Il mare nel cuore

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Il tuo racconto per Malgradotutto

Vista la grande partecipazione che il nostro concorso sta registrando e le tante richieste che in questi ultimi giorni ci sono pervenute, abbiamo deciso di prorogare al 31 gennaio 2013 il termine ultimo per l’invio dei vostri racconti. Slitta, quindi, in primavera la scelta della giuria composta da Carmelo Sardo, Giancarlo Macaluso, Gero Micciché, Toti Ferlita, Agata Gueli, Paolo Terrana e Gaetano Savatteri, dei migliori racconti che saranno pubblicati in volume e del vincitore del concorso che riceverà in dono un’opera originale del giovane artista Giuseppe Cipolla. Ricordiamo che “Il tuo racconto per Malgradotutto” è un’iniziativa con la quale il nostro giornale apre le sue pagine alla fantasia, alla creatività e al gusto della scrittura. Una sfida, se si vuole, lanciata a tutti quelli che amano leggere e amano scrivere. Le modalità di partecipazione al concorso le trovate sul sito Malgrado tutto web nella sezione “Il tuo racconto”.


Il mare nel cuore e nella mente
di
Cettina Callea

(Racconto ispirato ad un fatto realmente accaduto)

altLa luna piena splendeva alta nel cielo e zio Totò sembrava esser tornato indietro di almeno sessant’anni, quand’era ancora ragazzino e lavorava con suo padre sul peschereccio di famiglia. Nettuno si chiamava, quel peschereccio, come il dio del mare. Importante doveva essere il suo nome. Ecco perché aveva ascoltato le parole dell’unico zio che nella sua famiglia aveva studiato. “Totò, chiamala Nettuno ssà varca, accussì cumanni tu, ‘mmenzu o mari!” . Di comandare, non aveva comandato mai suo padre, buon’anima, un sant’uomo era! E non gl’importava. Ma aveva sempre campato con dignità e tra alterne fortune era riuscito a mantenere tre figlie femmine e a dar loro una dote adatta a matrimoni rispettabili. L’unico dolore di cuore gli derivava dal fatto che tutte e tre avevano sposato tre “viddani”, possidenti, lavoratori…ma di mare… non capivano niente! Meno male che il Signore gli aveva donato suo figlio Totò, marinaro fino alle ossa. A lui avrebbe lasciato quel peschereccio dal nome divino, e a lui avrebbe tramandato il suo mestiere.

 

Quella notte, ancora una volta, sotto la luna d’argento, rivedeva davanti ai suoi occhi lo spettacolo di cui aveva goduto per tutta la vita nelle umide notti estive, quando tutto lasciava presagire che quel mare sarebbe stato tanto generoso e benigno, prodigo di quel ben di Dio che gli avrebbe consentito tanti “sprazzi” con amici e parenti. Mah! Di tutti i tipi ce n’erano di barche, grandi, piccole … lo capiva dalla luminosità delle lampare … assai, assai erano ‘ste barche stanotte! Contento si sentiva zio Totò. Però, non si capacitava su cosa stesse succedendo. Mah! Era troppo tempo che non vedeva cose simili. Aveva troppi acciacchi. Dolori reumatici, diabete, colesterolo. E poi quei maledetti vuoti di memoria che lo torturavano, lo stordivano, lo rendevano insicuro, lui, che coraggio ne aveva avuto quanto un leone. Che ci faceva a mare di notte? Non aveva più bisogno di lavorare. I suoi figli erano laureati, belli e sistemati. I due piccoli, però, vivevano al Nord e da quando era morta sua moglie lo andavano a trovare solo una volta l’anno e restavano “quantu u diavulu stetta in paradisu”!
Strano era, ma intanto non mancava niente, le barche, il silenzio, l’umidità delle notti d’estate. Lui, persino l’odore sentiva, del mare. Mah! Può essere che era l’effetto di tutti quei medicinali che prendeva … veleno, ci mettevano dentro quei farmaci! Sistemavano una cosa e ne guastavano un’altra!
altTutto perfetto era. Però, non si ricordava come c’era arrivato su quella barca … non era possibile che tutto fosse tornato come prima. Erano anni che non “usciva” a mare. Si sentiva stordito. Il cuore batteva forte forte. Non è che stava male? E poi, da solo, che ci faceva sul peschereccio? Un’ombra si faceva strada verso di lui. Chi era? Niente! Sicuro che era colpa dei medicinali! Ah, Peppe era! Sì, ma vestito con camice e pantaloni verdi non poteva stare su un peschereccio. Che era cosa di fare quel mestiere? Le punture sì, quelle manco te le faceva sentire, tanto aveva la mano leggera, ma su un peschereccio non era proprio cosa di starci!
“Zio Totò, che bell’aria fresca, stanotte! Rientri, rientri, che sennò una polmonite ci prendiamo!” . Zio Totò pareva imbambolato, fissava il suo “mare”, quella calma distesa d’acqua puntinata di luci che i suoi occhi volevano vedere. Ancora una volta si sentiva il re di quel mondo incantato, Nettuno, come il suo peschereccio.
Un colpo di tosse e l’incantesimo si spezzò. Peppe lo prese dolcemente dal braccio e lo accompagnò lungo il balcone. “Talè, Peppì! Lo vedi che è bello! Quanti varchi ca cci sù stanotti!”. Tante, tante barche e i ricordi legati ai sentimenti più antichi.
Il giovane infermiere comprese che quella notte era avvenuto un miracolo per quel vecchio stanco dagli occhi vivaci . “Sì, è troppo bello, zio Totò, bellissimo!”
Nella camera numero quindici, lo aiutò , come sempre a indossare il suo pigiama, gli diede le gocce per l’insonnia; lo fece distendere con garbo , gli rimboccò le coperte e fissò attentamente la sbarra di ferro per evitare cadute notturne. “Buonanotte, Peppì, hai visto che mare, stanotte?” “Sì, zio Totò, ho visto, ho visto. Dormiamo, che s’è fatto tardi!”
Peppe spense la luce della stanza profumata di disinfettante, uscì sul balcone e s’accese una sigaretta. Sorrideva commosso, pensando alla fortuna che zio Totò aveva avuto quella notte d’estate. Il mare, quel vecchio lo aveva nelle ossa, nel cuore e nella mente, insidiata ormai dall’oblio. Il mare non era sotto i suoi occhi, era nascosto oltre quel paese disseminato di luci, disteso ai piedi della collina. Il mare era lì, proprio lì dietro, vasto e distante, ignaro dell’immensa gioia di zio Totò.

Cettina Callea

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