Di la genesi di la fimmina

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I “mini cuntu”. Storie di altri tempi.

Nel libro “Dio è nato donna”, Pepe Rodriguez, uno storico e antropologo spagnolo che ha concentrato la sua attenzione sulla storia delle religioni, ipotizza il matriarcato quale forma di governo delle comunità umane primitive. Ipotesi questa valutata anche da altri studiosi sulla scorta delle scoperte effettuate in Europa e nel vicino Oriente, di piccole statue in pietra risalenti al Paleolitico e raffiguranti divinità femminili, le cosiddette Veneri Paleolitiche, cioè sculture di donne con gli attributi sessuali molto pronunciati e raffigurazione del viso approssimativa quali, per citarne alcune, le Veneri di Tan-Tan, di Berekhat Ram, Hohle Fels, di Monruz, ecc. che rimanderebbero all’ipotesi della venerazione del culto della Dea Madre o Madre Terra.

Sicuramente nell’antica Grecia il mito delle Amazzoni e di Pentesilea, le donne guerriere di cui ci danno notizie Eschilo, Erodoto, Esidio, Strabone e la stessa Iliade, costituiscono emblematico esempio di società matriacale all’interno di una civiltà, quale quella greca, nella quale il culto dell’uomo era centrale.

Ma a parte queste ipotesi, tutt’oggi oggetto di studi, per ritrovare nella storia della civiltà occidentale, profondamente patriarcale e maschilista, notizie su eventi che riguardano l’emancipazione delle donne, considerato che sulle stesse già nel medioevo ci si attardava in diatribe per stabilire se la donna fosse dotata di un’anima come l’uomo, oppure ne fosse priva come le bestie, bisogna attendere la rivoluzione francese, dove per la prima volta Olympe de Douges, fatta ghigliottinare da Robiespierre nel 1793, con la “Declaration des Droits des Femmes” presentò al governo rivoluzionario le richieste per le donne di godere di tutti i diritti civili e politici.

Il percorso dei successivi tentativi delle donne nel mondo per arrivare ad acquisire tali diritti è lungo ed è caratterizzato da una storia articolata e complessa che, se per un verso, fa notevolmente riflettere sulle disparità e i maltrattamenti che hanno subito le donne nel corso dei secoli, per altro verso, consegna alla storia dell’umanità un comportamento da parte degli uomini che non può essere stigmatizzato alla sola sfera del maschilismo, ma a culture, scelte e comportamenti che sono ascrivibili, molte volte, a infime scelte di violento razzismo.

Anche se in Inghilterra il movimento delle “Suffragette” già nel 1918 aveva conquistato il diritto di voto, in Italia soltanto con le prime elezioni amministrative del 10 marzo 1946 e, subito dopo, con il Referendum monarchia/repubblica del 2 giugno 1946 le donne poterono votare, nonostante Maria Malliani Traversari, Anna Maria Mozzoni, Elisa Salerno e la straordinaria Anna Kuliscioff, compagna di Filippo Turati, erano state intelligenti e tenaci interpreti dei diritti delle donne e dei processi di emancipazione delle stesse in Italia.

Soltanto nel 1972 nasce in Italia il moderno femminismo, quale componente sostanziale della contestazione studentesca. Nascita sancita dalla costituzione del circolo “Lotta femminista” di Trento, un collettivo di cinque donne che nel 1972 pubblica il libro, “La coscienza di sfruttata”, dove si esplicita la consapevolezza marxista che “nella società capitalistica la donna è sfruttata due volte, sia come lavoratrice sia nel suo rapporto con l’uomo”.

Prima di tale evento va, comunque, precisato che già  nel 1969 si erano costituiti il Fronte Italiano di Liberazione Femminile (FILF) e il Movimento per la Liberazione della Donna (MLD), espressione del Partito Radicale e quindi anticipatore dell’istituzione del divorzio, dell’informazione sui metodi anticoncezionali e della legalizzazione dell’aborto.

Prima di questi fatti è, comunque, importante sottolineare il ruolo fondamentale svolto dalle donne nella Resistenza e la costituzione nel settembre del 1944, per iniziativa del Partito comunista, dell’Unione Donne Italiane (UDI), nella quale vennero inseriti i precedenti Gruppi di Difesa della Donna e successivamente, per iniziativa della cattolica Maria Rimoldi, dell’organizzazione di ispirazione cristiana Centro Italiano Femminile (CIF).

Entro tale processo è utile ricordare che nell’Italia del dopoguerra i movimenti di emancipazione della donna ebbero percorsi e eventi diversi in rapporto anche alla situazione geografica del Paese e alla disparità fra nord e mezzogiorno d’Italia, ove le istanze di progresso furono fortemente ostacolate dalla presenza dalle forme associate di criminalità organizzata.

Per la Sicilia, ad esempio, può valere il caso dell’alcamese Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore dopo che all’età di 17 anni, fu rapita da Filippo Melodia, nipote di un noto mafioso locale, che con l’aiuto di dodici amici, devastò l’abitazione della giovane ed aggredì la madre.

Franca dopo essere stata violentata e quindi segregata per otto giorni in un casolare al di fuori di Alcamo e poi in casa della sorella di Melodia, rifiutò la cosiddetta “paciata”, finalizzata, a fatto compiuto, a far accettare ai genitori di Franca le nozze “riparatrici” dei due giovani e, denunciando Melodia e i suoi complici, ne determinò il conseguente arresto nel 1966.

Diversa la storia di Rita Atria, figlia di una famiglia mafiosa di Partanna, che perse nel 1985 il padre Vito e nel 1991 il fratello Nicola, entrambi uccisi in agguati mafiosi.

