Il minatore analfabeta

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Il tuo racconto per Malgradotutto

Si chiude oggi, con il racconto di Ignazio Scimè, il nostro concorso. La partecipazione è andata aldilà delle nostre previsioni, ecco perchè abbiamo prorogato i tempi. A tutti gli scrittori che hanno partecipato, da ogni parte d’Italia, il nostro grazie. Adesso la giuria – composta da Agata Gueli, Salvatore Ferlita, Giancarlo Macaluso, Gero Miccichè, Carmelo Sardo, Gaetano Savatteri, Paolo Terrana (segretario) – si metterà al lavoro per decidere il vincitore, o la vinvitrice, e la data in cui avverrà la premiazione. Vi terremo informati su tutto. Intanto ancora grazie a quanti hanno partecipato e un affettuoso in bocca al lupo a tutti.

Il minatore analfabeta
di
Ignazio Scimè

altUfficialmente aveva sedici anni quando Carmelo iniziò a lavorare in miniera. Sedici, ce ne volevano e lui ne aveva due in meno. Era un “caruso” senza padre e con una madre che si arrangiava per campare la famiglia. Carmelo è di un piccolo paese minerario ricco di sale e di zolfo. L’odore acre e il rossastro dello zolfo colato che sembra mare colore di vino gli hanno segnato la vita. Scalzo e nudo passa da una miniera all’altra, sempre dentro le povere gallerie. Il “caciummu” non è diverso dal sale. Stesso sacrificio per i minatori, stessa sorte buttana.

