Annessi e connessi. Termodinamica di una carriola

|




Il tuo racconto per Malgradotutto

Continuano ad arrivare al nostro sito i racconti in duemila parole che partecipano al concorso lanciato da Malgrado tutto. Vi ricordiamo che per inviarli c’è tempo fino al 30 novembre. Le modalità di partecipazione le trovate sul sito Malgrado tutto web nella sezione “Il tuo racconto”. La commissione che valuterà i racconti è composta da Carmelo Sardo, Giancarlo Macaluso, Gero Micciché, Toti Ferlita, Agata Gueli, Paolo Terrana e Gaetano Savatteri. Il vincitore riceverà in dono un’opera originale del giovane artista Giuseppe Cipolla, e il suo racconto, assieme agli altri ritenuti meritevoli, verrà pubblicato in volume.
Oggi pubblichiamo il sesto racconto: “Annessi e connessi” di Alessandra Frontini.
Buona lettura.

Annessi e connessi

Termodinamica di una carriola

di Alessandra Frontini

Alessandra FrontiniÈ un uomo sui trentacinque, serio, distinto. Tutto, in lui, appare impeccabile: gli occhiali sottili, il profilo netto, l’eleganza di una fronte ampia, l’arco stupito disegnato dalle sopracciglia, l’incedere ritmico e regolare del passo. I compaesani lo vedono arrivare in centro una o due volte al mese, con il berretto calcato sulla testa e un nuovo gilet a fasciar le coste.

 

Si dice sia lui stesso a confezionare i propri panciotti, con stoffa di recupero, pelli animali, sacchi di iuta abbandonati dal fruttivendolo ladro (nato Bruscàndolo, figlio di degno padre e madre sfacciatamente allegra).

È sempre il vezzo di un particolare bohémien a sparigliare i toni cupi del suo abbigliamento; oltre all’ultima trama del gilet, una fresia appena recisa sul copricapo, un foulard di seta lavata, una cavigliera tutta campanellini appesa alla cintura – roba che Peter Pan gli fa un baffo! Una volta, cucite alla maglia, sfoggiò persino due penne di gabbiano, incrociate come le piratesche tibie su nero vessillo. Il Trovatore. Lo chiamano così, da queste parti. Un giorno l’Armando gli chiese, dalla sedia di paglia all’ombra della veranda, “Ehilà, giovane, che vai cercando?” per sentirsi rispondere “Io non cerco alcunché, Maestro, io trovo quel che c’è da trovare!”. Da allora, nessuno ricorda più quale ne sia il vero nome.

Scende dalle colline con un tascapane a tracolla, grosse scarpe ai piedi e, tra le dita, i manici di una carriola, un trabiccolo di legno, vecchio come il cucco. Non se ne separa mai, perché può servirgli in qualsiasi momento.

Per ogni peste in calzoni corti che, accodandosi al Trovatore con chiari intenti, si azzardi ad avvitare l’indice alla tempia, c’è sempre un nonno nerboruto, barba e calli, pronto a sfoderare il debito scappellotto; i vecchi lo sanno: quello mica è pazzo, è solo che “ha gli occhi rotondi, come il camaleonte”, per i quali una sedia va guardata, prima di sfondarla con il didietro, “ché magari è una capanna, e ancora non lo sa”.

altIl Trovatore, nel tascapane, accanto al filone imbottito di porchetta e pomodoro, tiene una macchina fotografica, dell’acqua liscia per la sete del gargarozzo, un taccuino e una penna. La porchetta gli piace ben condita con annessi e connessi: sale, pepe in grani medi, semi di finocchio e timo tritato sottile. La macchina fotografica, il taccuino e la penna sono il suo retino per farfalle d’aria; la carriola il suo carniere di frammenti, impronte, illusioni. Una rimessa per auto sapientemente intessuta con i fusti sottili di un’edera rampicante, un ombrellone da spiaggia -paradosso a fiori- alla finestra di un caseggiato popolare, a far da contraltare all’infezione fungina di mille antenne paraboliche, una damigiana svuotata per onorare Bacco e riempita con un mazzo di tulipani: questi, per il Trovatore, sono gesti di resistenza civile. Minuscoli, magari inconsapevoli, ma tutt’altro che insignificanti. Click-click-click: istanti catturati dalla pellicola. Entro la conca della carriola, nel frattempo, si ammonticchiamo scatole di cartone dalle forme curiose, il moncone di una stampella, pescato accanto a un cassonetto del pattume, un paio di tubi zigrinati da elettricista, alcune grosse latte di pomodori pelati già tramutati in sugo da qualche brava massaia, un secchio semi-arrugginito di pittura da parati, un ombrello sgangherato dal vento, un manico di scopa. Con il tappo della penna tra i denti, il Trovatore estrae il taccuino e, in bella grafia, sotto data e ora, annota “Vari nuovi. Pronti alla trasformazione”.

