Il Papa che se ne va e il futuro della Chiesa

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Tante le incognite che accompagnano la decisione di Benedetto XVI°. Perchè ha lasciato? Quanto hanno influito sulla sua decisione le lotte interne al Vaticano e gli scandali che hanno travolto la Chiesa negli ultimi anni? Chi sarà il suo successore? Quali sfide lo attendono?

Benedetto XVI°E ora? Cosa sarà ora del soglio di Pietro? Chi calzerà i sandali papali? Chi guiderà la Chiesa nel suo tormentato cammino di inizio millennio tra i flutti degli scandali e le faide intestine che la percorrono? Sono questi gli interrogativi di tutti, l’aria che tira sotto il colonnato in fondo a via della Conciliazione, nei ristorantini frequentati dai preti per Borgo Pio, in quella terra di santità e appetiti terreni che è la chiesa nella sua interiorità più profonda e più vera.

 

 

In queste ore capita di sedersi ai tavolini di un bar, oppure di ordinare una pizza in una di quelle osterie che somigliano ancora a quelle che mescevano vino prima del 1871 e non di rado si sentono voci di preti inveire sommesse, con la felpaggine che hanno gli uomini di Chiesa, contro la scelta pavida del Pontefice che se ne va, mentre altri, in pubblico e in privato, parlano del dolore sofferente di una scelta dovuta. Dentro e fuori le mura si odono voci discordi e pensieri divergenti, chi agita spettrali dossier che hanno fatto rabbrividire la tempra provata dalle malattie del Pastore tedesco e chi imputa alla sola stanchezza interiore quel gesto dirompente perché inedito da secoli. Qualcuno pensa che dopo aver tentato invano di rinnovare la Curia percorsa da scandali, dalla pedofilia allo Ior, la sempre discussa banca vaticana, Benedetto sedicesimo abbia dovuto lasciare spinto a ciò dalla congrega del potente Segretario di Stato, l’uomo degli intrighi per alcuni, della salvezza terrena per altri, ma con perfidia tedesca, dimettendosi il Papa, abbia voluto trascinarla con se, nella sconfitta, quella congrega. Altri pensano che il teaologo tedesco dal pensiero forte abbia voluto evitare di ripetere il calvario del suo predecessore e voglia portare la croce nel chiuso di Castel Sant’Angelo, nel suo futuro luogo di reclusione volontaria, non a caso in quella che è stata per secoli la prigione vaticana. Chi gli succederà ora? Un Papa nero, che segni una rivoluzione anche mediatica, per riattrarre l’attenzione che si era spenta oppure era stata deviata sugli aspetti meno nobili del cattolicesimo terreno? Un Papa che abbia la novità dirompente che ha avuto Obama in politica. Immaginare il primo incontro in America Obama con un Papa di colore, e soprattutto portare la linfa viva delle nuove cristianità nel corpo stanco e cadente di una latinità vecchia dei suoi duemila anni di storia vissuta e tragica. I cardinali italiani saranno così deboli o lungimiranti da permetterlo? Accetteranno il sacrificio delle glorie terrene per rinnovare dall’interno l’Istituzione che si vuole portatrice della volontà di Dio? Il passo è stretto e breve. Prima di Pasqua è stato detto, un conclave breve prevedono i veggenti esperti di cose di Curia, un paio di fumate nere e poi “habemus papam”. E mentre in tanti rivedono Michel Piccoli nella sua parte di Papa malinconico e depresso, e mentre Nanni Moretti che l’aveva immaginata ora tace, la scena del Papa che se ne va con la sua croce privata e dolorosa, riempie le scene dei telegiornali, interroga i cuori credenti e le intelligenze scettiche, nel dramma personale c’è la tragedia collettiva dei messaggeri di Dio che nel millennio della secolarizzazione, nell’età della grande crisi, alle soglie di un passaggio che sembra evocare in chi ci crede e lo teme, le peggiori profezie millenaristiche e gli spettri più cupi del dissolvimento, sperano che chi porterà la croce da Pasqua in poi la conduca verso la resurrezione delle anime e dei corpi e non dentro un abisso di incognite che, quelle sì, farebbero paura a un mondo intero, l’occidente, o quella sua parte almeno, che continua a non potersi non dire cristiana.

Luigi Galluzzo

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