Rita, a soli 17 anni, decise di collaborare, cercando giustizia, con il giudice Paolo Borsellino. Le deposizioni di Rita permisero così di arrestare numerosi mafiosi di Partanna, Sciacca e Marsala. Una settimana dopo la morte di Borsellino, consapevole che fosse morto “per ciò in cui credevi” e convinta che “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi” Rita si uccise, ripudiata dalla madre che distrusse la sua lapide a martellate.

Certamente in Sicilia, a partire dai Vespri Siciliani, il ruolo della donna ha avuto alterne vicissitudini e, comunque, nell’isola del “Gallismo” di Brancati la connotazione e il modo di rapportarsi dell’uomo/maschio alla specificità della donna cambia radicalmente a seconda del suo ruolo: madre, sorella, moglie, figlia, amante, nipote, amica, conoscente, ecc. aprendo, entro tale poliedrico contesto, visioni, concezioni e comportamenti profondamente diversi, spesso contraddittori e, talvolta, incomprensibili.

A proposito di comportamenti maschilisti, o meglio di “gallismo siculo”, un gruppo di amici erano seduti al tavolo di un bar, nel tardo pomeriggio di un sabato sera, con la precisa determinazione di apprezzare la bellezza femminile e contestualmente commentarne le qualità, subito dopo l’uscita delle famiglie e delle donne dalla messa pomeridiana e successivamente continuare i commenti, più o meno piccanti, a seguito dello struscio delle cosiddette “donne in cerca di marito”. A tale gruppo si unì Don Mario Rispetto, un “burgisi” molto facoltoso, rimasto scapolo tanto che di lui si diceva avesse tendenze omosessuali, che però non aveva mai manifestato e, anzi, mantenendo sempre un comportamento pubblico molto riservato ed estremamente rispettoso nei confronti di tutti.

Elegantissimo, estremamente raffinato nei tratti fisici e nei modi, colto e sempre pronto, con nonchalance, a stigmatizzare in pensieri profondi e talvolta di raffinatissima ironia i suoi commenti o le sue risposte, Don Mario, era considerato un privilegio averlo come ospite in qualsiasi evento o circostanza, più o meno importante, che si svolgeva non solo nel suo paese, ma anche nei paesi vicini.

E, considerati la sua cultura e, soprattutto, i suoi modi, anche le valutazioni più sarcastiche, magari talvolta offensive, venivano, comunque, apprezzate e, addirittura, “facevano scuola”, nel senso che al malcapitato soggetto di un suo apprezzamento, per lungo tempo gli veniva ricordato “Mio caro, come giustamente ha osservato Don Mario tu sei………..”.

Le sorelle Vespa, giusto dopo dieci minuti che Don Mario si era seduto al tavolo, si intravidero all’inizio del corso Garibaldi venire verso il loro tavolo, punto strategico visivo di passaggio per chiunque passeggiasse nel Corso.

Oggettivamente le tre sorelle erano bellissime, tanto che in paese le avevano nominate “Le Tre Grazie”. Alte più di 1,70 cm, con gambe e coscie slanciate, fianchi entro i 90 cm, vita stretta, seni decisamente superiori alla terza erano, a vedersi da lontano, da mozzare il fiato. Ma da vicino ancor di più: mora con i capelli lunghi e gli occhi verdi Letizia, bionda con i capelli a caschetto e gli occhi celesti Prospera, castana con i capelli lunghi e gli occhi neri Splendida, e tutte con quella magnifica carnagione chiara ma non lattiginosa, erano davvero e decisamente tre dee.

Quando le sorelle furono a circa 20 metri dal tavolo degli amici ogni commento da parte di essi cessò, nessuno era disposto a muovere alcun muscolo del corpo, poiché già qualche minuto prima aveva assunto la posizione più comoda per vedere al meglio lo spettacolo e che spettacolo! Passavano le sorelle Vespa.

Al passaggio di esse in prossimità del tavolo è inutile dire che tutti gli occhi, tranne quelli di Don Mario, che comunque osservava con adeguata discrezione, furono puntati sulle sorelle e, subito dopo il loro passaggio, come se fosse stato dato da qualcuno un ordine perentorio, tutti, nel medesimo tempo e allo stesso modo, si voltarono sulla sinistra della sedia per poter continuare a osservare di spalle, o meglio, i posteriori delle sorelle.

E da lì via, via, via ai commenti.

Dopo che ognuno disse la sua in maniera più o meno colorita, Gegè, figlio del barone, ritenendosi per diritto ereditario, oltre che ricco anche intelligente, chiamò in causa Don Mario in maniera decisamente inadeguata chiedendogli “Don Mario, non ti ho sentito fare alcun commento sulla bellezza delle nostre Tre Grazie. Comu mai? Un sì interessato”.

Don Mario, che con calma stava per accendersi un avana, dopo averlo acceso e buttato con calma fuori il fumo rispose “Mio caro baronetto, cu tuttu rispettu, siti la dimostrazioni viventi che il buon Dio, quannu criò l’omo a sò immagini e sumiglianza, dopu aviri criatu ogni autra cosa, ebbi un momentu di stanchizza, a causa della quali si scurdà di dari all’omo lu donu cchiu bellu e cioè la possibilità di criari la vita umana. Addunatusi di ciò, Domini e Dio, posi rimedio a stà dimenticanza e allura criò la fimmina e ci detti lu dono di criari la vita umana, trasferunni accusì nnì la fimmina lu sò maggiuri putiri divinu. Putroppo, va chiarutu, ca nill’aristocrazia siciliana, la fimmina, stu putiri unn’è sempri ca l’ha esercitatu nu migliuri di li modi”.

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