Il segno del pirata Barbarossa

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La storia della domenica

Sperlonga“Il comandante dei pirati tirò fuori un coltello dalla fusciacca. Mi alzò il mento. Rapido mi segnò sul collo. Gridai di dolore. Adesso ricorderai, disse il comandante. Questo è il mio segno, il tuo segno. Il segno di Keir-ed-Din il Barbarossa”.

Un massacro su una spiaggia del Mediterraneo, sotto una città bianca di calce. Una leggenda vecchia di cinquecento anni. E un uomo che si aggira tra mari e porti per saldare un conto troppo antico per essere ricordato. E’ il racconto in duemila parole di Gaetano Savatteri, per “La storia della domenica”

L’oracolo di Marina Corta aveva deciso di non parlare più per restituire pace al mondo rotondo e affollato. Andavamo a trovarlo per sentire i suoi silenzi e gli gridavamo nelle orecchie credendolo sordo, ma in realtà era muto per scelta. Una notte di luna calante, complice una bottiglia di Jack Daniel’s, mi scrisse a stampatello, su un pacchetto di Ms morbide, la sua stupida profezia: “Se incontri il lupo e il greco, salva il lupo e ammazza il greco”. Ma ero troppo giovane per credere al destino e ancor meno se veniva annunciato dall’uomo più pazzo delle isole Lipari che, come tutti sanno, a causa del vento insidioso, sono arcipelaghi abitati da esseri mostruosi e insani di mente.

La mattina era calda. Era agosto, era il tempo suo. Antonio non aveva dormito: per tutta la notte sveglio e questa è cosa che fa male al sangue e alla testa. Se ne andava così, con il suo cattivo carattere e i suoi mali pensieri. Era sabato e qualcuno forse aveva deciso di dormire un po’ di più. Ma a quell’ora, Antonio lo sa bene, non c’è mai tanta gente in giro, quando il sole deve ancora alzarsi e il mare è scuro e sembra olio, fermo e incantato. Foschia di calura, una striscia di latte appiccicoso sul mare piatto, faceva temere un’altra giornata di fuoco e di sole. Antonio scese rapido verso la spiaggia, puntando alla torre Truglia. Una sentinella in alto guardò Antonio senza dire niente. Poi sputò verso il mare. La sabbia era fredda della notte, ma nemmeno questo diede sollievo ad Antonio. I pensieri di testa matta se ne andavano per i fatti suoi. Antonio guardò le case bianche del paese, qualche facciata era già schiarita dal primo bagliore dell’alba. Fetenti, pensò Antonio, rivolgendosi ai suoi paesani ancora addormentati nelle case con le porte aperte per fare passare la frescura che la notte non aveva regalato. Fetenti. Non gli avevano fatto niente di male i paesani, ma Antonio non li sopportava.

Vai a sapere da dove mi veniva il sangue. Certo ne ho lasciato abbastanza, del mio, sui selciati dei porti e sotto i tavoli delle osterie. Ma pure ne ho fatto perdere, e moltissimo, a chi ha sfidato il mio sguardo e i miei colpi. Sicuro è che il sangue da sempre mi ribolliva dentro, già sotto lo sguardo mite e stupito di mio padre che, fermo sulla porta del bagno, osservava mia madre china a inchiostrare di tintura di iodio le ferite che, giorno per giorno, riportavo a casa dai miei tafferugli di ragazzo dietro il muro del cimitero.

borsalinoOra, chi mi incontra per le strade di questa città bianca o ai tavolini dei bar, davanti al mio bicchiere di pastis, mi saluta con un sorriso. Lo so che molti di voi pensano che io sia uno spostato, forse un laido, solitario e scontroso, magari misogino, seppure non sfugge ai miei sguardi una sola delle ragazze che risalgono dal mare col pareo ai fianchi a lasciare intravedere gli orli dei costumi, il seno macchiato di sale, la risata allegra del sentirsi osservati.

