leonardo Sciascia o Antonio Russello, la stessa dove spiccano il convento del Gattopardo o la casa di Simonetta Agnello Hornby, la siciliana che da Londra torna spesso qui, come fanno Matteo Collura o Gaetano Savatteri.

Beh, citando e miscelando pietre e scrittori la bilancia l’ho già presa. E mi accorgo che il piatto di Agrigento è ancora vuoto rispetto alla mole di nomi, luoghi e ragioni per cui non c’è confronto con l’amata città della mia amata collega e con le altre ventinove candidate, tre delle quali siciliane ma non forti come l’antica Akragas di Pirandello che, lo sappiamo, non amava e non era amato dall’autrice arrivata in libreria a fine Ottocento con “Sangue sardo”.

Lasciando ad Elvira tutto il giustificato amore per questo gioiello collocato su un altopiano granitico nel Nord della sua isola, all’insidia del duello su giuristi, scrittori e poeti che diedero a Nuoro notorietà in Europa, oppongo per esordire la coincidenza con i 2600 anni dalla fondazione di Agrigento da celebrare proprio nel 2020 e l’immagine eloquente di un altro altopiano, la strada che congiunge il Tempio di Giunone con quello della Concordia.

Trecento metri di pietre secolari e di tufo giallo, come oro colato dal cielo, lungo un crinale in cima alla collina di questa roccaforte della Magna Grecia, fra distese di ulivi e vigneti proiettati verso il mare. Scenario prescelto  come teatro della gran festa internazionale chiamata “Google Camp”, in estate richiamo per Mark Zuckeberg con il fondatore di Spotify, Daniel Ek, la regina Rania di Giordania, grandi star, vip di primo piano, da Sergio Marchionne a John Elkann, tutti insieme per ascoltare Bocelli o vedere volare Bolle. Con soddisfazione del direttore del Parco archeologico, Giuseppe Parello, e del sindaco Lillo Firetto che ormai vive pensando a questo esame di “Capitale Venti Venti” (dicono così) come uno studente che senza cercarle si ritrova sommerso da raccomandazioni.

E come altro definire i cosiddetti endorsement che piovono fra i templi da ogni parte del mondo, ma anche da grandi vecchi di casa nostra. Primo fra tutti Andrea Camilleri, il padre di Montalbano, il commissario che nei romanzi si muove con capelli e baffi lungo la vera Vigata, a Porto Empedocle, anche se la regia televisiva zooma sul cranio di Zingaretti fra il barocco di Modica e Ragusa.

Camilleri apprende con soddisfazione che pure il Guardian esalta il boom turistico su quell’area come effetto della fiction tv, ma ci tiene a dire che di finzione si tratta, che Montalbano melenzane e triglie appena pescate se le mangia nella città di Pirandello. E lo ripete da grande sponsor di una idea che fa da leva alla candidatura, quella che chiamiamo la “Strada degli scrittori”. Come l’ha pure denominata l’Anas di Gianni Vittorio Armani ribattezzando la Caltanissetta-Agrigento. Con una enorme insegna stradale che raccoglie i volti stilizzati dei grandi scrittori. Quasi sotto il tempio di Giunone. Snodo ai percorsi che suggeriscono al turista consapevole e incuriosito come muoversi fra  castelli, teatri, fondazioni, dimore, pietre e personaggi trasformati in linfa vitale per Sciascia a Racalmuto, Tomasi di Lampedusa a Palma di Montechiaro, Russello a Favara, Rosso di San Secondo a Caltanissetta, Pirandello e Camilleri a Porto Empedoclee.

Ecco il miracolo che riaccende i riflettori su questa Agrigento che la fiction americana “Power” trasmessa da Sky Atlantic svilisce e danneggia usando nome e stemma della città dei Templi per indicare un covo frequentato da malavitosi del Bronx.

