Il Papa, il pane e Peppino

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La storia della domenica

Peppino Dalli Cardillo con Benedetto XVIIn una casa siciliana, profumata di pane fresco, appena spunta in televisione Benedetto XVI, tutti puntano gli occhi verso il teleschermo. Grandi e piccini scrutano tra le facce che affollano le liturgie solenni, sotto le volte della cappella Sistina. Poi, finalmente, quello che ha la vista migliore di tutti esclama: “Ecco, lo vedete? Peppino! Sì, là a destra, no più in qua. Lo vedi? E’ Peppino nostro. Quant’è beddu”. Tutti si affannano davanti alla tv per vedere Peppino, tra esclamazioni di compiacimento. A un certo punto, il più piccolo e il più ingenuo degli telespettatori di questa casa siciliana fa una domanda, tra lo sbigottimento degli altri: “Ma chi è quello tutto vestito di bianco accanto a Peppino?”.

C’è un uomo che canta alla destra del Santo Padre. E’ un baritono. Ha una faccia simpatica, una moglie insegnante, tre figli e una parlata girgentana che nemmeno un decennio all’ombra di San Pietro è riuscita a cancellare. E’ uno dei diciannove coristi della cappella musicale pontificia Sistina, uno dei diciannove cantori del Vaticano, uno dei componenti del più antico, famoso e prestigioso coro del mondo. Il suo nome è Giuseppe, detto Peppino. Il suo cognome Dalli Cardillo. Viene da Agrigento e, senza scomodare nemmeno un onorevole, è riuscito ad entrare nel più esclusivo e selezionato coro sacro del mondo.

Non sappiamo bene cosa pensi Peppino Dalli Cardillo quando alza gli occhi al cielo intonando un canto gregoriano e sopra la sua testa scopre la potenza degli affreschi di Michelangelo o la santità del Cupolone. Immaginiamo che tuttora, nonostante ormai da un decennio sia un dipendente dello Stato Città del Vaticano, continui a stupirsi. E forse ripensa a quand’era un bambino, nel panificio di suo padre che si apre sulla piazza del municipio di Agrigento, quella piazza tutta scoscesa chePane siciliano sembra stia scivolando giù verso la valle dei Templi e il mare africano. Forse proprio in quel panificio, tra filoni da mezzo chilo, mafalde, torcigliati con la giuggulena, farina e biscotti regina, Peppino cominciò a canticchiare. Forse nei lunghi pomeriggi sulla spiaggia di San Leone, il giovane Peppino cominciò a strimpellare la chitarra, rifacendo il verso a Lucio Dalla e Francesco De Gregori.

Ne è passato di tempo da allora. Peppino decise di seguire il suo istinto e il suo talento, aiutato e sostenuto dai familiari, dai genitori, dai suoi cinque fratelli. Dopo il liceo, conservatorio a Caltanissetta. Peppino sognava di diventare un tenore, si proiettava sui grandi palchi d’opera: la Scala di Milano, il Massimo di Palermo, il Metropolitan di New York. Alt, calma ragazzo. Silvana Alessio Martinelli, la sua insegnante di canto, gli spiega che non sarà mai un Otello, né un Alfredo, né un Rodolfo. La voce di Peppino è quella di un baritono che, come ci spiegano le enciclopedie musicali in vendita nelle edicole per noi che ne capiamo poco e male, “ha un’estensione di quasi due ottave: dal La della prima ottava al Sol della terza”.


Il Municipio di AgrigentoIl ragazzo studia, si impegna, si diploma. Ma cosa può fare un baritono ad Agrigento? Peppino non si demoralizza. E’ abituato a faticare sodo, con umiltà e determinazione. Si perfeziona a Firenze con Paolo Washington e Ugo Benelli, poi all’accademia di Katia Ricciarelli. E con la Ricciarelli partecipa a recital e spettacoli in giro per la Sicilia e per l’Italia. Ma, quando c’è bisogno, non disdegna di suonare ai matrimoni e se lo chiamano si mette all’organo della cattedrale di san Gerlando, il patrono di Agrigento che forse soffre per la devozione esagerata riservata al suo collega e rivale San Calogero (ma questa è un’altra storia).

Chissà se Peppino si è rivolto a san Giurlanno o a san Calò. Certo è che quando nel 1998 si è presentato all’audizione per il corso della cappella Sistina sapeva che era un’impresa ardua, quasi impossibile. E’ vero che Peppino aveva una certa pratica di canto polifonico e gregoriano, avendo cantato a lungo con il coro di Santa Cecilia di Agrigento. Ma una cosa è un coro agrigentino, con tutto il rispetto parlando, altra cosa è il coro del papa, le cui voci arrivano dritte al settimo cielo. Peppino si prepara.

In famiglia fanno il tifo per lui, ma sanno che bisogna solo sperare e pregare. Non è che uno può cercarsi una raccomandazione con il papa per fare entrare un figlio nel coro della cappella Sistina: non ci può né un onorevole e forse manco un vescovo e perfino un cardinale fa fatica. Perché nel coro del papa o uno è bravo oppure è scarso. E siccome sono solo diciannove, appena uno prende la nota sbagliata se ne accorgono tutti, in mondovisione. Pure il papa se ne accorge, perché Ratzinger suona il piano e uno spartito sa com’è fatto.

Tramonto sul CupoloneMa Peppino sbaraglia i cento candidati. Si aprono per lui le porte del Vaticano. Le guardie svizzere si fanno da parte, si spalancano i cancelli della cappella Sistina, si schiudono i passaggi segreti della città leonina: Peppino Dalli Cardillo da Agrigento ora canta nell’ombelico del mondo, quello stesso coro al quale diede la sua impronta san Gregorio Magno e che accompagna da sempre i momenti storici di ogni papato. Mica male, no?

Come vedete, uno su mille ce la fa, come cantava qualche tempo fa Gianni Morandi. Ecco perché non è né una barzelletta né un’irriverenza se ad Agrigento, ogni volta che inquadrano in televisione la cappella Sistina e vibrano le ottave baritonali, affiancate dalle voci bianche di quaranta ragazzini, tutti si chiedono: “Ma chi è quello vestito di bianco accanto a Peppino?”.

Gaetano Savatteri

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