Lo so che nei miei lini bianchi lisi ai gomiti, nelle mie sdrucite camicie capresi, nel mio sfondato panama Borsalino, nei miei sandali rappezzati – ma assicuro che un tempo furono nuovi, con l’impuntura di sartoria e tuttora appaiono eleganti – ci sono molte cose patetiche o ridicole, cose che fanno sorridere. Credete che non saprei sfidare i vostri sguardi, aspettarvi al tramonto dietro la torre Truglia e sfondarvi il setto nasale con il mio destro? Ma non ho più voglia ormai, e nemmeno il tempo per sentire il colpo ben assestato che annichilisce l’avversario e lo stende, prima di guardare i pantaloni per controllare se una macchia di sangue ne abbia intaccato il candore.

Aveva sedici anni Antonio e voleva viaggiare il mondo: andare a Napoli, a Roma, a Malta, a Tunisi, a Genova e magari pure nelle Indie sconosciute che stavano di là dal mare grande. Antonio sapeva ascoltare i racconti della gente, dei viaggiatori, dei vecchi che parlano piano e hanno tante cose negli occhi. Ma suo padre, maledetto lui, aveva venduto la barca e con il denaro aveva preso in affitto un orto a valle, per tirarci fuori quattro melanzane e un po’ di verdura e fare di Antonio un contadino. Ma Antonio aveva il mare nella testa, le onde gli sbattevano dentro e non gli davano pace: maledetto suo padre che aveva smesso di fare il pescatore dopo che si era salvato dalla tempesta che lo aveva sbattuto con la sua barchetta da niente contro gli scogli di Ponza e da allora, ringraziando tutte le anime del Purgatorio che lo avevano sottratto agli abissi, non voleva più saperne di mare, manco da lontano, né per lui né per Antonio che invece sognava una vela per mettere vento tra sé e il paese fetente che lo stringeva come una prigione. Antonio si lasciò andare nella sabbia. Il sole da qualche parte stava venendo fuori, il mare si faceva più chiaro. Il soldato spagnolo sulla torre stava bevendo e fissava il mare scuro e piatto. Antonio si sentì come quel soldato: chiuso nella torre come lui in quel paese di case alte sul promontorio, isolato da tutti i lati, davanti a un mare che non avrebbe mai attraversato. Nella foschia grigia gli sembrò di intuire un bagliore, ma pensò a uno sfaglio della vista, alla stanchezza per la notte passata in bianco tirando calci ai suoi fratelli.

Aspetto. Perché deve ripassare da qui l’uomo per il quale ho ingaggiato risse in tutto il Mediterraneo. Aspetto, dunque. Prima o poi incontrerò l’avversario che mi è sfuggito, il nemico a lungo confuso con occasionali contendenti. La profezia lo diceva: salva il lupo, ammazza il greco. Ma una profezia vale solo se torna alla mente nel momento giusto, quando può realizzarsi. Per me non è stato così: distrazione o presunzione mi hanno annebbiato.

Ho ucciso molti lupi, molti di più di quanti abbiano azzannato me, ma il greco è ancora vivo. E state sicuri che tornerà, perché in questa città bianca si giocherà il suo destino, il mio. Se Dio o chi per lui me ne darà tempo.

Dio o chi per lui, mi aveva regalato un destro formidabile e una mano mancina capace solo di disegnare. Mio padre che amava la terra, le vigne e la briscola in cinque avrebbe preferito per me un talento più ordinario, costruito con calma e lentezza sui banchi di scuola fino a vedermi notaio o avvocato o, al limite, geometra. Lo delusi, come a volte fanno i figli.

Complici le increspature della mia generazione, un ingenuo bisogno di rivoluzione, capelli troppo lunghi e molte canne di marijuana, me ne andai per le strade che preferivo, cioè quelle che non conoscevo. Se ogni generazione commette degli errori, io li incarnai tutti, uno dopo l’altro. Non c’è nulla di cui pentirsi, beninteso. Semmai da commiserarsi. Ma chi se ne frega, ormai.

