Il passato è una terra straniera?

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Ieri, oggi e domani. Dopo la provocazione di Colpi di Spillo, si apre il dibattito sul valore della memoria. Gaetano Savatteri si chiede: “Dobbiamo studiare e cercare il passato, ma possiamo rimpiangerlo?”

Racalmuto - Foto di Konrad Helbig (1954)Il passato come risorsa o come zavorra? La memoria: capitale di risorse per il futuro o rifugio nel passato? Su queste domande, dopo un provocatorio colpo di spillo lanciato da questo giornale, si è aperto – sulla rete, almeno da quel che riesco a vedere e seguire – un dibattito serio e importante. Naturalmente, questa discussione che riguarda Racalmuto (forse non a caso, visto l’interesse che questa comunità ha avuto e ha per le proprie radici) può estendersi a molti altri centri della Sicilia, all’intera nazione.

 

 

Ho sempre creduto e credo al valore della memoria condivisa: sia della storia che della microstoria. Proprio in questi giorni, ad esempio, Paolo Mieli arriva in libreria con il volume “I conti con la storia. Per capire il nostro tempo” che già dal titolo ribadisce il ragionamento che lo studio del passato serve a comprendere il presente.

E’ dunque chiaro che tutto il lavoro che hanno fatto e fanno pagine facebook come “Semplicemente Racalmuto” di Nicolò Rizzo, blog come “Archivio e pensamenti” di Piero Carbone o “Parlo in foto” di Salvatore Alfano o singole iniziative come sta facendo Dario Navarino ripescando vecchie foto o il lavoro del gruppo che sta catalogando le bandiere del Cilio (ma ce ne sono molti altri che magari in questo momento non ricordo) servono a formare una sorta di memoria collettiva per immagini.

La rete e i social network, peraltro, agevolano questi percorsi, mettendo in relazione anche persone che vivono lontane dal luogo d’origine, in una mescola di ricordi, precisazioni e documenti che finicono per formare un archivio permanente, che mette insieme ricerche storiche e rimembranze personali, fatti grandi e piccoli, vissuti familiari o di gruppo.

D’altra parte, proprio a Racalmuto, questa è un’operazione che va avanti da decenni: con gli studi storici di Eugenio Napoleone Messana, con le ricerche di Angelo Cutaia, con le iniziative della Pro Loco negli anni Ottanta (ricordiamo ancora la mostra sui racalmutesi illustri dell’Ottocento, promossa da Leonardo Sciascia, che raccoglieva i ritratti di alcuni maggiorenti locali) e con moltissime altre iniziative e manifestazioni che affondavano nel patrimonio storico e tradizionale di questo paese. La rete ha accelerato e democratizzato ancor più questo processo. Ed è un bene.

Racalmuto, fontanaL’idea, credo di Nino Vassallo, di formare un archivio elettronico per immagini, aperto al contributo di tutti, è ottima. La presenza oggi a Racalmuto di alcuni bravi fotografi come Alessandro Giudice Jyoti, Nicolò Rizzo, Andrea Sardo, Lillo Conte contribuisce ad arricchire, con immagini del presente, questo passato fotografico. Ecco perché, ad esempio, nel luglio scorso Malgrado tutto ha organizzato con Shobha Battaglia un workshop di fotografia che ha lasciato al paese un ulteriore patrimonio fotografico, che sarebbe bello continuare a implementare e mettere in comune.

Ma c’è una cosa che mi sorprende. Di fronte ad alcune immagini del passato di Racalmuto, riproposte sulla rete, spesso ritrovo commenti carichi di rimpianto. Capisco la nostalgia di chi vive lontano dal paese (sentimento al quale siamo esposti noi emigrati), mi stupisce semmai il rimpianto per i bei tempi andati, quando si era poveri ma felici, quando c’era più armonia, più solidarietà, e così via.

Vedendo una foto di cinquanta o settant’anni fa, siamo poi così sicuri che quelli fossero veramente tempi felici? Calogero Taverna, autore di una puntigliosa opera di controstoria racalmutese sul suo blog “Contra Omnia Racalmuto”, intervistato da Salvatore Picone per Malgrado tutto, dice – traduco con parole mie – che di fatto la storia è finita, che bisogna seppellire il passato e pensare al futuro. Immagino che si riferisca proprio al sentimento del rimpianto che a volte accompagna certe immagini o storie del passato.

Siamo sicuri che oggi Racalmuto sia peggiore di mezzo secolo fa? Chi ha l’età, ancora ricorda le strade senza selciato, le case senz’acqua potabile, il teatro abbandonato, i servizi inesistenti, i beni monumentali privatizzati o inaccessibili, cinquanta o quaranta o trent’anni fa.

Possiamo dire tutto quel che vogliamo, ma oggi per decoro urbano, per servizi generali (sia pure a salatissimo prezzo, come la tassa sulla nettezza urbana), per disponibilità di spazi comuni, Racalmuto è sicuramente più attrezzata di ieri, anche se con gli inevitabili guasti di una modernità scomposta, figlia di quel processo tutto meridionale che viene definito “sviluppo senza progresso”.

Racalmuto, fine Ottocento - Foto Luisa Hamilton Caico

E dunque. Possiamo rimpiangere le case di gesso, fredde d’inverno e infuocate d’estate, dove vivevano dieci persone, senza servizi igienici e senza adeguate condizioni di abitabilità? Possiamo rimpiangere le mosche, i pidocchi, le malattie e i bagni di DDT spruzzato per le strade, accanto alle tele di sugo di pomodoro per l’astratto?

Quelle immagini del passato, ora ripulite dalla memoria e dalla nostalgia, ci dicono anche quali erano le condizioni sociali di Racalmuto, per buona parte della sua popolazione. E se la memoria dei singoli, compresa la mia, può ingannare, allora basta citare, a caso, alcune pagine delle Parrocchie di Regalpetra, pubblicato nel 1956:

“Tremilacentotrentacinque poveri sono troppi per un paese di circa dodicimila abitanti; ma sono poveri, come si dice, ritirati, non rovesciano nelle strade lo spettacolo della loro miseria (…)

Il paese è umido. Non una di queste case è nata dentro l’occhio di un architetto; murate a gesso, si intridono di nebbia come carta assorbente, fioriscono all’interno di muffe (…)

Nelle case terragne i poveri riempiono vecchie bacinelle a smalto o tegami di coccio di una brace più effimera, i groppi delle fave o le stoppie di paglia (…)

I materassi pieni di paglia stillano acqua. Dormono con i vestiti, cadono subito nel sonno macellati di stanchezza. Anche i ragazzi si gettano a dormire così, col fango e la polvere addosso (…)

A dieci anni sono già allogati a servizio, sono bocche di meno in casa, i padroni danno da mangiare e in più qualche vestito smesso che le mamme pazientemente riadattano e rattoppano (…)

Un ragazzo mi racconta di un suo fratello, di qualche anno più grande e già va a giornata, che è allupato di fame. La sua scodella di minestra non gli basta, la finisce in un momento; e subito si avventa, lui dice, ad aiutare gli altri (…)

Ogni anno mi capita di perdere due o tre alunni, e sul registro metto in inchiostro rosso, nella parte riservata alle annotazioni, accanto al nome di ogni alunno che se ne va, emigrato in Belgio, o in Francia o nel Canadà (….)

“La mattina del Santo Natale – scrive un altro – mia madre mi ha fatto trovare l’acqua calda per lavarmi tutto”. La giornata di festa non gli ha portato nient’altro di così bello. 

Eccco, Racalmuto nel 1956 era anche questo.

Possiamo e dobbiamo cercare immagini e testimonianze del passato. Anzi, dobbiamo farlo soprattutto per ricordare le ingiustizie e i soprusi di quel tempo, per correggere le nuove ingiustizie e i nuovi soprusi. Ma non è certo un passato che possiamo rimpiangere.

Gaetano Savatteri

 

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