La carità può diventare un mezzo di corruzione

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Se contrapposta alla povertà, scrive il filosofo Alfonso Maurizio Iacono, non modifica le diseguaglianze e solidifica le gerarchie acquisite. L’insegnamento di Fra’ Michele minorita

Alfonso Maurizio IaconoOggi l’ultimo dei vescovi presenti al Concilio Vaticano II, Monsignor Bettazzi, rimasto famoso anche per uno scambio di lettere nella seconda metà degli anni ’70, con l’allora segretario del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, parlerà a Calci, in provincia di Pisa, in occasione del ricordo di Michele Berti, detto Fra’ Michele, dell’ordine dei Francescani e della setta dei Fraticelli, nato in quel paese e morto a Firenze il 30 aprile 1389, messo al rogo dalla chiesa per eresia. Il sindaco di Calci Bruno Possenti, con Don Antonio Cecconi, il combattivo parroco, che ha recentemente aperto sulle pagine di questo giornale una riflessione critica sui vitalizi dei Consiglieri regionali, ha pensato di commemorare questo frate che predicava la povertà contro il papa di allora Giovanni XXII. Niente di più attuale. Ora come allora corruzione, diseguaglianze, immeritate gerarchie dilagavano.

Vi fu uno scontro teologico, morale e politico. Giavanni XXII in una bolla contrappose la carità alla povertà, accusando di eresia coloro che, come i francescani più radicali, professavano l’idea di Cristo povero e comunque non proprietario di beni materiali. I Fraticelli accusavano di incoerenza e di eresia la chiesa, che invece era ricca, potente e corrotta. In che senso Giovanni XXII contrapponeva carità e povertà e perché questo ci riporta alla realtà sociale e morale di oggi? Anche il Concilio Vaticano II non venne alla fine a capo della questione della povertà. Il fatto è che la carità, se contrapposta alla povertà, non modifica le diseguaglianze, solidifica le gerarchie acquisite, può diventare un mezzo di corruzione. Non discuto il valore in sé della carità, ma troppo spesso fare la carità si traduce in uno sbattere in faccia la propria ricchezza con l’aggravante di mostrarsi come un atto buono, un dono che il potente fa al debole per umiliarlo e lasciarlo nella sua debolezza e chiedergli per giunta gratitudine.
Fra' Michele da CalciLa storia di Fra’ Michele minorita, figura ricordata anche ne Il nome della rosa di Umberto Eco, ha molte cose da insegnarci. In primo luogo il richiamo alla povertà come un valore in opposizione decisamente critica ai valori della mercificazione, dell’individualismo, dell’arricchimento a scapito di altri, del rubare e del corrompere, valori in cui la società e anche la politica sono immerse fino al collo. Della povertà oggi ci si vergogna in quanto espressione di fallimento, di insuccesso perché è l’arricchirsi ciò che conta, è il successo, è il sogno di un’impresa individuale a scapito di altri nella competizione come forma pseudo esaltante e di una vita sociale dove si deve prevalere sugli altri che a loro volta devono soccombere. Ma oggi nella crisi sono in tanti, in troppi a soccombere e a vedersi infrangere lo specchio dell’autoinganno. Non si tratta di proporre la povertà per tutti come azzeramento delle diseguaglianze. Per parte mia, l’eguaglianza dovrebbe affermarsi nel superamento della povertà. Si tratta però di cogliere nel valore della povertà quel dato oggi sconvolgente ed eversivo per credenti e non credenti che consiste nella denuncia dell’abissale distanza che si è creata fra i pochi ricchi che dominano e i molti poveri che sono invitati a sognare di essere ricchi senza che a tale sogno possa corrispondere la sua realizzazione. Un’eresia oggi di sapore egualitario. Mentre Fra’ Michele si avviava al luogo della morte, uno gli chiese perché egli non credeva a ciò a cui credevano tutti gli altri. Dobbiamo oggi credere a ciò a cui credono tutti gli altri? Francesco e i francescani, sia pure in modi diversi e anche contraddittori, tuttavia non lo fecero. Come tutti sanno, non è per un caso che Papa Bergoglio si sia fatto chiamare Francesco.

Alfonso Maurizio Iacono

da Il Tirreno

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