Antonio si stese sulla sabbia, la faccia al cielo sempre più terso e leggero. Un gabbiano passò in alto. Se gli uomini potessero volare, pensò Antonio, non conoscerebbero la fatica né avrebbero bisogno di Dio. Poi si pentì del suo pensiero e sognò di volare via dal paese. L’alba era vicina e come sempre prima che sorga il sole passa un brivido di freddo sulla pelle. E’ il vento dei morti che vanno via con la notte, diceva sua nonna. La foschia si era fatta caligine, aria densa e ferma, sfilacciata in alto, scura nella linea che toccava il mare. Il soldato sulla torre si stiracchiò. Forse aveva finito il suo turno di guardia, di certo aveva concluso la parte più noiosa e difficile quando gli occhi cercano insidie nel buio della notte. Antonio chiuse le palpebre. Era stanco, adesso. Ma gli sembrò che la mente fosse libera, pulita da ogni rabbia, da ogni sussulto. Fetenti, disse fra i denti, pensando ai suoi paesani. Ma lo fece quasi ridendo, immaginando di trovarsi sulla sabbia di Spagna o di Francia, ché tanto tutte le spiagge sono uguali e tutti i mari fanno un mare solo che porta lontano o vicino. Sentì un urlo nel sogno. Un gridare confuso, che il vento portava altrove. Il mercato stava aprendo come ogni mattina. Aprì gli occhi e guardò la torre. Il soldato non era più solo, altri ne affioravano lesti in cima, mentre qualcuno partiva di corsa verso il paese, con la spada al fianco e la lancia nel pugno. Guardò il mare. galeoneDalla foschia, apparvero le vele. Non una, non dieci, ma cento e cento parevano. Antonio sentì un grido dall’alto del paese, gli parve la voce di suo padre che chiamava il suo nome. Nell’acqua bassa della spiaggia già vide i primi saraceni con il mare alle ginocchia, i turbanti in testa, le scimitarre sguainate. L’urlo che uscì dalle loro gole entrò nella testa di Antonio come lama di coltello. E Antonio capì che non aveva più il tempo né la forza né il coraggio di scappare. I pirati erano qui. Qui, sulla spiaggia del paese fetente, si concludevano i sogni, si spegnevano i viaggi, si oscuravano i pensieri. Antonio capì che quasi era morto.

Disegnando campavo, picchiando vivevo. A Bonifacio tre marinai algerini persero la partenza del loro mercantile e un numero imprecisato di incisivi sul bastione che porta alla scalinata del re d’Aragona. A Bagnoli due soldati della Nato mi spaccarono tre costole, ma finirono davanti alla corte marziale bendati come mummie. Uno zigomo, il destro, l’ho lasciato su una bitta del porto di Ajaccio che quella notte pareva annegato nel gin; in compenso se andate a cercare in rue Cardinal Fesch il proprietario del bar Riviera vi accorgerete subito che ha una gamba più corta dell’altra, perché tre centimetri del suo stinco me li sono portati via io.

Picchiavo duro, ma non ero – e non sono – cattivo. Ho sempre evitato ogni scontro, ogni incontro. Ma tra chi sente ribollire il sangue c’è una sorta d’intesa. Credo sia la cosa più simile alla frociaggine, se ancora si può dire questa parola, non so. Se un uomo ne cerca un altro, saprà riconoscerlo tra molti: da un gesto della mano, per il modo di tenere in alto il naso, di muovere il collo. Per noi lottatori di strada è lo stesso. Gli occhi dell’altro, il soffio delle sue parole, la postura della spalla sono una provocazione, un’incitazione, un altro modo di dire: eccomi, sono qui, sono il più forte e se andiamo fuori te lo faccio vedere subito. Insomma, la solita vecchia storia a chi ce l’ha più grosso.

