Il partito (quasi) unico di Renzi e lo stereotipo del consenso

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Riflessioni a margine dei tre giorni della Leopolda. Consenso non vuol dire democrazia e ancor meno libertà.

Renzi Leopolda

I tre giorni della Leopolda a Firenze, dove per il quinto anno si riuniscono i renziani offre l’occasione per riflettere sul rapporto fra democrazia e consenso. Una premessa: consenso non vuol dire democrazia e ancor meno libertà. Semmai è vero il contrario. Una democrazia è tale soltanto se è capace di riconoscere libertà e cittadinanza a chi non dà il proprio consenso nei confronti dei poteri e dei governi. Se ci si dovesse basare esclusivamente sul consenso per la legittimazione di un regime politico, sarebbero i sistemi totalitari e non quelli democratici, al di là di ogni retorica, a stare in testa alla classifica. Milioni di uomini, nel secolo scorso, marciarono vestiti dello stesso colore e dettero il loro consenso entusiasta al potere di un duce e chi non lo dette fu ucciso, imprigionato, represso, ridotto al silenzio.

Oggi noi viviamo in democrazia, vestiamo come ci pare, diciamo (quasi) tutto quello che pensiamo per strada, sui giornali, nelle scuole e nelle università, su twitter e su facebook. Eppure qualcosa non va. Come è stato detto, l’allargarsi della partecipazione consentito dai i mass media si è strasformato in un dominio pressoché dilagante degli stereotipi.

Che cos’è uno stereotipo? E’ una visione semplificata, schematica e ripetitiva di una qualche realtà che condividiamo. La pubblicità, per esempio, è la più grande produttrice attuale di stereotipi. Dei biscotti fatti come in casa (dunque non in casa) in un mulino collocato in un paesaggio bello e incontaminato offre, per esempio, lo stereotipo di un mondo buono fatto di cose buone. Ma uno stereotipo è anche il dilagare dei ‘mi piace’ in facebook. E’ infatti lo stereotipo del consenso. Ora, dal punto di vista del consenso che si ottiene con i ‘mi piace’, è difficile distinguere una democrazia da una non democrazia. Ma vi sono altri due elementi da non sottovalutare.

Il primo è che, rispetto ai partiti di formazione tradizionale, ci stiamo avviando verso una sorta di partito (quasi) unico, chiamato da Renzi partito della nazione, in buona parte costruito su un consenso massmediale piuttosto che territoriale. Non è una novità il tipo di partito non territoriale, è una novità il partito (quasi) unico in un contesto dove destra e sinistra si confondono. Il secondo è che questo partito, il PD, è contrastato da un altro partito, il 5Stelle, che nasce sul crollo della partecipazione, ma la cui opposizione è avvolta dal dubbio amletico sul che fare con la politica e con l’antipolitica.

Il gran numero dei ‘mi piace’ che segnalano il consenso, occultano il silenzio di chi si allontana dalla politica, dalla partecipazione e dalla democrazia, perché il ‘non mi piace’ non è previsto. Avere un grande consenso ma solo sulla metà dei cittadini, perché l’altra metà si tiene fuori dalla politica è sicuramente una patologia della democrazia. Se non lo fosse, faremmo fatica a distinguere un sistema democratico da un sistema totalitario (anche se con le camicie a fiori piuttosto che di un solo colore).

Negli anni ’60 il sociologo americano Lipset, introducendo un famoso libro di Roberto Michels, scrisse: “L’elemento distintivo e più prezioso della democrazia è la formazione di una élite politica nella lotta competitiva per ottenere voti da un elettorato prevalentemente passivo”. Si tratta di decidere se il sistema democratico è uno strumento per legittimare con il consenso, ma in assenza di partecipazione, le oligarchie al potere (magari in alternanza) oppure un modo di allargare la partecipazione attiva includendo la libertà del dissenso e la forza dell’autonomia di ciascuno. Dove si colloca il PD? E 5Stelle? Tutto lascia pensare che ad avere vinto a sinistra come a destra sia l’idea di democrazia teorizzata dall’elitista Michels e ribadita da Lipset.

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