Incontriamo Piero Luparello: “medaglia d’argento” della chirurgia laparoscopica in Italia

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Intervista a tutto campo con il medico agrigentino direttore dell’equipe chirurgica della Clinica Sant’Anna, seconda nel nostro Paese per numero di interventi in laparoscopia. Sanità e crisi economica: “Un ministro che va dai malati di Sla e dice che anche la vita del ministro è difficile è una persona di cattivo gusto e poco elegante”

La clinica Sant’Anna è la seconda in Italia per il numero di interventi di chirurgia laparoscopica della colecisti e per i tempi di degenza post-operatoria, che per il 98 per cento sono limitati a 3 giorni. La notizia, rimbalzata agli onori delle cronache il mese scorso, ha suscitato grande sorpresa e curiosità: dunque, Agrigento, che non ha certo brillato finora in tutte le classifiche e graduatorie nazionali, può oggi annoverare un’eccellenza nella Chirurgia? Per poter rispondere a questa domanda ci siamo proposti un breve viaggio nella sanità agrigentina, ed in particolare nella Chirurgia, per conoscerne valori e limiti, per valutarla come buona o cattiva. Per primo abbiamo incontrato il dottor Piero Luparello, direttore dell’équipe chirurgica della Clinica Sant’Anna.

 

– Vi aspettavate un risultato così importante? Vi era stato chiesto di compilare dei questionari?
“No, assolutamente. Questi sono dati che arrivano al ministero della Sanità attraverso le cosiddette SDO, le schede di dimissioni ospedaliera, ovvero la fine del percorso di un ammalato all’interno di un ospedale. L’ho saputo leggendo un’intervista ad Adelfio Elio Cardinale, sottosegretario alla Sanità, e già preside della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Palermo. Cardinale aveva risposto ad alcune domande sulla criticità di un sistema sanitario non eccellente in Sicilia. Gli era stato chiesto se intravedesse qualche spiraglio, qualche segno di luce nella sanità siciliana. A quel punto il professor Cardinale aveva menzionato la realtà di Agrigento della clinica Sant’Anna, che, in base ad una graduatoria stilata dal ministero della Sanità, rappresentava il fiore all’occhiello negli interventi di colecistectomia per via laparoscopica. Mi ha sorpreso molto; onestamente non lo sapevo. Ma credo che, prima che inorgoglire me, questa notizia debba far inorgoglire tutti gli agrigentini, una volta tanto che non siamo in coda alle classifiche nazionali, ma siamo secondi in Italia”.
– Medaglia d’argento…
“Sì, ma competere con i grossi ospedali del nord, le eccellenze sanitarie della Lombardia e del Veneto e spiccare davanti a questi mostri sacri, ci ripaga di tutte le fatiche affrontate per raggiungere tali risultati. Tenga conto, peraltro, che questa tecnica chirurgica innovativa è partita per la colecisti ed è poi stata applicata per tanti altri interventi”.
– Come si arriva ad un così gran numero di interventi chirurgici, tanto da battere la concorrenza dei colossi ospedalieri nazionali?
“Ci si inserisce sul territorio con la dedizione e il lavoro; dopodiché, seguito un percorso di perfezionamento nella metodica, si comincia ad ottenere un riscontro in termini di gradimento da parte della gente. Oggi siamo ricercati, vengono anche dalle aree più remote della Sicilia …”
– Funziona il passaparola?
“C’è molta gente che arriva da fuori, da Trapani e Caltanissetta in particolar modo”.
– Per lei significa dare lustro all’intera struttura?
“Parlerei, piuttosto, del riconoscimento da parte dell’utenza di una conduzione seria e laboriosa dell’attività che svolgiamo quotidianamente. Noi entriamo ogni giorno in sala operatoria alle 8 del mattino ed usciamo alle 16. È questo che la gente nota: la dedizione, la serietà, la costanza, l’impegno …”
– Lei ha lasciato l’ospedale gioco forza o per scelta?
“Ho lasciato l’azienda ospedaliera dopo 23 anni di servizio e non rimpiango nulla. Sono contento di aver seguito il percorso ospedaliero, perché mi ha formato. Alla fine, posso affermarlo serenamente, devo tutto all’ospedale. La clinica offre l’opportunità ad un medico di dedicarsi con più costanza a ciò che ritiene più importante e, nel mio caso, la laparoscopia, come tecnica innovativa della chirurgia, è una di queste”.
– Torniamo alla scelta della struttura privata: è stata determinata da un’attività troppo pesante in ospedale?
“No, la fatica non mi fa paura”.
– Forse, allora, si è fatto un concetto negativo della sanità pubblica? E’ un disastro come sembra?