Cadde in ginocchio Antonio. Pregò il suo Dio, quel Dio che poco prima aveva rinnegato. I primi saraceni si avvicinarono e ridevano fra loro, facendo girare le sciabole sulle teste. Ridevano con i denti bianchi bianchi, come ossa di morti spolpati dalle acque. Ridevano in cerchio attorno ad Antonio, quasi non fossero lì per uccidere, per tagliare teste, per violare donne. Sembravano ragazzi scesi alla spiaggia a giocare. Uno di loro, con la punta della scimitarra, pungolò Antonio alle spalle. Antonio cercò di svincolarsi, finì bocconi sulla sabbia, la testa in basso, le lacrime agli occhi, aspettando la lama sul collo. Dov’era Dio? Dov’era? Forse se ne era andato dietro al volo del gabbiano, lasciando quel paese fetente al saccheggio saraceno, alla carneficina turchesca. I pirati ormai erano tutti sulla spiaggia. Sembrava perdessero tempo, ma dalla torre Truglia arrivano le urla dei soldati sventrati, il tuono delle spingarde, il clangore dell’assalto. Quanti erano allora, se molti potevano stare fermi ad aspettare, mentre i loro compagni erano impegnati nell’assedio?Scala dei Turchi Antonio pensò con pietà al soldato spagnolo che aveva visto poco prima: forse era già morto, forse lo avrebbe incontrato in Purgatorio, se Dio avesse avuto la bontà di perdonare i suoi peccati. Con pietà pensò ai suoi paesani fetenti: a suo padre, ai suoi fratelli, al prete, alle monache del convento. Pensò perfino a don Ferdinando Altavista, a suo figlio Alvaro che aveva il cavallo più bello di tutta la contrada. Pensò al suo amico Salvatore che sapeva tirare un sasso dall’alto del paese fino al mare. Pensò a tutti quelli che aveva detestato e odiato e desiderò rivederli, stare con loro, invecchiare con loro sotto l’albero della piazza. Ma non c’era più tempo. E pianse nella sabbia che si portava via le sue lacrime.

Un destro formidabile avevo, seppure adesso mi manchi la forza. Ma la mano mancina, a dispetto di ogni pregiudizio, non mi ha mai tradito. Il tratto preciso, nitido, duttile. Posso disegnare tutto, di tutto, in tutti i modi. A matita, a china, a carboncino, a tempera, ad acqua. Paesaggi, ritratti, insegne pubblicitarie, cartoncini d’invito, riproduzioni di foto, caricature, affreschi, soffitti, volte, chiese, bordelli, trompe l’oil. Posso disegnare alla Picasso, alla Dalì, alla Mondrian, alla Toulouse Lautrec, alla Klimt, alla Cezanne.

Ho avuto studi disordinati, le mie università sono state il cafè Flor a Parigi e i venditori di pane e milza a Palermo, ma state sicuri che so riconoscere alla prima occhiata un tratto di Raffaello, di Michelangelo, di Tintoretto o dello Zoppo di Ganci. Posso essere casinista, ma non confondo un fiammingo con un tedesco, il barocco con il rococò e il liberty con l’art decò. Questione di intuito, chessò.

I miei disegni hanno fatto più strada di me, dei miei pugni. Se ne trovano in tutte le città, in tutti i bar, in tutti i ristoranti dove mai metterebbe piede una famiglia perbene con bambini al seguito. Sono disegni che hanno peso, non tanto per il valore, ma perché ognuno di essi – al momento in cui furono fatti – servì a pagare un pasto o una bottiglia di vino o perfino ostriche e champagne al sottoscritto. Hanno viaggiato più di me, i miei disegni. Forse sono pure in qualche museo e non lo so, ma certo alcuni anni fa un amico mi raccontò di avere visto la mia firma sulle sponde del mar Baltico.

L’assedio infuriò per tutti il giorno. I saraceni mi avevano rialzato, legato, lasciato sulla spiaggia. Da lì riuscii a vedere il mio povero paese fetente andare a fuoco. In fiamme la torre del Nibbio, a pezzi la torre Truglia demolita pietra dopo pietra. Ascoltai la disperazione delle donne e delle bambine. Il rantolo dei vecchi martoriati. La resistenza inutile dei giovani. Il sangue scorreva giù dal paese, a fiotti, a fiumi. Il sangue ribolliva, spumeggiava, arrivava alla spiaggia, imbeveva la sabbia. Chiudevo gli occhi, ma sentivo le urla, il fumo, l’odore di morte e massacro. Ero prigioniero dei pirati. Volevo viaggiare e avrei viaggiato: sapevo di giovani presi per schiavi, affidati alle voglie di quegli infedeli, tormentati e umiliati. Avrei visto Genova, Napoli, Tunisi, Costantinopoli. Ma da schiavo, legato come un mulo. Da sconfitto. La galea più grande restò ferma tra le altre, ancorata nelle acque basse. Un uomo, credo il comandante della flotta di pirati stava a prua, fissando lo spettacolo della sua vittoria sanguinosa. Infine, dal mio povero paese fetente non arrivarono più urla, né altro. Solo fumo denso e nero saliva dalle case. I pirati, coperti di sangue, tornarono sulla spiaggia, si lavarono nelle acque del mare. Portavano dietro legati alcuni vecchi e fanciulle, riconobbi tra loro mia cugina Grazia con le vesti strappate. I gabbiani volavano alti, solo i corvi osavano scendere nel fumo. Venni preso di peso, portato sulla battigia. Il comandante dei saraceni scese tra molti onori dalla galea, passò in rassegna i suoi pirati, elogiò i più bravi e feroci, toccò i capelli delle fanciulle prigioniere, apprezzando le più bionde. Posò una mano sulla spalla di un vecchio cieco, lo conoscevo era un mio vicino di casa, si chiamava Carmelo. Il comandante fece un cenno e il vecchio cieco fu sciolto, lasciato libero, ma non sapeva dove andare e restò seduto nella sabbia con i suoi occhi bianchi. I pirati ormai si preparavano a ripartire. Le fanciulle del mio paese, pure mia cugina Pirata BarbarossaGrazia, furono caricate sulle navi, tra gli spintoni dei saraceni che cercavano di toccarle fra le gambe. Il comandante si avvicinò. Come ti chiami?, disse nella mia lingua. Antonio, risposi, ingoiando le lacrime. Hai visto tutto?, disse ancora il pirata. Feci sì con la testa. Bene, te ne ricorderai?, chiese ancora. Non riuscii a rispondere, piangevo. Il comandante si arrabbiò, mi venne di fronte. Te ne ricorderai?, gridò ancora. Non riuscivo a dire niente. Non riuscivo a rispondere. Il comandante tirò fuori un coltello dalla fusciacca. Mi alzò il mento. Rapido mi segnò sul collo. Gridai di dolore. Adesso ricorderai, disse il comandante. Questo è il mio segno, il tuo segno. Il segno di Keir-ed-Din il Barbarossa.

Mi firmo Cruz. Da sempre. E qualcuno dei miei disegni dovrebbe esserci pure sui muri di questa città bianca. Questa città di vicoli stretti e affollati di mare dove ancora e ancora e ancora aspetto, davanti al bicchiere di pastis, sbozzando a penna sulla tovaglia di carta il volto del mio avversario. Per non dimenticarlo. Per non farlo sfuggire mai più. L’ho visto una volta sola. E non sono riuscito a riconoscerlo. Avevo bevuto troppo, la sera prima. Ed ero troppo giovane per credere al destino, all’incrocio dei segni. Io che pure disegno: un mestiere e un verbo che dovrebbero insegnare l’arte di decifrare i segni, di riprodurli e leggerli.

Mi ero imbarcato a Ventotene su uno yacht vantandomi di essere un buon marinaio. Ma, come diceva Hemingway, non avevo fatto altro che bere il loro whisky, litigare con gli ospiti a bordo, vantarmi davanti alle donne a seno nudo, tuffarmi da poppa e da prua. Dopo l’ultima sbronza e dopo che avevo mandato a quel paese il proprietario del panfilo – di cui non farò il nome perché è abbastanza famoso e l’altro giorno l’ho rivisto intervistato nei tg della sera – saggiamente decisero di lasciarmi a terra, con le ossa a pezzi, risultato della lezione che il riccastro aveva voluto impartirmi per mano delle sue guardie del corpo. All’alba mi ritrovai sotto la scala della torre, in questo paese che non avevo mai visto prima.

