La doppia vita del soldato Calò

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La storia della domenica

Calò Conigliaro con il commissario MontalbanoL’uomo che visse due volte conosce ogni dettaglio delle battaglie, degli intrighi e degli imbrogli del luglio 1943, quando davanti alla sua casa sbarcarono le truppe anglo-americane. Eppure Calogero Conigliaro è nato a Porto Empedocle solo trentasei anni fa, quando la guerra era ormai un ricordo lontano. Ma per il soldato Calò questo non è un problema. Di quella sporca guerra ricorda i nomi degli ufficiali coraggiosi e di quelli vigliacchi, ricorda i gesti eroici e quelli meschini. Per lui, la battaglia non si è ancora conclusa.

Porto Empedocle è il luogo del doppio. Fino a qualche tempo fa c’era una statua con questa epigrafe: “A Luigi Pirandello: la sua seconda città natale pose”. E’ chiaro che solo da queste parti si può nascere due volte, si può vivere due volte. Pirandello, si dirà: vabbè, troppo facile. Prendete Calogero Conigliaro, allora.

Lo sbarco, foto di Robert CapaLa prima volta è sbarcato a Porto Empedocle nel luglio 1943 con le truppe anglo-americane, la seconda volta è nato a Porto Empedocle nel maggio 1976 in un casa affacciata sul piano Lanterna.

Che confusione. Non a caso questa è la terra che ospita la contrada del Caos. Dunque, Calogero Conigliaro da buon empedoclino – anzi, marinisi, come vengono chiamati gli abitanti dell’antico porto di Girgenti – è l’uomo che visse due volte. Una è la vita trascritta all’anagrafe, la storia di uno studente in ragioneria, iscritto alla facoltà di Scienze politiche di Palermo, con una grande passione per la storia e soprattutto per quella militare. Calò Conigliaro non ha alcuna nostalgia delle divise: dichiaratamente cattolico di centrosinistra, è lontano anche fisicamente da qualsivoglia ardimento militaresco, nonostante alla leva sia stato dichiarato abile e arruolato.

Ma dietro gli occhiali Calò Conigliaro nasconde la sua seconda vita. InCalò Conigliaro a pesca questa esistenza parallela, Calò è di volta in volta un sergente dell’esercito americano, un sommergibilista della reale marina italiana, un comandante tedesco di motosilurante, un pilota di cacciatorpediniere, un ammiraglio navale, un generale dell’esercito. Insomma, Calò Conigliaro vive nel 2012, ma contemporaneamente vive nel luglio del 1943.

Nonostante sia un conclamato pacifista dai modi pacifici, Calò Conigliaro è fissato per la guerra. In genere, queste sono le ossessioni di reduci e veterani, ma Calò per l’anagrafe ha solo trentacinque anni, nonostante conosca volti, fatti e retroscena del 1943 come se fosse centenario. Nel 2001, ad esempio, prende carta e penna e scrive a Indro Montanelli sul “Corriere della Sera” ingaggiando un confronto sui fatti di Cefalonia. E a quei fatti dedica la sua tesi di laurea che sarà pubblicata dall’editore Navarra con il titolo “Dalla Sicilia a Cefalonia”.

Uno scatto famoso di Robert CapaSe uno credesse alla reincarnazione, potrebbe pensare che dentro il corpo di Calò si dibatta l’anima di qualche soldato caduto durante lo sbarco anglo-americano a Porto Empedocle. Tale è la sua passione che qualche anno fa, non si sa come, riuscì a penetrare negli archivi dell’ufficio storico della marina e dell’esercito. Come un topo nel formaggio, Calò si barricò là dentro tirando fuori tutto quello che riusciva a trovare sulla guerra a Porto Empedocle. Visto che si trovava a Roma, Conigliaro andò a trovare un altro marinisi, Andrea Camilleri: lo scrittore, con la sua memoria elefantiaca, rispolverò ricordi di quegli anni che confermarono a Calò alcune verità che aveva ricavato da fotografie e documenti.

Tornato a Porto Empedocle col suo bottino d’archivio, Calò scopre un altro fissato: Giuseppe Todaro, impiegato alle agenzie delle entrate, innamorato della storia militare, collezionista di libri, foto, documenti e qualsiasi altra cosa riguardi la guerra. I due si mettono a rivedere vecchie carte ingiallite, perlustrano le strade e le campagne attorno a Porto Empedocle individuando luoghi che esistono solo nei loro ricordi e nei ricordi di chi c’era: qui si schierava la batteria Glena, là erano fermi due treni armati, in questo molo erano attraccate le motosiluranti della seconda flottiglia germanica, laggiù era acquartierata la 207^ divisione costiera. In altre parole, Calò e Giuseppe si aggirano tranquillamente tra le ombre dei quattromila militari che presidiavano Porto Empedocle nel 1943.

Sicilia 1943, foto di Robert CapaLa loro ricerca, corredata da venti foto inedite, viene pubblicata sulla rivista “Storia militare”. Per la prima volta emerge il ruolo della città nella guerra: una memoria rimossa, forse perché nessuno che l’abbia vissuta vuole ricordare quella brutta stagione. Grazie al loro articolo, due anni fa il presidente della Repubblica riconosce a Porto Empedocle la medaglia d’argento al merito civile per le vittime subite nei bombardamenti e per aver saputo “reagire con dignità e coraggio agli orrori della guerra, affrontando al ritorno della pace, la difficile opera di ricostruzione. Chiaro esempio di spirito di sacrificio ed elette virtù civiche”.

“Il capo dello Stato non poteva saperlo – dice Calò – ma quel giorno mi ha fatto un graditissimo regalo di compleanno: la medaglia infatti è stata consegnata il 14 maggio, il giorno in cui sono nato, in una casa costruita dove prima sorgeva la batteria di difesa Glena. In altre parole, ero un predestinato: dovevo per forza scoprire i segreti, per tanti anni rimasti nascosti, di una sporca guerra”. Calò e Giuseppe hanno costituito un’associazione. Il loro sogno è di aprire un museo, un posto dove mostrare tutti i documenti, le foto e il materiale raccolti sulla guerra di Porto Empedocle. Una guerra perduta due volte. Prima sul campo, poi nei ricordi. I ricordi ritrovati dal soldato Calò.

Gaetano Savatteri


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