Quando la beffa è veramente “sonora”

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La storia di Giovanni Rappazzo, siciliano di Messina, vero inventore del film sonoro, ma vittima di una clamorosa usurpazione del suo brevetto.

Giovanni Rappazzo

Alcune di esse sono ormai entrate a far parte del nostro linguaggio quotidiano. In qualche caso le usiamo senza neanche rendercene conto. Se solo sapessimo. Dal dopotutto, domani è un altro giorno di “Via col vento” al sono il signor Wolf, risolvo problemi di “Pulp fiction”, dal gli farò un’offerta che non potrà rifiutare de “Il Padrino” al è la stampa, bellezza, la stampa e tu non ci puoi far niente, niente de “L’ultima minaccia”.

Ma sarebbero centinaia gli esempi da poter citare per dimostrare una cosa sì ovvia ma che spesso sfugge, ovvero l’influenza del cinema sulle nostre vite. Più esattamente quella delle parole che associamo a film o personaggi e che spesso (alzi la mano chi non l’ha mai fatto) citiamo nel momento che più ci pare opportuno, magari per far colpo su chi abbiamo davanti. Ovviamente senza scomodare i massimi sistemi, ci si rende quindi perfettamente conto di quanto il sonoro cinematografico (e non solo, poichè dalla settima arte – il cinema – il passo verso il quinto potere – la televisione – è stato brevissimo) sia fondamentale, al punto che il mondo oggi sarebbe molto diverso senza. Eccome. E la sicilianissima storia della “pellicola a impressione contemporanea di immagine e suono” merita davvero di essere raccontata e conosciuta.

Tutto ha infatti avuto inizio a Messina, la città che nel 1908 un terremoto (dalla potenza mai vista nel Mediterraneo) distrusse totalmente. Dalle rovine della città peloritana, nel Quartiere Lombardo, due fratelli – Giovanni e Luigi Rappazzo, di rientro da Genova – eressero quello che sarebbe poi diventato l’Eden Cinema Concerto, una sala all’aperto di ben duemila posti e di cui il giovanissimo Giovanni (appena iscritto alla Scuola Tecnico Industriale “Verona-Trento”) era il proiezionista.

Ed ecco che proprio lì, tra quelle sedie e lo schermo, accadde qualcosa di cui ancora oggi dovremmo tenere conto e ringraziare. Una sera, all’improvviso, dalla cabina di proiezione Giovanni iniziò a sentire urla e fischi e si accorse che le immagini – per un errore di montaggio – scorrevano al contrario. Attimi di panico ma poi tutto venne risolto, con buona pace degli spettatori e della piccola orchestra che accompagnava dal vivo la proiezione. Ma furono proprio quei momenti a segnare per sempre l’esistenza di Giovanni Rappazzo, folgorato dall’intuizione che i suoni appena sentiti si potessero imprimere sulla pellicola, facendola letteralmente “parlare”. Idea, allora, a dir poco folle. O geniale. Forte di una competenza tecnica che di giorno in giorno stava acquisendo sempre di più, riuscì incredibilmente a girare alcune scene (immortalando le navi che attraversavano lo Stretto e i loro rumori) con l’aggiunta del sonoro sincronizzato alle immagini. E il tutto fu proiettato nel 1913 proprio a Messina, luogo dove per la prima volta al mondo si potè quindi assistere a sequenze non più mute. Ovviamente il risultato non fu perfetto, ma rappresentò un primo decisivo passo che permise a Giovanni Rappazzo di prevedere grandi cose. Non era neanche ventenne e già era riuscito laddove nessuno, prima di allora, era arrivato.