“Sì, così come è strutturata, la sanità pubblica non può che offrire questo. Bisogna rivedere gli organigrammi e le possibilità di sviluppo professionale all’interno di una struttura che è immensa. L’ospedale nasce come progetto quarant’anni fa con 700 posti letto: doveva essere uno degli ospedali più importanti del bacino del Mediterraneo. Dopodiché la sanità è cambiata: si è passati alla deospedalizzazione del malato, a strategie completamente diverse. Oggi l’ospedale è sovradimensionato rispetto alle reali necessità dell’utenza. E, inoltre, stare in ospedale significa oggi lavorare in continua emergenza, in affanno,con quotidiane richieste di strumentazioni, senza poterle ottenere, dovendo fare i conti con la mancanza di risorse …”
– Con la sanità privata non vive queste emergenze?
“Il privato si aspetta il ritorno dell’investimento di spesa. Lavorando nella struttura privata con la mentalità del ‘voler fare’, il ritorno è garantito dal fatto stesso che si richiede qualcosa. Io non chiedo uno strumento per poi metterlo da parte. È certo che lo utilizzerò”.
– La mentalità manageriale, allora, com’era nelle intenzioni molti anni fa, non è stata trasferita nella gestione della sanità pubblica …
“Assolutamente no. Non c’è la valorizzazione delle eccellenze dell’ospedale o la possibilità di motivare il personale che lavora in strutture non di eccellenza, per cercare di elevare il loro standard professionale. Io non lavoro in ospedale dal febbraio 2004: sviluppare un progetto di lavoro per ottenere dei risultati non mi è stato mai possibile nella struttura pubblica … bastava il guasto di uno strumento per stare mesi fermi o era sufficiente chiedere l’innovazione di uno strumento per essere certi di non poterci contare”
– Ma come: accadeva il contrario?
“Sì, io facevo endoscopia digestiva. Sono stato il pioniere in questo settore ad Agrigento. Utilizzavo un endoscopio con la visione diretta e l’ho tenuto per quindici anni senza che mi fosse data la possibilità di avere non soltanto il miglioramento dello strumento con la sostituzione di modelli più avanzati, ma nemmeno gli aggiornamenti dei processori di sviluppo immagine. Ho avanzato le medesime richieste per non meno di dieci anni. E allora il San Giovanni di Dio era un ospedale di livello provinciale e lo strumento era utilissimo nelle procedure di urgenza per gli emorragici”.
– Perché, secondo lei?
“Sarà stata la carenza di fondi o l’incapacità di indirizzare i fondi verso quelle realtà professionali che davano la garanzia di poter produrre. C’era un generale disinteresse”.
– Che cosa pensa dei suoi colleghi chirurghi di Agrigento?
“Sono stato chirurgo all’ospedale di Agrigento per 23 anni, ho ottimi amici e colleghi, e ancora oggi un grande rapporto di sintonia con loro; ma vivono una realtà diversa dalla mia. Io posso dedicarmi alla mia attività, indirizzando la mia giornata verso applicazioni che loro non riescono a seguire, non certo per incapacità professionali, ma perché non hanno la possibilità di farlo”.
– Il suo curriculum si è arricchito nella struttura privata?
“Dopo anni di carriera ospedaliera non ho nulla da arricchire: dall’emergenza ai casi disperati, alla routine, ho visto di tutto. La struttura privata dà la possibilità di lavorare con una serenità maggiore, consente di poter programmare l’attività e di rivolgere la propria attenzione alle branche che più affascinano o che possono rappresentare lo sviluppo della chirurgia del domani”.
– C’è sempre, allora, l’aspirazione a fare meglio e di più …
“Il primo intervento di colecisti l’ho fatto 18 anni fa . In questi anni si sono affinati gli strumenti, i presìdi e le tecniche. È una branca in costante evoluzione: prima si parlava soltanto di colecisti. Oggi si fanno diversi interventi: al rene, al pancreas, allo stomaco, in chirurgia laparoscopica. Questo è un grande vantaggio per il paziente: le riprese sono rapide e si garantisce un risparmio sociale, perché il soggetto ritorna alla propria attività in tempi rapidissimi”.
– Anche in ospedale dicono di rispettare i tre giorni …
“Il problema non è dei tre giorni. In ospedale, per l’impossibilità di organizzare il proprio lavoro, alla fine si rinvia. Arrivano le urgenze, la sala operatoria è occupata e non si riesce a rispettare il programma degli interventi”.
– Si è fatto un concetto di malasanità e buona sanità?
“Ogni mattina il medico, che si appresta alle sue funzioni giornaliere, lo fa con spirito di dedizione e in modo che possa essere portata a termine positivamente ogni problematica gli si dovesse presentare. Malasanità è un termine coniato per evidenziare quel che non va per il verso giusto. Ciò a volte accade perché si banalizza un atto chirurgico, invece anche una semplice colecisti comporta tutti i rischi della chirurgia e dell’anestesia. Si tralascia, a volte, di rispettare il fatto che un atto chirurgico è un atto aggressivo che distoglie un soggetto dalla sua quotidianità: l’incidente è sempre dietro l’angolo, non basta ‘saper fare’ ma occorre far fronte agli eventuali incidenti, per abbassare di molto le eventualità di complicanze”.