Firetto chiede di bloccarne la messa in onda, ma non drammatizza e spera davvero che questi veleni siano bilanciati da “approvazioni, adesioni, sostegni”, secondo la traduzione di endorsement sulla Treccani che con il suo direttore generale, l’ex ministro dei Beni culturali Massimo Bray, lavora per “Agrigento Capitale”. Ormai primo partner della “Strada degli scrittori”, Bray coordina alla Fondazione Sciascia il Master di scrittura concluso la scorsa settimana con premi assegnati a tre giovani, compreso un bimbo prodigio, Mattia Petitto, appena 12 anni, autore di un saggio sul “Signor Silenzio” che nessuno ascolta in un mondo offeso da troppo rumore.

Scoperte e sorprese di una terra che del teatro, della letteratura, dei resti archeologici fa progetto, ben sapendo di essere il frutto di uno straordinario incrocio di civiltà. Come ripete il sacerdote da Papa Francesco voluto come cardinale fra i templi e come presidente della Caritas, Francesco Montenegro, “don Franco” per tutti: “Sostegno incondizionato alla candidatura di questa ‘porta d’ingresso in Europa’, testimonianza di una necessaria integrazione dei popoli…”.

In sintonia Simonetta Agnello Hornby che dalla sua casa paterna sulla collina di Mosè pone l’accento “sul calore con cui Agrigento accoglie i rifugiati”, augurandosi “un momento di rinascita e di grande sviluppo turistico culturale”.

E lo dice soddisfatta del nuovo che c’è, pur cosciente che sul costone vicino, non visibili dai templi, resistono duecento case abusive, che il pendio della cattedrale sia a rischio frana, che non basti fare gli scongiuri pensando a quella del 1966. Sul nuovo che intravede insiste pure la “raccomandazione” di Andrea Carandini, conte e archeologo, da quattro anni presidente del Fai, il Fondo per l’ambiente che ha salvato il giardino degli dei, la Kolimbetra, un eden che merita un viaggio: “La città ha ormai coralmente rivolto il proprio sviluppo alla conoscenza e alla valorizzazione della spettacolare area archeologica affacciata sul Mediterraneo…”. Affermazione che rende fieri agrigentini doc come Michele Guardì, il regista appena approdato in libreria con una accattivante “Fimminedda”, e Giuseppe Vita, il presidente di Unicredit, una vita passata in Germania. Ma anche agrigentini d’adozione come Sir Rocco Forte, il patron degli alberghi che portano il suo cognome, compreso lo spettacolare resort con due campi da golf in riva al mare di Sciacca.

C’è anche il filosofo che dalla Normale di Pisa dove è stato preside, Alfonso Maurizio Ioacono, insiste sulla “forza letteraria europea dei grandi scrittori” della sua città natale. E non c’è bisogno di esser nati qui se gli endorsement arrivano anche da Pierluigi Celli, l’ex direttore generale di Rai e Luiss, o da Torino con Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presidente dell’ominima fondazione, o ancora da Katia Ricciarelli perché, dice, “sposo Agrigento con le sue conquiste culturali”. Una valanga di adesioni che comprende la dirigente scolastica del consolato italiano a Parigi, Daniela Gennaro, uno dei più famosi direttori d’orchestra d’oltreoceano Simeone Tartaglione, la violinista Alessandra Cuffaro, anche lei a Washington e perfino i Nomadi. Si, perché il gruppo del famoso “Io vagabondo…” ha un cuore qui, con “Cico” (Falzone) il chitarrista nato nella vera Vigata. E se fosse vivo, statene certi, raccomandazioni o endorsement sarebbero arrivati da Domenico Modugno al quale Firetto ha appena intitolato il belvedere con vista sulla Valle perché il grande Mimmo qui fu consigliere comunale dei Verdi, con radici nella Lampedusa che allora non conosceva nessuno e che adesso con la speranza “Venti Venti” di Agrigento punta, come dice Don Franco, “al riconoscimento di porta d’Europa”. Altra tessera di un mosaico dove scrittura, teatro, archeologia e accoglienza tratteggiano la candidatura perfetta.

Dal settimanale del Corriere della Sera Sette

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