Sono quasi le tre e mezza di un giovedì afoso. Il Trovatore avverte un languore tagliente poco sotto lo sterno. Allunga il passo sino al giardino condominiale che si apre, largo, dietro l’unica strada chiusa del paese. Lì dentro non si è ancora mai spinto.

Il quadro di Giuseppe CipollaUn enorme platano proietta un cono d’ombra a terra: un occhio di bue refrigerante che ingloba, proprio per un pelo, una fila di cinque o sei panchine di cemento, sentinelle monolitiche lungo il vialetto principale. Il posto ideale dove dare degna fine al panino con la porchetta. Si avvicina guardingo. Laggiù c’è già qualcuno, infilato nella brezzolina che scende dalle frasche. Donne. Sei donne, oltre la soglia degli Anta, impegnate in un fitto chiacchiericcio pomeridiamo.

«Buongiorno, signore.»

«Buongiorno a lei.», fanno le sei.

«Vi spiace se mi metto in un angolo a mangiare?»

«E perché in un angolo?! Venga qui con noi! Peccato solo che abbiamo finito le sedie!» ribatte, allegra, una matrona dai capelli violacei, inguainata in uno scamiciato a pois.

Il Trovatore, a capo reclinato, rimette a fuoco la scena: panchine di cemento. In fila. Lungo il vialetto adiacente il platano.

Vuote.

Il gineceo le ha disertate in favore di sedie pieghevoli di tela, di fantasie diverse, più o meno imbottite.

«Ehm… come mai non usate quelle?» azzarda, puntando un umile pollice da autostoppista timido verso il vialetto.

«Le panche?! Ma sono scomode!», gracchia la decana del gruppo, una silfide canuta con occhi minuti e vispi, «Sono dure, distanti tra loro. E poi si scaldano al sole tutto il giorno… non possiamo arrostire le nostre povere cosce lì sopra, le pare?! Le galline vecchie vengono buone in brodo, mica alla brace!» Ridono tutte, come se avessero appena rivelato un segreto di Pulcinella al più sprovveduto avventore mai incontrato.

Anche il Trovatore ride. Si accoccola accanto a una delle sedie, variazione imprevista di un cerchio geriatrico poi, con garbo e a bassa voce, aggiunge: «Perdonatemi: non è che potrei farvi una foto?»

«Ah, per me basta che non la pubblichi su qualche giornaletto osé!», gongola quella con i ferri da calza sotto le ascelle.

«Basta che non lo dici a mio marito,» nicchia la signora dagli orecchini pendenti, «ché è geloso peggio di Otelma!»

«Otel-lo, cretina!», le fa eco la Decana, mentre si stringe nelle spalle, come a dire “accomodati, scatta pure. Sai che me ne importa!”.

«Senta, ma a che le serve la nostra foto?», chiede Violetta Scamiciata.

«A capire!», replica il Trovatore, «A capire e carpire il senso profondo delle cose. Per esempio: possibile che a nessuno, al Comune, sia venuto in mente che, messe così, le panchine sono inutili?»

«E grigliano il sedere?», gli fa eco l’enigmista incallita della corte, sgomitando la Decana.

«Uh! Se aspetta gli urbanisti, sta fresco, mio caro!», chiosa Corvina, una settantenne dalla chioma bitumata chimicamente, con tanto di lucida-labbra color pesca.

«Dovrebbero chiedere a noi, quello che preferiamo! Risparmierebbero pure un sacco di soldi, ‘sti scipiti al Municipio!», rincara La Sferruzzante, «E Lamarìa glielo ha anche detto! Ma quelli mica ascoltano, sa!».

«Mi hanno risposto che loro hanno le lauree, che sono ricercatori. Che voglio saperne, io?!», conferma Lamarìa (ché c’è sempre una Lamarìa, da queste parti, in un gruppo di over-sessanta).

Il volto del Trovatore si accartoccia in una smorfia. Mastica l’ultimo boccone, beve un sorso d’acqua e si schiarisce la gola.

«Ricercatori?»

«Eh, così hanno detto», bofonchia L’Enigmista.

«Povere anime, che pena mi fanno… Chi cerca qualcosa è destinato a rimanere deluso, non credete? Così si perde la capacità di stupirsi dell’esistente.»

«Eh?!» bercia la Quasi Desdemona.

«È filosofia,» decreta Violetta Scamiciata, «serve a fare un ragionamento. Insomma: arabo, per te, vecchia ciabatta!»

«Ciabatta a chi?!»