Terminata la scuola, quello che era l’inventore siciliano più promettente, si rese subito conto che in Sicilia non avrebbe ottenuto nessun finanziamento per perfezionare la sua idea, messa nero su bianco in un progetto che avrebbe fatto il giro del mondo. Consultò prima industrie italiane, che però non si fecero avanti a causa della guerra che ancora imperversava, e nel 1918 si rivolse a suoi contatti francesi che, interessati, gli chiesero se fosse titolare del brevetto. E fu così che Rappazzo si ritrasferì a Genova, dove aprì scuole serali tecniche per operai e dove (ma a Cornigliano Ligure) addirittura fondò la prima “Scuola di Cinematografia Sonora”. In Liguria lavorò assiduamente ai suoi progetti e conobbe anche una messinese che poi sposò. E finalmente arrivò anche la tanto sperata occasione di poter presentare le richieste per il riconoscimento dei brevetti. Nel 1921 ne ottenne ben tre, dal “Fonofilm” al “Rivelatore elettrico di suoni per cinematografia” fino al “Vibratore Fono-Elettrico”.

Adesso era tutto ufficiale e il sonoro cinematografico (l’Elettrocinefono) poteva essere presentato al mondo. La caparbietà del messinese fu messa in luce anche da un articolo pubblicato sul “Corriere degli Italiani” di New York, città dove proprio in quegli anni erano molto attive le sperimentazioni sull’audio al cinema e dove la notizia dell’invenzione (e dei relativi brevetti) di Rappazzo attirò l’attenzione – strategicamente discreta – degli addetti ai lavori. Ma la vita, si sa, riserva sempre sorprese, a volte proprio piacevoli. L’idea di Rappazzo (quasi un moderno Don Chischiotte contro i “mulini del silenzio”), pur fattibile, venne però boicottata dall’industria cinematografica “del muto” – non particolarmente interessata alle novità – poiché ritenuta troppo costosa e praticamente irrealizzabile. Se poi a questo sommiamo che il 1921 fu anche l’anno di una forte crisi economica post-bellica che causò la chiusura di molte industrie, tra cui l’Ansaldo dove lavorava Rappazzo, è chiaro che qualcosa girò decisamente storto. Ritrovatosi infatti senza salario, Giovanni dovette a malincuore chiudere la Scuola, i corsi e trasferirsi con la famiglia nuovamente a Messina, dove in seguito la sua situazione economica peggiorò tanto da non permettergli neanche di rinnovare i brevetti che aveva orgogliosamente ottenuto solo tre anni prima, perdendo in tal modo qualunque legittima priorità.

Ed ecco che si materializza quella che considererà per sempre una beffa, anzi un vero e proprio schiaffo del destino. Venuto a conoscenza della scadenza dei brevetti italiani, l’americano William Fox (proprio lui, quello che poi creò l’impero cinematografico e televisivo ancora esistente) – “allertato” dall’articolo pubblicato sul “Corriere degli Italiani” – si affrettò a brevettare un sistema di sonorizzazione (che chiamò Movietone), pensando “bene” di utilizzare gli schemi progettuali che Rappazzo, in cerca di finanziatori, ingenuamente (e incredibilmente) gli aveva inviato nella speranza di poter ricevere un’interessante proposta. Ma ciò che ottenne fu solo una clamorosa usurpazione (pari solo a quella che subì Antonio Meucci da un altro americano, l’ingegnere Bell, a proposito dell’invenzione del telefono) che ha scritto la storia del cinema, ma con alcuni nomi al posto di altri.

Da quel momento Giovanni Rappazzo visse la sua lunga vita (nacque nel 1893 e morì, centenario, nel 1995) lottando per vedersi riconosciuto il merito d’essere l’inventore di un sistema rivoluzionario che ha influenzato l’esistenza del pianeta negli ultimi cento anni. Le delusioni furono tante, molte però anche le soddisfazioni che ottenne. Scrisse e pubblicò vari libri in cui volle raccontare la verità sulla sua straordinaria storia, nel 1976 l’Accademia delle Scienze e Arti di Milano gli conferì la Medaglia d’oro alla Cultura, nel 1977 produsse e girò un documentario (oggi purtroppo introvabile) che intitolò Dove, quando e come nacque il film sonoro e con cui si tolse certamente qualche sassolino dalle scarpe e nel 1994, su iniziativa dell’allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, fu nominato anche Grande Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana. Allori e onori che però non hanno mai riscattato lo smacco che il messinese Giovanni Rappazzo subì nell’essere stato estromesso da un meritatissimo posto nell’Olimpo del grande schermo.

 

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