Il mare tinto di vino

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Il tuo racconto per Malgradotutto

Vista la grande partecipazione che il nostro concorso sta registrando e le tante richieste che in questi ultimi giorni ci sono pervenute, abbiamo deciso di prorogare al 31 gennaio 2013 il termine ultimo per l’invio dei vostri racconti. Slitta, quindi, in primavera la scelta della giuria composta da Carmelo Sardo, Giancarlo Macaluso, Gero Micciché, Toti Ferlita, Agata Gueli, Paolo Terrana e Gaetano Savatteri, dei migliori racconti che saranno pubblicati in volume e del vincitore del concorso che riceverà in dono un’opera originale del giovane artista Giuseppe Cipolla. Ricordiamo che “Il tuo racconto per Malgradotutto” è un’iniziativa con la quale il nostro giornale apre le sue pagine alla fantasia, alla creatività e al gusto della scrittura. Una sfida, se si vuole, lanciata a tutti quelli che amano leggere e amano scrivere. Le modalità di partecipazione al concorso le trovate sul sito Malgrado tutto web nella sezione “Il tuo racconto”.

Il mare tinto di vino
di
Salvatore Silvano Messina

altAgata aprì la porta sentito il dlong breve dopo un dling prolungato. Si trovò davanti il marito Alfio con la testa china, le braccia penzoloni, inerte. Dopo parecchi secondi, il coniuge alzò la testa, la guardò in viso e scoppiò in lacrime. “Che c’è Alfio, che ti è successo?”. L’uomo alzò la mano destra in cui teneva la lettera di licenziamento. Non c’era bisogno di leggere: lei capì all’istante. Sul pianerottolo abbracciò il marito in preda a singulti irrefrenabili.

 

“Non ti abbattere! Dai, ci sono io che lavoro ancora; vedrai, troverai un altro posto”. Quelle parole non consolavano il coniuge che continuò il suo incontenibile pianto. Poi sentì una trazione debole e ripetuta sul pantalone della gamba destra. Guardò in basso: era la figlioletta Angela di sei anni che, accorata, disse:
“Papà, perché piangi? Ti fa male il pancino?”.
“No … cioè, non sto bene piccina mia”, le rispose il padre.
“Tra poco mi passa, anzi, mi è già passato. Su, andiamo nella tua stanza a giocare mentre la mamma prepara la cena”. Alfio era fortemente affezionato a quella bimba sensibile e vivace. Specialmente da quando era in cassa integrazione passava più tempo a giocare con lei. Era il suo trastullo. Al contrario col maschio di 19 anni, già da un pò non si scambiavano parola; non avevano proprio niente da dirsi, solo screzi verbali. La moglie lavorava in un negozio di abbigliamenti, praticando modifiche agli indumenti della clientela. La paga era a prestazione: un misero guadagno che, aggiunto al salario del marito, consentiva la sopravvivenza della famiglia, ma che ora, non sarebbe bastato a sfamare tutti neanche per una settimana. Il direttore del negozio aveva un debole per Agata e saputi i suoi problemi economici si offerse di aumentarle la tariffa delle prestazioni, se si fosse però concessa a lui. La donna rifiutò riluttante.
Quella notte Alfio, non riuscì a fare l’amore, sconfortato; così da allora in seguito. Inizialmente la moglie lo incoraggiava, ma dopo ogni tentativo fallito, si voltava dall’altra parte, dapprima silenziosa, poi contratta a trattenere il pianto. Dopo mesi di astinenza, quasi per caso, si ritrovò ad autogratificarsi; consuetudine poi di ogni notte. Quando Il marito, per l’insonnia ostinata, benchè affogato nell’alcol, se ne accorse, accentuò la disistima di se stesso.
Alfio aveva 49 anni, era Perito Industriale e per 20 anni aveva lavorato alla MPC Technologies a Catania. Quel colosso dell’informatica risentì della crisi economica sin dal 2007. Prima degli ingegneri cominciarono ad essere licenziati i non laureati.
Il disoccupato cominciò a cercare altri lavori. Purtroppo la crisi investiva più settori, per cui, colpa anche dell’età, non trovando un lavoro congeniale, si accontentava di mestieri, anche pesanti: lavori sempre interinali. Peraltro il suo fisico s’affaticava subito, non abituato a certi sforzi e lo costringeva ad abbandonare quasi subito un lavoro gravoso. Per sopperire alle deficienze del marito, la moglie faceva la badante; oppure puliva nei condomini, mantenendo il lavoro nel retrobottega del negozio di tessuti. Nella famiglia il dialogo cominciò ad impoverirsi. L’astio dominava specialmente tra moglie e marito. L’unica che manteneva uno certa animazione ed una minima armonia, era la bambina, più propensa a dialogare col padre, l’elemento più debole.
“Vi state rovinando le belle mani”, disse il direttore del negozio, osservando le mani rose di Agata mentre le tratteneva tra le sue. “Userò più i guanti”, rispose la subalterna, senza sottrarre le sue mani da quelle dello spasimante. L’uomo notò che Il tono di Agata non era più duro nelle risposte come prima. Era il momento di intensificare il tentativo di seduzione. Le parole infuocate ed i gesti del negoziante infransero la resistenza di Agata già fiaccata dalla esuberante fantasticheria erotica notturna. Così si lasciò alzare di peso e distendere sul bancone della sartoria, dove riprovò sensazioni dimenticate. Da quel giorno i due diventarono amanti.

