Itaker, vietato agli italiani….e agli agrigentini

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Da oggi nelle sale cinematografiche di tutta Italia il film diretto dal regista di Favara Toni Trupia. Ma nei cinema della nostra provincia nessuna programmazione

altC’è attesa per l’uscita di “Itaker- Vietato agli italiani”, film drammatico diretto dal giovane e promettente regista di Favara Toni Trupia e interpretato da Francesco Scianna, Monica Birladeanu, Michele Placido, Nicola Nocella, Tiziano Talarico, Pietro Bontempo, Andrea Trovato, Erminio Truncellito, Vincenzo Peluso, Alessia Giangiuliani.
Distribuito in Italia da Cinecittà Luce, la pellicola dal giorno 29 novembre 2012 è possibile vederla nei migliori cinema dello Stivale. Ma paradossalmente, nella provincia che ha dato i natali al regista Trupia, al momento non è prevista nessuna programmazione. In Sicilia è prevista una presentazione a Palermo il 3 dicembre, ma appare doveroso presentare il lavoro cinematografico anche ad Agrigento, così come avvenuto in occasione dell’uscita della prima pellicola diretta da Trupia, “L’uomo giusto”, con una coinvolgente serata al Teatro Pirandello.

 

In questi giorni il giovane regista e l’attore Francesco Sciannia sono stai ospiti di diversi programmi televisivi. Da”Uno mattina” alle reti Mediaset Trupia ha raccontato perché “Itaker” assume un significato importante per la storia della nostra nazione e soprattutto per il Sud d’Italia. Partendo dal titolo della pellicola.Ma cosa è “Itaker” e cosa rappresenta per l’Italia e, soprattutto, per la Sicilia?” Itaker, “Italianacci”, è solo uno dei tanti dispregiativi affibbiati agli italiani che all’inizio degli anni ’60 emigravano in Germania – dice il regista Trupia- per sfuggire alla povertà e alla miseria di un paese ad un soffio dal boom economico”. E di “Italianacci” ne sono partiti in migliaia, diretti oltre Alpi in cerca di un pezzo di pane. E in questa ondata di emigrazione, la colonia più consistente è stata rappresentata dai siciliani. Da Favara, paese dove è cresciuto il giovane Toni, partivano treni interi alla volta del Belgio, della Germania, della Francia. Restando in tema di cinematografia, il triste fenomeno dell’emigrazione, negli anni Cinquanta, diToni Trupiaede spunto al regista Pietro Germi di raccontare “Il cammino della speranza”, scegliendo proprio Favara, u “chianu a cruci”, la miniera Ciavolotta come set del film con protagonisti Raf Vallone, Elena Varzi e la partecipazione di decine di comparse favaresi. Toni Trupia riporta il calendario indietro di cinquant’anni, nel 1962, per raccontare un viaggio particolare. A compierlo è Pietro, interpretato da Tiziano Talarico, un bambino di 9 anni orfano di madre, partito per ritrovare il padre emigrato, di cui da tempo non si hanno notizie. Con lui, un sedicente amico del padre, Benito (Federico Scianna), un giovane uomo dai trascorsi dubbi in cerca in Germania di un riscatto personale. Sul loro percorso Pietro e Benito incontrano mondi diversi: quello della fabbrica di Bochum, la comunità italiana in città; il mondo dei magliari, del contrabbando – fatto di valige ed espedienti – quello dell’incontro non sempre pacifico tra italiani e tedeschi. Benito lavora alle dipendenze di Pantano (Michele Placido), un capobastone del racket degli emigranti italiani. Decidendo di aiutare il bambino, Benito scoprirà suo malgrado cosa significhi essere padre.

Toni, tu sei un regista giovane, nato in una terra svuotata da migliaia di emigrati. Come ti è venuta l’idea per un film così?
“Tutto è nato da una suggestione che mi ha dato Michele Placido, che aveva incontrato un signore che era emigrato in Germania e gli ha raccontato la sua storia. Però questo suo suggerimento mi ha messo in crisi. Non era neiMichele Placido miei progetti un film sull’emigrazione. La motivazione è poi arrivata con un pezzo di storia personale poiché ho dei parenti che sono emigrati in Belgio. Mi ricordo che a 9 anni andai a trovarli, ho dei ricordi molto vividi. Vivevano nel benessere, ma ricordo anche tanto isolamento. Questo mi ha aiutato a focalizzare la suggestione, ma ho capito veramente dove andare a parare quando con Leonardo Marini, che ha scritto la sceneggiatura con noi, abbiamo legato al tema dell’emigrazione quello della paternità. È stato molto naturale sentir mia la materia a quel punto. Poi durante la scrittura sono andato a fondo sull’argomento. Penso anche che sia giusto parlare di questo pezzo di Storia che è come se fosse stato rimosso. Si è parlato tanto della prima emigrazione, è stata mitizzata in film come Il Padrino – Parte II o di recente con Nuovomondo, ma della seconda non si parla. Forse perché è avvenuta nel momento del boom, che era un momento felice per noi. A quel punto non si emigrava per necessità, ma per adeguarsi allo status”.
Adesso la vera “sfida” è la proiezione del film in maniera capillare nel territorio italiano, a differenza della Germania, dove sarà presente nelle sale. Un lavoro del genere, per gli argomenti trattati e lo “spaccato” che racconta, merita un pubblico vasto. Non è un film-panettone, di largo consumo. E forse questo dimostra ancora una volta che un cinema di coraggio e qualità trova ostacoli a volte difficili da superare nel percorso di uscita in sala.

 

Giuseppe Piscopo

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