«Oh! Lei non è affatto una ciabatta; e neppure vecchia, mia deliziosa signora. Che poi: le ciabatte sono fantastiche! Comode, fedeli, accoglienti… e sempre diverse!», stempera il Trovatore.

«Diverse in che senso?» fa La Sferruzzante, quasi saltando un rovescio.

«Non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, diceva Eraclito – un tizio, greco, un sacco acuto – perché le cose cambiano in continuzione…» suggerisce lui.

«Mbe’, vorrei vedere! Se non fosse così, avrei ancora un davanzale florido da far venire il torcicollo ai marinai, e non mi preoccuperei dell’artrite! Le cose cambiano, con il tempo!» sentenzia la Decana, riscuotendo cenni d’assenso.

«Esatto. Proprio così. Cambiano costantemente, per fortuna.»

«Quindi, in un certo senso, le mie ciabatte sono sempre nuove, ogni giorno che passa?» si stupisce, compiaciuta, Quasi Desdemona.

«Sì, ma puzzano lo stesso, bella mia, ché i piedi cambieranno pure, ma sempre piedi restano!» la rimbecca Corvina.

Ridono di nuovo tutte, dando licenza alle carni rugose di ballonzolare sotto i menti, lungo le braccia, intorno ai glutei. Il Trovatore è incantato. Persino lui non si sarebbe mai sognato di trovare ristoro in un tale eden di sguardi carichi di lustri e, insieme, accesi come fiammiferi appena appiccati.

«Che ne dite, della mia robaccia?» ammicca, dopo l’eco dell’ultimo sghignazzo. «Se ne potrebbe fare qualcosa?»

Il sestetto sbircia più o meno sfacciatamente dentro alla carriola.

«Uh, le latte! Belle grosse, come quelle che usavo da piccina, per farmici i trampoli!» trilla Violetta Scamiciata.

«Un gran secchio, giovanotto! Così, vuoto e a bocca spalancata, pare un tamburo senza cappello…» dichiara Decana, «ma che può essere vestito con quella bella stoffa impermeabile, ché tanto, all’ombrello scassato, ormai non serve più!» trionfa Quasi Desdemona.

«I tubi blu! Ci giocavo da mio zio Aldo, giù al cantiere, mille anni fa! Li facevamo roteare in aria e quelli fischiavano! Qualche volta, zio ci faceva su certi buchi, con il cacciavite, e poi l’aria cambiava suono…», si commuove Lamarìa.

«Be’, su quel resto di stampella i buchi ci sono già», osserva La Sferruzzante, che si vede strappare il cimelio dalla Decana. «Da’ qua, che proviamo!», s’impone, ed eccola estrudere labbra insospettabili da un mare di crepe buccali. Dopo il più melodioso «Fiiiip! Fi-Fiiiiiiip!» di tutti i tempi, Decana s’inchina, incassando l’applauso del Collettivo.

«E il manico di scopa?» si allarma, di colpo, L’Enigmista, come fosse in atto uno spreco inaccettabile.

«Eh, meglio che non te lo dico, dove potresti…» sibila Corvina, prontamente interrotta dal Trovatore: «Magari potrebbe essere un’asta per il limbo! Vi sembra una buona idea?»

«Buonissima, se avessimo un secolo in meno ciascuna!» replica Violetta Scamiciata, pizzicando un sorriso amaro.

«Ma tra un’oretta arrivano i nipoti!» suggerisce Lamarìa, «Magari potremmo fare una festa! E poi, con tutte quelle scatole di cartone, pensa come si divertirebbero! Lo sai, no? I bambini hanno un sacco di fantasia! Non riesco a immaginare cosa potrebbero inventarsi!»

«Le casette per gli uccelli! No, anzi, una casetta per loro! No! Aspetta, un fortino!»

«O una nave dei pirati!»

«Una strada, per infilarsi nella foresta!»

«No, un tunnel! Un Tunnel!»

«O le maracas, se riempiono quelle piccole di ghiaia!»

«Perché, spade e scudi vi fanno schifo?»

Il Trovatore si allontana. Un passo, due, tre. In silenzio. Le signore sono alacremente impegnate a progettare, rifinire e completare una le idee dell’altra. Non si accorgono che l’ospite non è più tale; che manca il Trovatore. Non c’è più la carriola. Sono sparite persino le briciole del filone dall’erba. Quando Decana, voltando il capo a destra e a manca, chiede «Che fine ha fatto, il nostro giovane?», il Trovatore ha già imboccato la viuzza che l’ha condotto lì. Prima di girare l’angolo, da lontano strizza l’occhio al quadretto geriatrico tramutato in fermento, schiocca un bacio aereo alle signore e armeggia, per l’ultima volta, tra gli anfratti del tascapane.

Click.

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *