Il presidente del Comitato europeo contro la tortura: “Nel caso Sole, violato il diritto”

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Parla Mauro Palma, fondatore di Antigone e presidente uscente del Comitato europeo di Strasburgo contro la tortura: “Alla violazione della libertà, il carcere di Opera aggiunge altra sofferenza. Camilleri pone la domanda fondamentale: perchè? L’ergastolo con fine pena mai in contraddizione con la Costituzione: diventa uno scorrere di giorni verso la morte”

Mauro Palma“Si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti. Questa elementare affermazione è spesso difficilmente compresa: si vuole sempre aggiungere qualcosa in più, qualche restrizione ulteriore, qualche briciolo di sofferenza aggiuntivo”. C’è anche questa logica dietro la storia di Alfredo Sole, detenuto nel carcere di Opera, condannato a due ergastoli con “fine pena mai”, al quale viene negata la possibilità di usare un computer per preparare la sua tesi di laurea in filosofia. Parole pesanti espresse dalla voce di uno dei più autorevoli e rappresentativi osservatori critici del sistema del carcere italiano. Mauro Palma, matematico, fondatore dell’Associazione Antigone per i diritti dei detenuti, già presidente del Comitato europeo di Strasburgo per la prevenzione della tortura, da anni si occupa delle condizioni di vita dei detenuti italiani. E con lui abbiamo parlato del caso di Alfredo Sole.

Mauro Palma, è possibile avere un computer in cella? E’ un diritto o una concessione?

Sì, è possibile averlo. E trattandosi di un sistema non collegato alla rete, non vedo quale differenza vi sia, rispetto alle esigenze di sicurezza, con l’avere una macchina per scrivere. La differenza forse va ricercata solo nel retropensiero di voler aggiungere qualche ulteriore privazione a chi, stando ristretto in una cella, è già privato del bene fondamentale della libertà. Non è un diritto averlo, ma un interesse legittimo che va comunque tutelato; di più in un carcere che dovrebbe tendere alla rieducazione sociale del condannato, le attività d’impegno personale e culturale dovrebbero essere facilitate, incoraggiate, anziché non precluse. Se la possibilità di avere un computer è negata dalla direzione del carcere, si può fare ricorso al magistrato di sorveglianza e se questi accoglie il ricorso e dispone che la direzione ne autorizzi l’uso, allora la questione acquista la connotazione di un diritto: il diritto a vedere eseguito quanto il magistrato ha disposto.

Come mai un detenuto che in un carcere ne aveva a disposizione uno, quando arriva a Opera non può godere più di questo diritto?

Domanda da porre alla direzione del carcere. Io posso soltanto osservare la disomogeneità di un sistema in cui le possibilità di vita detentiva sono sempre più connesse a decisioni locali e sempre meno a una visione globale della detenzione: ciò che è autorizzato e anche incentivato in un carcere è proibito in un altro, sulla base di mera discrezionalità. A questo si aggiunge il fatto che le decisioni del magistrato di sorveglianza non vengono assunte in molti casi come vincolanti, ma come indicative. E’ stata la Corte Costituzionale in una sua sentenza del 2009 a ricordare invece il carattere non semplicemente indicativo, ma prescrittivo di tali disposizioni.

La direzione di un carcere come può giustificare una tale violazione?

Mi chiedo se il detenuto abbia mai ricevuto un diniego scritto da parte della direzione del carcere, dopo l’accoglimento da parte del magistrato di sorveglianza del suo ricorso o se invece si sia soltanto rinviata la questione. Nel diniego scritto, se esistente, si farà riferimento senza dubbio a una valutazione relativa alla sicurezza e al buon ordine dell’istituto: una indicazione a maglie larghe che spesso contiene un eterogeneo universo di elementi, volto a coprire una decisione già presa. Nel caso specifico, mi attendo una risposta circostanziata da parte del direttore.

Alfredo SoleLa decisione di un giudice di sorveglianza può essere disattesa dal carcere come è avvenuto nel caso di Alfredo Sole?

La normativa che disciplina i reclami dei detenuti è materia dolente nel nostro paese. La Corte costituzionale, con sentenza del febbraio 1999 (la n. 26 di quasi quattordici anni fa) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo dell’Ordinamento penitenziario relativo al “diritto al reclamo” da parte del detenuto, poiché non prevede una tutela giurisdizionale nei confronti degli atti dell’amministrazione penitenziaria lesivi dei diritti di coloro che sono ristretti. In sostanza, la Corte ha detto che i reclami relativi a diritti non tutelati dovrebbero essere disciplinati per via giurisdizionale e non amministrativa, altrimenti ne viene meno il carattere di essere diritti. Se i diritti non sono tutelati adeguatamente – e, quindi, da un giudice – che diritti sono? Quindi, ha invitato il legislatore a provvedere, con un’apposita norma. Il legislatore tuttavia in questi quattordici anni ha avuto – evidentemente – altro a cui pensare e non ha provveduto. A questa situazione ha rimediato parzialmente la Corte di Cassazione con una sua sentenza del 2003. Tuttavia anche nel caso di una procedura giurisdizionale davanti al magistrato di sorveglianza, resta il nodo dell’effettività dei diritti: il nodo, cioè, di come le disposizioni del magistrato siano ottemperate da parte della direzione del carcere. E’ proprio il nodo aperto in questo caso.