Alfio, ormai smunto e depresso aveva rinunciato a cercare lavoro. Restava a casa sbrigando le faccende domestiche e giocando con Angela in attesa che la moglie, sempre più in ritardo, rientrasse. Non lo sfiorava minimamente l’idea di un tradimento. Il direttore del negozio, scapolo, ed Agata, alla lunga, s’innamorarono. Della coppia, lui mal sopportava che la sua amata dormisse con quella larva umana anche se non la sfiorava minimamente; credeva che un uomo, giacendo con una donna, viene sempre assalito dalla libidine, pur non riuscendo ad accoppiarsi. Agata doveva troncare quel matrimonio. Se il marito non avesse approvato, non sarebbe stato difficile convincere un giudice che la moglie subiva violenza da un alcolizzato. In effetti Alfio ricusò tutte le scuse della moglie per separarsi. Con le lacrime agli occhi arrivò a dirle che, se per lei il problema era la mancanza dei rapporti sessuali, le consentiva, pur di salvare l’integrità familiare, di trovarsi un amante. Andare in tribunale fu inevitabile.
altDurante il dibattimento l’avvocato di Agata notò subito la difficoltà a trovare prove della violenza del marito sulla moglie. Di quel passo avrebbero perso la causa: occorreva l’intervento di un fatto eclatante che sconcertasse il giudice e la pubblica opinione. Dopo breve riflessione, Agata suggerì a voce bassa qualche cosa all’orecchio del suo difensore, al quale, s’illuminò il volto. Il giureconsulto, confabulando col giudice a bassa voce, fece aggiornare l’udienza al prossimo mercoledì, a porte chiuse.
Nella successiva assise, presenti psicologi ed assistenti sociali, l’avvocato di Agata giustificava l’aggiornamento del dibattimento per intervenuti fatti nuovi. Chiamò come testimone Angela, la bambina, che si sedette, attorniata da psicologi, con una bambola in mano. Con molta circospezione il legale cercò di entrare in confidenza con la bambina. Esauriti i preliminari, chiese:
“Giochi spesso con papà?”.
“Certo”, rispose la bimba, girandosi sorridente verso il padre, infastidito per quell’evento inatteso. “E qual è il gioco che fate di più?”.
“Arri, arri cavalluccio”. “Ti piace tanto?”. “Sì, signore”. “E che fa papà quando gioca ad “arri arri cavalluccio”?”. “Mi mette sulle sue gambe e mi fa saltellare”.
“Durante questo gioco papà ti bacia?”. La bambina, sempre voltandosi verso il genitore: “sì, mi bacia e io bacio lui”. “Ma ti bacia come i fidanzati?”. La bambina scoppiò a ridere. Poi ricomponendosi rispose: “io sono la fidanzata di papà”. “Sempre durante quel gioco ti tocca …”. La bambina con la faccia inebetita non rispose. Intervenne l’avvocato di Alfio che, sollecitando l’intervento della psicologa, chiese al giudice l’interruzione di quell’interrogatorio. “C’è un’accusa ben definita, avvocato”, intervenne il giudice, “dobbiamo appurare i fatti. Continui avvocato”. “Angelina, ascoltami bene” proseguì il legale di Agata, “hai mai visto papà nudo?”. Angela sorrise maliziosamente, poi guardando la madre rispose: “non so se lo posso dire”. “Parla, amore”, la spronava la mamma. Poi guardando il padre ed arrossendo: ” io mi vergogno”. “Parla, parla”, la incitavano la madre, l’avvocato e la stessa psicologa. “Ecco qualche volta … ho guardato dal buco della serratura quando lui andava in bagno; ogni volta però ho detto l’Ave Maria, pure quando spiavo mio fratello…”. Risata generale. L’avvocato di Agata invece si fece più serio.
“Dimmi Angela è mai successo che mentre giocavate a papà fosse scivolato il pantalone o il pigiama?”.
La bambina scoppiò a ridere. Il rappresentante di Alfio si alzò di scatto.
“Signor giudice, col vostro permesso, chiedo l’immediata sospensione di questo interrogatorio tendenzioso, volto solamente a fare dire ad un’innocente cose mai accadute e delle quali il padre non si è mai macchiato!”.
“E no! E no!”. L’interruppe Agata, alzandosi come una forsennata. “Forse la bambina non riesce a dare il giusto nome alle cose, ma ve lo dico io come si sono svolti i fatti, signor giudice, poiché quella visione a me brucia, perché mia figlia è stata violata! Tornando un giorno a casa ho trovato mio marito con i pantaloni abbassati che teneva a cavalcioni sul suo sesso eretto la bambina…”. “Noooo!No! Questo no!”, esplose Alfio, alzandosi d’impeto e svincolandosi dai carabinieri che lo trattenevano.