Un uomo, chino su di me, mi stava facendo bere un po’ d’acqua. Mi chiese più volte se avessi bisogno di andare al pronto soccorso. Rifiutai. Non ho mai permesso a un medico di addolcire le mie ferite. L’uomo mi rialzò da terra, mi appoggiò a un muretto. Respiravo a fatica. Il mio samaritano aveva uno strano accento, straniero, direi, ma senza un’origine precisa. Non so cosa mi prese, gli rivolsi molte domande e a molte risposi io. Credo di essere stato ingannato da una certa familiarità, qualcosa di già visto nel suo volto, nei suoi gesti misurati e lenti.

Parlammo per molte ore. Mi raccontò di sua madre, di suo padre, della sua città greca. Mi raccontò dei suoi viaggi, io dei miei. Mi raccontò dei suoi combattimenti, io dei miei. Scoprimmo di avere conosciuto gli stessi porti, di avere attraversato gli stessi mari. Ma era più vecchio di me, e di molti posti aveva un ricordo confuso, quasi una geografia incerta e antica. Pranzammo assieme, in un ristorante sulla spiaggia. Mi sembrò di aver trovato un amico.

L’uomo – di cui non avevo capito bene il nome e poi mi sembrò brutto chiederglielo – guardava spesso le case del paese, la torre Truglia, le ragazze distese sui teli da bagno. E’ tutto cambiato, disse infine, quando eravamo ormai ai saluti di commiato, ai tavolini del bar dello stabilimento. Era quasi il tramonto. Un tramonto rosso di sangue e fuoco. Ricorderai?, mi chiese l’uomo. Cosa?, risposi. Tutto questo: ciò che è stato, ciò che siamo. Cosa siamo? domandai ancora. Siamo vecchi, fece lui. Ma ricorderai, aggiunse, lo so.

Mi puntò un dito sul collo, scostandomi appena la camicia. Dalla nascita, da sempre, porto il segno di una croce bianca, l’unica cicatrice che nessuno mi ha mai procurato, è semplicemente nata con me. Afferrai il piattino di metallo dove il cameriere aveva lasciato il resto. Lo usai come uno specchio: la mia croce era arrossata, quasi or ora incisa nella pelle.

Alzai gli occhi, il mio commensale era già in piedi, a tre passi di me. Sorrideva: ricordi vero? Solo allora ritrovai il suo volto. Ricordai che non avevo fatto altro che braccarlo e cercarlo e aspettarlo. Era il mio nemico. Il nemico per il quale avevo ingaggiato ogni lotta. E mi tornò in mente la profezia di Marina Corta: uccidi il greco, salva il lupo. Provai ad alzarmi per inseguirlo, ma i dolori per le botte ricevute non mi permisero di fare molti passi. Caddi a terra, faccia nella sabbia.

L’uomo ormai era in cammino, a passo veloce, verso la torre. Ciao amico, gridò. Come ti chiami, maledetto? urlai. Ariadeno Barbarossa, rispose, sventolando la mano, quasi allegro, nel suo caffettano bianco che si gonfiava nel vento del tramonto. La torre era incendiata dall’ultimo sole. Faccia nella sabbia piansi, rabbioso, fin quando i proprietari del ristorante non vennero ad alzarmi su, credendomi vittima di un infarto. Li mandai a farsi fottere.

Da allora aspetto. Perché so che deve passare da qui, prima o poi. Lo aspetto da cinquecento anni. Anno dopo anno. Secolo dopo secolo. Giorno dopo giorno. Tornerà e lo ucciderò. Comunque si chiami. Se non vuole farlo nessuno, allora toccherà a me vendicare il sangue innocente di Sperlonga. Il sangue nel quale annegò per sempre l’estate dei miei sedici anni, la mattina dell’8 agosto del 1534.

(Dedicato a Ettore, compagno corsaro per un’estate)

Gaetano Savatteri

I precedenti racconti nella rubrica “La stanza dello scirocco”

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