Secondo lei, perché nel carcere di Opera è stato negato a Sole questo diritto?

Leggo la vicenda in termini di cultura interna a un istituto dove la fisionomia detentiva è principalmente dettata dall’alta sicurezza e dalla visione claustrofila che questa determina in tutto l’ambiente. Occorre riaffermare con forza che nel nostro sistema – come negli altri paesi europei – la privazione della libertà è di per sé il “contenuto” della pena; non richiede ulteriori afflizioni o privazioni. Si va in carcere perché si è puniti e non per essere puniti. Questa elementare affermazione è spesso difficilmente compresa: si vuole sempre aggiungere qualcosa in più, qualche restrizione ulteriore, qualche briciolo di sofferenza aggiuntivo. Certamente, qualora richiesto circa la motivazione della sua inottemperanza, il direttore di quel carcere darebbe ragioni di tipo diverso; eppure io credo che dietro di essa ci sia proprio questa cultura non esplicita e non riconosciuta del surplus di penalità da infliggere in taluni casi.

Come commenta le dichiarazioni di Andrea Camilleri, raccolte Andrea Camillerida “Malgrado tutto”, sul caso specifico?

Camilleri ridà drammaticità e senso a una storia che pure è piccola nella complessiva situazione del nostro sistema detentivo. La ridà con quella pregnanza che solo lo sguardo esterno e lo sguardo della cultura, della letteratura in particolare, può dare; la ridà attraverso una domanda: perché? Domanda minimale a cui non sappiamo rispondere; eppure domanda essenziale perché ci interroga sulla nostra visione del perché punire e del come punire. Se si vuole uscire da una visione medievale – uso il suo aggettivo – del carcere dobbiamo riuscire in quella complessa operazione di equilibrio tra l’assicurare la massima sicurezza dei non devianti e determinare la minima sofferenza di coloro che hanno deviato, perché la pena è comunque sofferenza. Il nodo sta in questo pendolo che continuamente oscilla tra un polo o l’altro, tra una sempre crescente richiesta di carcere, duro, chiuso all’esterno, e un periodico dibattito attorno alla necessità di provvedimenti di clemenza assunti sulla spinta di una situazione divenuta insostenibile. Ridare normalità alla pena e al suo percorso verso un possibile ritorno alla società è la richiesta che leggo dietro le sue parole.

La vicenda del computer di Alfredo Sole forse è un piccolo caso rispetto a quello che avviene nelle carcere italiane. Ma il fatto che quel detenuto provenga dal paese di Leonardo Sciascia, che abbia studiato, che abbia intrapreso un percorso di cambiamento non rappresenta per certi versi il simbolo di tanti detenuti che cozzano contro la logica spesso annichilente del sistema carcerario? E questo fa ancora più impressione visto che si tratta di un detenuto condannato all’ergastolo “ostativo”, cioè quel tipo di pena a vita che non prevede benefici, semilibertà e sconti di anni di carcere…

Considero già l’ergastolo di per sé una contraddizione con la Costituzione, almeno con il suo complessivo impianto se non anche con la lettera del suo articolo 27. Già la Corte costituzionale, a più riprese, aveva faticato in passato a giustificare la costituzionalità dell’ergastolo, affermando che la possibilità della liberazione condizionale, da esaminare dopo un congruo numero di anni di detenzione, non dava all’ergastolo la fisionomia di perpetuità e, quindi, restituiva significato al dettato di quell’articolo 27 che vuole la pena volta alla rieducazione. Faticosa argomentazione, al limite dell’ossimoro: la pena perpetua è giustificata in quanto non perpetua. Tuttavia questa stessa zoppicante argomentazione non regge più ora, visto che per taluni reati la liberazione condizionale non è più un’opzione possibile; il tutto indipendentemente dal percorso del singolo, solo sulla base del reato commesso molti anni addietro. Così la rieducazione – che per uno stato laico non è etica, bensì sociale – perde di senso e la pena diviene uno scorrere di giorni verso una morte, soltanto non inflitta subito, ma ritardata negli anni. Mi si obietta: c’è sempre una possibilità e questa risiede nel collaborare attivamente con gli inquirenti. Ma, difficile è la collaborazione ad anni di distanza e poi è accettabile che a questa finalità d’indagine siano connessi totalmente il destino di una persona e la fisionomia civile del nostro ordinamento?

Cosa può fare di concreto il detenuto Sole e cosa può fare la politica (c’è già un’interrogazione parlamentare) e la società civile per contrastare quello che Camilleri definisce “un sopruso”?

Si può, con tenacia, costruire una diversa cultura nel sociale. Perché le politiche penali sono sensibili agli umori del sociali e se oggi queste norme sono state adottate è anche perché esse hanno trovato il silenzio, se non anche l’esplicito consenso, nel sociale. Sono divenute utili sulla scena elettorale; solo quando non lo saranno più perché socialmente rifiutate il loro mutamento avrà percorso facile nelle aule parlamentari.

Gaetano Savatteri

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