“Io con la mia creatura, queste sozzerie … lasciatemi, lasciatemi! Siete voi i porci, mia moglie … essere immonda … Perché buttare fango sulla nostra creatura … maledetta, vuole la sua libertà? che se la prenda pure, ma non insozzi il mio angelo con le sue lordure. Riuscì a scappare con nelle orecchie il grido della figlia:
“Aiuto! Papà, portami con te! Salvami!”.
Si diresse sul lungomare verso nord con la sua vecchia Alfa 156. Durante il tragitto tra un’imprecazione e l’altra, trangugiava vino da una bottiglia nascosta in macchina. Oltrepassata Acitrezza, si fermò e discese verso la spiaggia dove si distese appoggiandosi ad una grossa pietra, con le scarpe quasi lambite dalla risacca. Finì di scolarsi la bottiglia. L’eco delle parole della moglie gli rimbombava sempre più alto nelle orecchie.
alt“Io quelle porcherie … puttana ha venduto ed infamato la figlia per che cosa? Se avessi saputo che tramava quest’orrido, mi sarei subito allontanato dalla sua vita. Per me i bambini sono angeli caduti dal cielo e la mia bambina è il mio angelo custode, colei che mi dava la forza di andare avanti, che impediva la completa disgregazione della famiglia. Violarla? E’ un’idea che mi fa inorridire; se mai solo mi avesse sfiorato un pensiero del genere, mi sarei subito suicidato. Povera la mia bambina! Tua mamma ha violato la tua innocenza; lei sì, esponendoti al pubblico ludibrio ha abusato di te più di un violentatore. Bambina mia, strillavi ferita, mi cercavi; ma io verrò a salvarti, non avere paura, ti toglierò dalle grinfie di quel mostro”. Guardò all’orizzonte dove notò un sole settembrino che si accingeva a tramontare. Con gli occhi colpiti dai raggi abbassò lo sguardo verso il mare. Quell’abbaglio gli fece percepire degli strani riflessi rossi sulla tremolante superficie del mare, lunghe strisce di colore rosso vino che si accavallavano insieme alle onde schiumose. Il caldo del pomeriggio e quello all’interno del corpo generato dall’alcol, lo rilassarono al punto che si addormentò. Non ebbe nozione di quanto avesse dormito sotto quel sole rovente, ma si svegliò dopo avere sognato la figlia che veniva braccata dai gendarmi, che poi si trasformavano in mostri, capeggiati da una donna mascherata da sacerdotessa, la moglie, i quali, dopo averla denudata su un altare, si accingevano a possederla al comando della consorte, che intanto la scudisciava. A quel punto la bambina cominciava a strillare: “Aiuto,Papà! vienimi a liberare”. Svegliandosi di soprassalto, si ritrovò a dire in preda al terrore. “Sì, piccina, Arrivo subito!” Resosi conto di avere sognato, si asciugò il sudore. Poi guardò davanti a sé: il sole già tramontato appariva come un grosso disco rosso, infuocato. L’irradiazione, pur’essa rossastra, tingeva lo sfondo del cielo del colore delle fiamme. Quella volta, specchiandosi sul mare vesprino, lo trasformava in una distesa purpurea, inframmezzata da qualche segmento biancastro, originato dalla schiuma delle onde che si accavallavano. Per un momento dimenticò il suo rancore e scacciò la sua angoscia.
“Che bello!”, esclamò,”una distesa enorme di vino, di rosso vino”.
Dilatando le narici avvertiva l’odore del dolce nettare che gli sembrava si sprigionasse da quelle onde schiumose che, per lui, erano tanti punti in cui, invisibili mano versavano barili e barili dell’inebriante liquore.
Poi guardò di nuovo il disco del sole, ancora più dilatato che sembrava esprimere tanta angoscia per la costrizione ad affogare dentro quel mare. Mirò a lungo l’astro, incapace di vincere quella forza che voleva mandarlo giù. Rimase fisso ad osservare quella lunga agonia; poi lentamente quella palla rotonda cominciò a trasfigurasi, prendendo pian piano delle sembianze umane.
“Ehi, ma quella…non è…mia figlia?”.
Trasalì, vedendo il suo bene più prezioso pronto ad essere inghiottito dall’abisso. Quel volto, una maschera di pianto con le gote infuocate, da lontano si rivolgeva al padre e implorava aiuto. Si alzò di scatto, barcollando per trovare il baricentro:
“Figlia mia, vengo subito, tieni duro; io nell’acqua non so nuotare, ma nel vino … nel vino mi muovo come un pesce”.
Tenendo le braccia tese a croce, si incamminò e poi si immerse in quel mare di vino, allungando più che poteva il passo con lo sguardo proteso verso il sole piangente, finchè il pelo dell’acqua non lo sommerse del tutto.

Salvatore Silvano Messina

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