E’ il 1943 quando Carmelo, diciassettenne analfabeta, capisce che qui, in questo luogo senza Stato, non si può stare. Si ribella e se ne va a Roma. La miseria della guerra lo ha fatto maturare: ma questo non serve a cambiare le cose. Torna a piedi nel suo paese, ancora più umido sempre più povero. La galleria, la dannata miniera di Gibbillini è l’unica possibilità di lavoro. Non si scava più con i picconi, la ganga si trasporta con i vagoni. Il progresso è arrivato anche qui, ma i pericoli sono rimasti. Per i minatori s’intende che per ‘calare alla pirrera’ si devono conoscere gli amici degli amici. Vecchia storia che si ripete. Padroni, capimastri, ingegneri: loro contano perché sono “Pampina”. Carmelo si umilia e accetta il lavoro di aiuto mastro. Le sue braccia servivano per costruire muri di sostegno dentro la miniera, sotto la luce di una citalena. Era testardo, Carmelo. Lo racconta ancora oggi con un pizzico di orgoglio. Grazie al suo carattere il grado di occupazione a Gibbillini avanza. Sempre più in alto, sempre più umiliati dalle condizioni terribili dei lavoratori. E la mafia, che gestiva anche la ricchezza del sottosuolo era più potente che mai. Ma l’aria nel continente cambiava. Le forze della sinistra avanzavano. I padroni delle miniere iniziarono a dare qualche contentino ai poveri zolfatari della sperduta miniera di Gibbillini. Il sangue si doveva succhiare, quant’è vero iddio! Me ne fotto della sicurezza, ripetevano i capimastri, cinici e spregiudicati come sindaci, deputati e persino arcipreti. Zolfatari che spesso non ricevevano la paga del giorno perché non avevano soddisfatto le esigenze di chi si atteggiava.Zolfo di Sicilia
Anche Carmelo si sentiva un topo dentro la miniera. Pronto a cercare la via d’uscita se il pericolo incombeva per i minatori nudi.
Non si dimentica facilmente l’odore acre e il rossastro dello zolfo colato. E il vino che la sera serviva a far dimenticare e a pensare oltre l’antimonio.
Col passare degli anni l’analfabeta ragazzo è cresciuto. Ha fatto carriera in galleria. Ora è martellista. Estraeva lui e tanti come lui lo zolfo grezzo. Ma il senso di ingiustizia che Carmelo sente su di lui pesa di più di un carico di zolfo. Non ci sono più i capimastri adesso. Ci sono i sindacati che prendono le decisioni. Lui entra a far parte della commissione interna dei lavoratori. Membro di minoranza, si capisce, ma pur sempre dentro per cambiare, tentare quantomeno.
A Palermo, convocato dai padroni della miniera, a Carmelo gli viene proposto di firmare attestati di avvenuto adeguamento del luogo di lavoro secondo legge. Documenti falsi, si capisce, che servivano per intascare contributi regionali. Il rifiuto di Carmelo è netto. E cambia anche il trattamento nei suoi confronti da parte dei padroni che poco prima erano stati servizievoli cortesi compiacenti.
Si organizza in miniera una assemblea dei minatori e Carmelo comunica quanto accaduto a Palermo. I rapporti diventano sempre più tesi con i Paciguerra ed suoi ruffiani Pampina e Capimastri da una parte ed il sindacato e Carmelo dall’altra.
La tensione in miniera aumenta di giorno in giorno, i sovrastanti e guardaspalle dei padroni sempre più guardinghi e sospettosi.
Carmelo chiese ad un ingegnere di effettuare la rotazione del personale: tutti a giro dovevano lavorare in galleria. Una proposta inaccettabile. I due arrivarono alle mani. A placare la lite intervenne un amico e compaesano di un pezzo grosso di un grosso partito politico, che pistola in mano scansò l’ingegnere: – Arraggiunala cu mia sta cosa – disse. Sei un porco servo, spara cornuto o sai sparare solamente “DarrieriluPitruni” (alle spalle). Si era messo contro i mammasantissima, il povero Carmelo che una mattina fu avvertito da alcuni amici. “Carmè… sta sira ti vuonnu fari la festa”. Non va a lavorare e tramite la Camera del Lavoro invia una nota al giornale “L’Ora” con il quale comunica che se gli succederà qualcosa i mandanti sono i proprietari della Miniera di Zolfo di Racalmuto. Carmelo è ormai un’ossessione per tutti coloro che a vario titolo hanno interessi a Gibbillini: proprietari, politici, malandrini, capimastri e ruffiani lagnusi. Sarà questo che porterà Carmelo fuori dalla miniera senza più lavoro. Carmelo è a spasso, con moglie e tre figli da sfamare. Siamo nel 1959. Cominciano le promesse lavorative della CGL, ma senza tessere anche il sindacato gira le spalle. E’ un uomo disperato. Sente ancora l’odore acre dello zolfo bruciato, rosso fuoco e vampate del Grisù.
Ha pochi soldi in tasca. Li spende per andare al cinematografo.
Quel giorno proiettano un film che ha come trama il traffico di cocaina. Carmelo a quel punto si spoglia dalle vesti di zolfataio-sindacalista che si batte per la legalità e veste i panni del truffatore. D’altronde le regole della pancia, sua e dei suoi figli, vengono prima di ogni altra legge qualsiasi sia la fonte. All’indomani Carmelo è in piazza. Diventa “chiazzaruolo” come tanti, va a cercare un certo Pippinu l’usuraio. Gli propone di investire nel lucroso traffico di cocaina. Pippinu accetta la proposta e vende immediatamente una casetta, che aveva estorto al povero venditore di “lanceddre” con bottega vicino la chiesa del Collegio. Con tre milioni di lire Carmelo va a Roma. Invece della cocaina compra quattro bei vestiti con camicia e cravatta e torna in paese. Compra i materassi per i suoi figli e una Opel berlina Bianca con il tetto verde. A Pippinu l’usuraio consegna un bel pacco di bicarbonato. Un truffa vera e propria. Pippinu, convinto di detenere cocaina e non bicarbonato, la nascose in campagna in una buca nel terreno in attesa di piazzarla. Ma altdopo qualche giorno l’amara sorpresa, il bicarbonato-cocaina era stato rubato ed attorno alla buca nascondiglio c’erano impronte di ruote di Jeep. Il sospetto cadde sui carabinieri. Per Carmelo fu una dolce sorpresa, riuscì a truffare a Pippinu.

Carmelo non lavorava più, vestiva sempre “scicchi”. Macchina elegante, sigarette alla moda. Uno che ha capito come gira il mondo e che i soldi si fanno senza travagliare. In paese si diffonde la voce che con lui si può guadagnare. Viene chiamato da altri signorotti del paese per affari. Lui ci sa fare. Gli affidano dieci milioni per acquistare ad Asti cocaina pura. Puro bicarbonato anche questa volta sarà il carico che arriverà in paese. Stavolta Carmelo non era solo. Cerca ad un certo punto di rendere partecipe il compagno di avventura e di fingere un sequestro della Polizia: “Certu ca si la Polizia ‘ni fa na perquisizioni tutti cosi ni levanu” – dice Carmelo. Rivolgendosi a Luigi che non capì cosa le voleva fare intendere Carmelo. Truffa nella truffa. La finta cocaina venne consegnata agli investitori. Prima di cominciare a jttari, questo era il termine convenzionale sinonimo di spacciare, i futuri spacciatori si sono voluti accertare della bontà della merce, se non altro per stabilire il prezzo delle singole dosi. Due di loro si recano a Palermo per farla analizzare da un chimico di fiducia: – Tornate a mezzo giorno che vi do l’esito. Duttu, com’è? – Si aviti acitu pi deci anni siti a puostu! – Fu a quel punto che Carmelo scopri che tra i pseudo trafficanti c’era pure un brigadiere della Benemerita e un vigile urbano. Tentarono in tutti i modi di farsi restituire i soldi, anche con minacce.
Si canticchiava allora in paese una cantilena: “Spiziali, ‘nsurai Sbirri cu tanto di cappieddu, Ieru pi futtiri e futtuti fuoru. Di un tintu Surfararu“.

Carmelo decide di allontanarsi dal paese e si reca a Torino, ma non sa di essere un segnalato di Pubblica Sicurezza. Si finge un commerciante ambulante di tessuti, frequenta sempre lo stesso ristorante di lusso. Con il cameriere del locale si instaura un buon rapporto a seguito delle generose mance che oscillavano tra le quattro e le cinque mila lire. Il cameriere intuisce che Carmelo ha a che fare con la cocaina e gli procura un incontro con un signore di Milano interessato all’acquisto di una partita di roba. L’incontro con il milanese va a buon fine, stabiliscono le condizioni dell’affare e fissano un nuovo incontro per lo scambio a Voghera. Carmelo sta pranzando al solito ristorante, una avvenente ragazza si avvicina e gli chiede se può sedere al suo tavolo. Un giovane del profondo sud, che più profondo non si può, si sarebbe subito montato e chissà quali e quante fantasie gli sarebbero passate per la testa fino a stordire come in preda ad una indescrivibile ubriacatura. Un’avventura con una continentale sarebbe stata una indimenticabile esperienza da portare in paese come un trofeo da raccontare agli amici, magari con l’aggiunta di qualche fantasia di contorno.

Ad un uomo come Carmelo abituato a diffidare pure dalle mura bastano pochi indizi per avvertire tuttavia la puzza del pericolo. Una ragazza che lavora in lavanderia deve lavorare un mese per potersi pagare un pranzo in un ristorante di lusso di quel genere. Ed allora? La ragazza è “Muffa”, questo è il termine che nel gergo della malavita si usa per indicare uno sbirro o un poliziotto, in questo caso una sbirra o una poliziotta. Carmelo prepara il solito pacco di bicarbonato-cocaina e va a Voghera, è pronto per un’altra truffa. E’ in viaggio da Torino per Voghera e viene sorpassato da tre auto, in una di queste riconosce la ragazza del ristorante. La bella ragazza del ristorante era davvero “Muffa”. Allora si libera del pacco e si reca lo stesso all’incontro a Voghera. I due trafficanti di bicarbonato – cocaina vengono fermati e portati in Questura. Carmelo non ha niente, l’altro ha con se una valigetta. Carmelo chiede insistentemente il motivo del fermo, perché non c’era ragione per cui doveva essere trattenuto ancora per un solo minuto in Questura. Il Commissario capisce tutto, apre la valigetta del milanese e saltano fuori cento milioni di lire. Le facce di tutti i presenti si tramutano comprese quelle dei poliziotti. Finisce in cella. In paese si era già sparsa la voce che era stato preso con un carico di cocaina e che sarebbe stato a lungo in galera. Solo tre giorni e tutto finisce. E torna in lui il ricordo dell’odore dello zolfo e davanti a se il rossastro mare colore del vino.

Basta con il traffico di bicarbonato-cocaina. Ed allora che fare? Il taxista. Sono anni duri, mantenere una famiglia con i guadagni di un taxi, in un piccolo paese della Sicilia, è molto difficoltoso. I clienti sono rari. Ma ne passa uno, ogni tanto, che vale più di cento. Scrive libri, ogni tanto interviene sui giornali. Qui lo chiamano “U professuri”. Era stato maestro a scuola. U Professuri non guidava e chiamava spesso Carmelo per essere accompagnato in campagna. Si appassionava dei racconti interminabili della vita di Carmelo. I “percorsi” si allungavano sempre, come le storie e le avventure di Carmelo. Carminù – disse una volta u professuri – di sta storia ci veni un film “Il minatore Analfabeta”.

Ignazio Scimè

Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale

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