– Leggende o qualcosa di vero sulla chirurgia ad Agrigento? Tendenza ad esagerare o effettivi errori clamorosi?
“Assolutamente no, non esistono errori clamorosi. La chirurgia è sempre stata affidata ad Agrigento a grandi chirurghi, che hanno fatto scuola. Persone come Borsellino, Savatteri, Buscaglia. Coloro che, come me, si sono formati ed hanno avuto la fortuna di lavorare con questi chirurghi hanno imparato da loro, prima di ogni cosa, il rispetto dell’ammalato e poi tutto il resto. Sono insegnamenti che ho fatto miei e che avevano una valenza enorme, soprattutto con la chirurgia di una volta; tutto questo non può essere messo in discussione in alcun modo”.
– Che ruolo ha oggi il chirurgo nella prevenzione dei tumori?
“Le applicazioni fondamentali della prevenzione in chirurgia sono a carico dell’apparato digerente; inoltre si devono portare avanti screening di massa per la prevenzione dei tumori del seno e dell’utero. A parte l’autodiagnosi che può fare una donna periodicamente al seno, anche con l’ecografia possono essere messi in evidenza quei tumori che l’atto chirurgico può risolvere definitivamente”.
– Con casi di guarigione?
“Certo. Gli interventi chirurgici radicali per patologie neoplastiche sono aumentati notevolmente. Un tempo il paziente arrivava in sala operatoria quando la chirurgia non poteva più far nulla. Oggi, grazie alle campagne di sensibilizzazione, ai mass media, a un educazione sanitaria continua e costante, il paziente è portato a notare alcuni cambiamenti nel suo corpo”.
– Meglio un allarme ingiustificato che trascurarsi?
“Meglio cento allarmi ingiustificati che con un solo atto di trascuratezza, che mette a repentaglio il risultato finale”.
– Per quel che riguarda le strutture ospedaliere e quella di Agrigento, in particolare, com’è, secondo lei, l’attuale organizzazione del lavoro, l’accoglienza dell’utenza, dei familiari …
“Posso parlarne fino al 2004. Eravamo ancora al vecchio ospedale San Giovanni di Dio. Ogni reparto era un continuo cantiere e la struttura era sottodimensionata rispetto alle esigenze. Ogni anno c’erano muratori impegnati nel far fronte alle continue emergenze. Accorpare i reparti e avvicinarli, era motivo di disagio, non soltanto per l’utenza, ma anche per i lavoratori: medici, paramedici e ausiliari. I familiari erano costretti a vedere i propri cari sulle barelle o in corsie anche a otto letti. Oggi la struttura è certamente più grande e accogliente, con un’impostazione diversa per le stanze di degenza: ora le stanze sono a due o tre letti, ci sono i servizi nelle stanze. Allora, invece, i servizi igienici erano posizionati alla fine di un lungo corridoio”.
– Nella struttura privata sono garantiti standard di qualità notevolmente diversi?
“È obbligatorio: la clinica deve avere un appeal differente: oltre che professionale, anche di confort alberghiero. Il paziente deve scegliere di andare nella Casa di cura, in ospedale si arriva in caso di emergenza. Ci si arriva senza scegliere perché esiste un pronto soccorso”.
– Sì, ma in casi importanti è meglio l’ospedale, che ha una Rianimazione?
“Tutti gli ospedali hanno una Rianimazione, altrimenti andrebbero chiusi all’80%. Non è la Rianimazione che qualifica un ospedale . In un ammalato viene fatta un’ attenta preparazione pre-operatoria di verifica: si sa già se il paziente è a rischio di una rianimazione post operatoria o no”.
– Rispetto alla crisi economica, che futuro vede per la Sanità?
“È impossibile tagliare indiscriminatamente nella sanità, costringendo la gente a rinunciare al supporto economico-assistenziale che fino a poco tempo otteneva. Si tagli laddove sono stati fatti gli abusi, ma a chi ha necessità di essere assistito al proprio domicilio perché è invalido, o perché ha bisogno di presidi sanitari particolari, non può esser negata assistenza dall’oggi al domani. Mi riferisco, ad esempio, ai celiaci a cui vengono negati gli aiuti economici per fra fronte alla loro patologie”.
– O ai malati di Sla?
“Un ministro che va dai malati di Sla e dice che ‘ anche la vita del ministro è difficile” è una persona di cattivo gusto e poco elegante”.
– In merito alla riforma della sanità attuata dal Governo regionale?
“Io non do un giudizio positivo. Si è fatta una riforma dettata soltanto dalla necessità di taglio semplice dei costi; è una riforma che non condivido, non trovo che sia finalizzata al risparmio, quando risparmio significa negare ai pazienti un’assistenza sanitaria adeguata”.

Anna Maria Scicolone

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