Il secolo degli imperatori indecenti

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Italia: prove tecniche, verbali, d’apocalisse in corso

altE’ come se una voglia insana di autodistruzione si fosse impadronita di molti italiani. Dentro una crisi economica senza fine, dentro una crisi politica flainescamente grave, gravissima, ma sempre italianamente poco seria, emessa la sentenza, forse, finale su Berlusconi le tensioni di un ventennio, le divisioni di un ventennio sono tutte riesplose in un istante, divampando appunto, in dichiarazioni, per ora solo quelle, incendiarie. Un senso di irresponsabilità verbale che sembra uscire dritto, dalla pancia malmostosa di questi vent’anni di strisciante guerra civile senza guerra, molto italianamente fatta di colpi bassi e di parole basse senza mai nulla di veramente eroico neppure nella tragedia, un tirare a campare della peggior specie, uno sprofondare grottesco e funesto dentro la spirale orribile del dissesto economico, sociale, civile, politico.

Un frantumarsi di ogni senso della comunità, di ogni briciola di convivenza possibile. Somiglia tanto questo nostro periodo al terribile terzo secolo dopo Cristo dell’Impero romano, un secolo di imperatori spesso indecenti o insignificanti, che l’accompagnarono, quell’impero millenario alla dissoluzione, dove bande armate e civili disperati si dividevano le spoglie misere di un dilagante niente. Ecco, così appare ora questa Italia, il campo di battaglia di soldatesche allo sbando che si contendono un deserto crescente, un irrilevante piccolo paese periferico spogliato e stanco, vecchio e sfibrato che già si offre ai barbari, per la verità più colti e raffinati di noi, che già si inchina al primo capo popolo di passaggio, anzi ne aspetta uno che almeno abbia le parvenze del condottiero reale. Quelli che adesso ululano propositi guerrieri per la verità appaiono solo sguaiati abbaianti alla luna declinante. C’è chi con perfidia, dietro ai bottoni dei mercati che affondano o salvano periodicamente le nazioni disegna cupissimi scenari dilanianti. Un’Italia nuovamente fatta a pezzi come prima dell’Unità. Un Sud misero terra libera di scambio per armi e mafie, un centro papalino senza neppure un Francesco che lo salvi, un Nord tedescamente opulento. Un suolo calpestato e vinto come quello che dolente menta cantavano i poeti ed i patrioti dal trecento in poi. Un paese sgangherato che sputa bile e non costruisce più niente. Quasi che l’orgogliosa rinascita del dopoguerra, il boom del benessere e della crescita a potenza economica mondiale, siano già state archiviate come la parentesi accidentale di una terra che sa offrire solo fugaci esplosioni di creatività, lampi rapidi e subito tramontanti, una terra di sconfitta e disdoro. Dove la regola prima rimane: si salvi chi può, se ancora si può.

Luigi Galluzzo

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