La Fondazione Sciascia “Impresa della Ragione”

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L’imprenditore Lillo Sardo, già sindaco di Racalmuto, riapre il dibattito sul futuro della Fondazione e lancia la sua proposta. “Anche la cultura ha dei mercati, coinvolge persone e ore di lavoro, è misurabile e quantificabile…”.

Fondazione Leonardo Sciascia

La sala lettura della Fondazione Sciascia

Riapro, in punta di piedi e senza voler ripercorrere o rianimare alcuna polemica, il discorso sulla Fondazione Sciascia solo perché temo che si possa esser trattato del classico “…tanto rumore per nulla”, dove il nulla continua ad essere ciò a cui siamo ormai tristemente abituati: temi importanti quali lo sviluppo di un territorio incentrato sulle eccellenze che, sempre, ha prodotto e continua a produrre (Sciascia ne è l’emblema ma, per fortuna, non l’unico esempio) finiscono, dopo una buriana a tratti orientata volutamente, per cadere nel dimenticatoio, per riappropriarsi strenuamente di un silenzio che ne ovatta e ne sacrifica tenacemente ogni opportunità.

Mi permetto quindi di parlare in positivo, proponendo (o riproponendo, visto che la storia mi ha già concesso di poterlo fare, in passato, a chi avrebbe potuto decidere…) soluzioni gestionali/operative che prescindano da singoli interessi di parte ma che, laddove attuati, li
alimenterebbero e salvaguarderebbero, invece, comunque tutti.

La parafrasi, consapevolmente posta, visto l’oggetto e il soggetto di cui stiamo parlando, conduce alla strategica trasformazione della Fondazione in una ‘Impresa della Ragione’, volendone quindi evidenziare il duplice significato insito nello stesso titolo: impresa letteralmente, con il carico di difficoltà, proprie gestionali e di contesto, che la stessa si porta dietro sin dal suo sorgere, evidenziando pertanto tutti i meriti di ogni piccola conquista sin qui prodotta; e poi impresa giuridicamente ed economicamente, vero motivo di rilancio e di crescita futura.

Lillo Sardo

Tutte le Imprese gravitanti nel settore culturale si ritengono spesso sciolte dagli schematismi e dalle formalizzazioni di un business plan (un piano d’impresa, appunto), ma tale posizione, oltre ad essere una delle grandi cause della mancata auto sostenibilità del sistema, è anche un errore di logica che confonde metodo con oggetto.

È incontestabile l’appartenenza di molte delle attività connesse al settore culturale alla categoria dei beni intangibili, ma, come ogni altro settore, anche la cultura ha dei mercati, coinvolge persone e ore di lavoro, è misurabile e quantificabile. Naturalmente, i limiti ed i singoli paletti sono maggiori, ma proprio per questo i processi di definizione e inquadramento tipici di un business plan diventano ancor più necessari.

Va sempre ricordata, infatti, la differenza tra l’attività prettamente curatoriale e la gestione degli spazi, le spese connesse, le risorse umane impiegate, l’equilibrio nell’allocazione delle risorse, la capacità di ragionamento pluriennale, il ritorno degli investimenti e le scelte di
posizionamento strategico. Qualsiasi attività per acquisire una forma e sopravvivere nel mondo,
per un breve o per un lungo periodo, dovrà porsi delle domande e cercare delle risposte: se lo farà nel modo corretto riuscirà a porre buone basi di sviluppo, anche grazie a un’articolazione di pensiero da business plan.

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