Il percorso dei desideri

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Il racconto di Carlo Barbieri. Passeggiando per Palermo… nel 1950

Palermo, le vetrine di StuderEra bellissima e sempre la stessa, la “passeggiata lunga” che facevo spesso a Palermo con mio nonno. Si era nei primi degli anni ’50 e mio nonno e io “mano manuzza”, la mia manina nella sua, da via Agrigento dove abitavamo raggiungevamo via Libertà, poi piazza Politeama, via Ruggero Settimo… e lì la prima tappa: l’elegante pasticceria Sacchiero con le gentilissime commesse in divisa scura. Si diceva che Sacchiero bruciasse vaniglia per attirare i nasi – e si sa, una volta che hai arpionato il naso, il resto del cliente gli va appresso; vera o falsa che fosse la faccenda della vaniglia, il meraviglioso profumo evocatore di torte, biscotti e pasticcini appena sfornati si sentiva a decine di metri di distanza ed era molto difficile resistergli.

Altra tappa olfattiva era la salumeria Casarino al Massimo, che riversava nella piazza ondate di odori caseo-salumici che neanche il rinomato Dagnino Venzano riusciva a produrre. Miracolo della qualità di un tempo, ma anche conseguenza dell’assenza dei banchi frigoriferi che, se è vero che allungano i tempi di conservazione, sono pure la morgue degli aromi.

Si cambiava marciapiede, ed ecco la profumeria Russo con la sua bella vetrina dedicata ai giocattoli. Breve sosta, e altra botta di profumi incredibili, stavolta di rosticceria, dal Ristoro del Massimo, pochissimi metri più in là. Casarino e il Ristoro del Massimo non erano proprio di fronte, ma erano comunque vicinissimi e i profumi erano così forti e distinti, che se uscendo dall’uno ti fossi diretto verso l’altro attraversando via Maqueda in diagonale (cosa che il modesto traffico di allora avrebbe permesso) avresti potuto cogliere la zona in cui i rispettivi effluvi si combattevano, si alternavano, si sposavano. Se i nasi avessero una vita propria, quella animatissima terra, o meglio aria, di confine sarebbe stata il luogo in cui ognuno di loro avrebbe voluto vivere e morire.

Proseguendo sullo stesso marciapiede si incontrava Albano, un negozio di abbigliamento con qualche giocattolo in vetrina, ma era solo un piccolissimo anticipo di quello che offriva poco più avanti, in via Napoli, Studer. Studer non era un negozio di giocattoli. Era “Il” Negozio di Giocattoli, il Paradiso in Terra di bambini e bambine, L’Enciclopedia dei Desideri di qualsiasi essere umano al di sotto dei dodici anni. C’era veramente di tutto e di più, e davanti alle sue grandi vetrine ogni bambino si piantava e diventava inamovibile come se avesse messo istantaneamente radici.

Io, come ogni mio coetaneo, avevo fatto la mia personale graduatoria di sogni. Il primo, l’Inarrivabile, era un’auto vera, di dimensioni adatte a un bambino, con un piccolo motore a scoppio. Una cosa incredibilmente avantista per quegli anni. Aveva il posto d’onore in vetrina e doveva costare una cifra pazzesca, non arrivai mai a sperare veramente di poterla possedere.

Il sogno al secondo posto, sia pure con forte distacco, era una bellissima e completissima armatura da antico romano. Quella forse, un giorno, chissà… ma non arrivò mai.

Arrivò invece il terzo in graduatoria: un proiettore cinematografico che usava le pellicole “vere”, quelle da 35 millimetri. Andava a energia biomeccanica: in altre parole, a manovella. L’unica cosa di elettrico che aveva era una normalissima lampadina da sessanta watt che costringeva a proiettare nel buio più assoluto, come nei veri cinema; a differenza di quelli, però, nel mio era consentito parlare durante la proiezione, perché non c’era il sonoro… scusate, l’audio, se no i più giovani mi prendono in giro.

Quella del proiettore fu una scelta furba perché mio nonno conosceva i proprietari del poco distante cinema Bomboniera e riusciva a procurarsi spezzoni di film di Stanlio e Ollio, Charlot e Gianni e Pinotto provenienti dai frequentissimi taglia e incolla con cui gli operatori alla proiezione riparavano le fragili pellicole di celluloide. A un certo punto imparai la tecnica e cominciai a unire pezzi di pellicole diverse utilizzando l’acetone. Divenni così artefice e proprietario di allucinanti cortometraggi unici al mondo in cui storie e protagonisti cambiavano ogni pochi secondi. Purtroppo non mi resi conto che, nel mio piccolissimo, stavo facendo cinematografia sperimentale.

O forse stavo semplicemente vivendo una specie di Nuovo Cinema Paradiso tutto mio.

Quelle meravigliose passeggiate lungo il mio Percorso dei Desideri se ne andarono improvvisamente e per sempre con mio nonno nel 1955.

Insieme a tante altre cose belle.

Carlo Barbieri

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