Il Paese di Sciascia. Lascia o raddoppia?

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Che fare di Teatro, Fondazione e Castello Chiaramontano? Sbaraccare tutto? Racalmuto non ha più soldi per i propri sogni di grandezza. Ma c’è un’altra ipotesi: puntare ancora più in alto

altChi si trovava al teatro Regina Margherita di Racalmuto la sera del 24 gennaio scorso, per la rappresentazione dell’opera “Il giorno della civetta”, ripresa dalle telecamere di Rai 5, ha sentenziato: “Il paese era assente”. E con molta precisione ha elencato il numero degli spettatori che superava di poco il centinaio. Purtroppo la considerazione che il paese di Racalmuto è assente non vale solo per le serate al teatro comunale. Infatti, il paese è assente dalla piazza nelle serate invernali come in quelle estive; è assente in molti eventi culturali o sociali che si svolgono a Racalmuto, tranne che in occasione dei riti collettivi tradizionali come feste, funerali, comunioni, cresime, novene di Natale, recite scolastiche. Oggi, è brutto dirlo, ma è la verità, Racalmuto appare all’occhio del visitatore un paese assente perché svuotato.

Perché? Le cause sono molteplici: l’impoverimento del tessuto economico, un’espansione geografica centrifuga, un drastico calo demografico e un consumo culturale e ricreativo sempre più individuale e parcellizzato.

Se le cose stanno così, allora la constatazione che “il paese è assente” va a saldarsi con un’osservazione fatta recentemente dai commissari Filippi Romano, Enrico Galeani ed Emilio Saverio Buda. Nell’ultima conferenza stampa, i commissari straordinari del Comune di Racalmuto hanno spiegato, parlando a proposito della Fondazione Leonardo Sciascia e dei suoi costi, che Racalmuto “non può caricarsi da sola sulle spalle l’eredità di Sciascia”.

Un nuovo modo di vivere gli appuntamenti culturali – cioè il fatto che ciascuno di noi ha ormai la possibilità di scegliere cosa vedere, dove andare e a cosa partecipare – e la drastica riduzione delle risorse pubbliche pongono una domanda sulla politica culturale di Racalmuto dei prossimi anni. Una domanda che, molto brutalmente, è questa: ha ancora senso tenere aperto un teatro e in piedi una Fondazione dedicata allo scrittore quando non ci sono più soldi per la loro gestione?

Usiamo un paradosso. Visto che in questo momento al teatro Regina Margherita, anche per ragioni di agibilità, l’accesso è consentito a un pubblico che non può superare le 150 persone, si può giustificare la realizzazione di una stagione che costerebbe cinquantacinquemila euro (tanto era il contributo annuale del Comune alla Fondazione Teatro Regina Margherita) per una decina di spettacoli rivolti a centocinquanta persone? Costerebbe meno regalare alle 150 persone di Racalmuto che amano il teatro un abbonamento al teatro Pirandello di Agrigento o allo Stabile di Catania o al Biondo di Palermo.

Discorso simile potrebbe farsi per le attività pubbliche della Fondazione (tranne tutto ciò che riguarda la conservazione, la custodia e la ricerca sui documenti dell’archivio Sciascia). Tanti sforzi per portare nomi importanti o per affrontare temi spesso specialistici di fronte a un pubblico risicato.

Ormai è ingenuo pensare che ci siano occasioni che coinvolgono tutto il paese. Ciascuno prende l’automobile, si collega a un computer e organizza il proprio tempo andando dove vuole, andando a cercare nel mondo o sulla rete quello che cerca: film, teatro, musica, libri, mostre.

La verità che oggi Racalmuto ha più contenitori che contenuti.

La prima soluzione sarebbe quella di sbaraccare tutto.

Questo non significa chiudere teatro e Fondazione, ma ridimensionarli alla realtà locale. Facciamo un esempio: piuttosto che spendere soldi per richiamare nomi di attori e di compagnie illustri, il teatro sarebbe aperto prevalentemente per le realtà paesane e del territorio: filodrammatiche, gruppi amatoriali, saggi scolastici, spettacoli delle scuole di ballo. Tutto questo coinvolgerebbe il pubblico locale a un costo praticamente prossimo allo zero.

Questa ipotesi significa lasciare, cioè ridimensionare i grandi sogni di Racalmuto commisurando le possibilità di spesa non tanto alle risorse del Comune, ma mettendole in asse con la fragilità della realtà economica.

L’altra ipotesi, invece, è quella di altraddoppiare.

Per essere più chiari: se fino ad oggi Fondazione, teatro Regina Margherita e Castello Chiaramontano costavano complessivamente oltre centomila euro all’anno (un costo ormai insostenibile), l’obiettivo potrebbe essere quello di rivolgersi alla Provincia, alla Regione, al governo centrale e a soggetti privati per mettere insieme il doppio se non il triplo delle risorse.

Ma per farne cosa? Non certo per organizzare una stagione teatrale o per l’ordinaria attività della Fondazione e del Castello, ma per varare, ad esempio, una Settima Sciasciana concentrata e collocata in un periodo tra giugno e settembre.

Durante quella settimana l’intero paese potrebbe diventare lo scenario naturale nel quale far vivere eventi teatrali, concerti, mostre, incontri letterari e culturali, occasioni enogastronomiche capaci di attrarre un pubblico proveniente dall’esterno.

Tutti sappiamo che per convincere la gente di Grotte, Agrigento, Catania o Palermo a venire a Racalmuto bisognerà offrire però appuntamenti straordinari e irripetibili.

Insomma, bisogna creare un “evento”, come usa dirsi con parola abusata, in grado di portare migliaia di persone.

Tutto questo allora sì che potrebbe creare un indotto economico per il paese: pranzi, cene, pernottamenti e anche pubblicità per il paese di Sciascia. La Settimana Sciasciana, solo se realizzata in questo modo, può diventare un appuntamento simile al Cous Cous festival di San Vito Lo Capo, al Festival del Jazz di Castelbuono, al Festival del Cinema di Marzamemi (tanto per citare luoghi che possono essere assimilati, più o meno, a Racalmuto).

Il paese di Sciascia è dunque di fronte a una scelta di fondo: chiudersi o aprirsi, lasciare o raddoppiare.

Una sfida che dovrà affrontare la prossima amministrazione comunale ed è bene che chi aspira a candidarsi a sindaco – ma anche tutti gli operatori culturali di Racalmuto – comincino fin d’ora a porsi questa domanda.

Che fare di questo paese?

Gaetano Savatteri

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