Il Premio Racalmare-Sciascia raccoglie i contributi culturali per combattere e uscire dalla mafia”

|




Il Professor Giuseppe Ferraro, docente di  Filosofia Morale presso l’università Federico II di Napoli, interviene sulla polemica che si è abbattuta sul premio intitolato allo scrittore di Racalmuto: “Ho capito la reazione di chi si è dimesso per protesta dalla giuria del Premio. Per un momento. A rifletterci, non più, la trovo istintiva, significa sbattere la porta in faccia non solo a chi “ha cambiato la sua vita” assumendo una responsabilità sociale, ma anche a chi, ai tanti, a quanti nelle carceri svolgono un’azione di educatori, volontari, custodi…”

Giuseppe Ferraro

Penso all’inquietudine suscitata dalla notizia del Premio Sciascia che vede finalista il libro di Giuseppe Grassonelli. Mi sento parte in causa. Sono autore della postfazione che conclude il libro e lo “ragiona” nell’esigenza e nella finalità del suo scopo. Seguo Grassonelli da molti anni, testimone del suo percorso così come di tanti altri “ostativi” nelle carceri dove tengo corsi di filosofia. Chi scrive si iscrive nell’ordine della scrittura, i nostri sbagli sono dapprima errori di grammatica, ripeto ogni volta. Così “scrivere” diventa un monito di ricostruzione e di resipiscenza, facendo i conti dentro se stessi, dietro le sbarre, rendendosi “leggibili”.

Quello di Grassonelli non è un “romanzo”. È storia ripensata e descritta da chi l’ha agita. Anche Carmelo Sardo fa parte di quella storia che ha “visto” come cronista, dall’altra parte, da chi deve dare notizia. Da parte mia, è da chi ha la responsabilità da “intellettuale” meridionale per l’affermazione della democrazia nel proprio paese. Quel libro non è un esercizio letterario da premiare, ma il tentativo di operare un cambiamento reale in uno stato di cose ancora presente.

Ho capito la reazione di chi si è dimesso per protesta dalla giuria del Premio. Per un momento. A rifletterci, non più, la trovo istintiva, significa sbattere la porta in faccia non solo a chi “ha cambiato la sua vita” assumendo una responsabilità sociale, ma anche a chi, ai tanti, a quanti nelle carceri svolgono un’azione di educatori, volontari, custodi perché in uno Stato di diritto anche la pena sia tale nel rispetto della dignità umana. Giuseppe non appartiene alla mafia, l’ha combattuta per abbatterla, confinandoci, urtandovi. Una guerra dentro la mafia. Ne è uscito. Il reato non è la persona. Il reato resta quale è stato, le persone cambiano, se fanno un percorso che li porta dalla colpa alla responsabilità del proprio agire. Il danno sociale si ripara con il proprio impegno civile. Stare in carcere per venti, trenta anni e più, può anche non portare ad alcun cambiamento di scelta di vita. Non per tutti. E da quei non tutti ci si aspetta che siano espressione di una collaborazione sociale di giustizia, ci si aspetta che si facciano risorse umane per ristabilire una riconciliazione sociale. Giuseppe Grassonelli ha scritto anche una lettera alla comunità del proprio Paese cercando la fine di una violenza fratricida, non certo per chiedere armistizio o tregua di una guerra, ma per farla finita con ogni violenza marcata da interesse associativo.

Quel libro non è un romanzo, il suo valore è nella testimonianza che l’uomo può rendere non solo della cronaca conosciuta e confessata in quelle pagine, ma per andare oltre, per portare il paese oltre. Il libro si apre con una lettera al “mio nemico”. È un impegno verso se stessi e verso la propria comunità. Chi scrive si assume il compito di rispondere del proprio tempo e del proprio agire. Noi abbiamo un compito. Ci esponiamo a questo compito, l’affermazione della democrazia nel nostro paese chiudendo pagine di tragedia senza mai dimenticarle, ritrovando una coscienza pubblica perduta. Falcone diceva che la mafia è fenomeno umano e finisce come ogni storia, e noi di questa storia non siamo spettatori, ne siamo parte in causa come di quelli che devono abbatterla e farla finita. Dalla mafia si esce con una collaborazione sociale di giustizia da parte di chi fa del pentimento un valore di coscienza e non uno scambio di persona, dalla mafia si esce con un tribunale di verità, che permette a chi è imprigionato nelle maglie d’acciaio della rete della criminalità di non farne più parte. Il Premio Sciascia raccoglie i contributi letterari per combattere e uscire dalla tragedia della mafia e ritrovare un’etica sociale per una coscienza pubblica di comunità. Il passato si cancella scrivendo il futuro.

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *