Il mare che si chiama tempo

|




Il tuo racconto per Malgradotutto

Vista la grande partecipazione che il nostro concorso sta registrando e le tante richieste che in questi ultimi giorni ci sono pervenute, abbiamo deciso di prorogare al 31 gennaio 2013 il termine ultimo per l’invio dei vostri racconti. Slitta, quindi, in primavera la scelta della giuria composta da Carmelo Sardo, Giancarlo Macaluso, Gero Micciché, Toti Ferlita, Agata Gueli, Paolo Terrana e Gaetano Savatteri, dei migliori racconti che saranno pubblicati in volume e del vincitore del concorso che riceverà in dono un’opera originale del giovane artista Giuseppe Cipolla. Ricordiamo che “Il tuo racconto per Malgradotutto” è un’iniziativa con la quale il nostro giornale apre le sue pagine alla fantasia, alla creatività e al gusto della scrittura. Una sfida, se si vuole, lanciata a tutti quelli che amano leggere e amano scrivere. Le modalità di partecipazione al concorso le trovate sul sito Malgrado tutto web nella sezione “Il tuo racconto”.

Il mare che si chiama tempo
di
Lillo Mendola


altQuantu latti ?….,oj un litru Zi’ Gì…
Si quella mattina in famiglia c’eravamo risvegliati due in più,occorreva più latte per la colazione.
– Scendi tu, mi raccomando non lo far cadere mentre …acchiani li scali..-
Si apre il portone,non senza il solito cigolio seccato poiché esposto perennemente al sole ,all’apertura la capra con testa nera ed occhi languidi, fa un salto ed entra in casa, lu Zi’Ginu con mano esperta la posiziona con la testa fuori dalla porta e li minni d’intra, comincia a mungere.
Il latte scorreva con mirabile precisione dalla minna al tegame componendo un dolce suono metallico che man mano proseguiva ,andava attutendosi fino a non sentirsi.

 

– Zi’ Gì.. tutta schiuma è –
Che mai l’avessi detto.. la mungitura continuava alternandosi con soffiate miste a sputazza ,condite da grida confuse ,…tamarichhièè…..erano i nomi vanniati , che servivano a non disperdere le capre gravide di latte, e che nello stesso tempo ammaliavano le stesse come se fosse stata un’antica melodia araba ; il primo tegame era riempito, con fare lesto lu Zi’ Ginu acchiappa un’altra capra lasciando “occhi languidi” ,l’operazione di mungitura proseguiva tra una schiumata ed una sciusciata.
Sutta lu tascu la fronte bianca con i capelli che fuoriuscivano carichi di sudore,il naso arso e gli occhi piccoli, abituati a restringersi per non farsi accecare,nel quotidiano pascolo, dalla luce del giorno ,le labbra smunte ma ben lubrificate ,in mano un bastone sottile e morbido , più che battere le capre serviva ad indirizzarne il percorso e comunque utilizzato con dolcezza paterna.
Lu Zi’ Ginu ci parla con le capre e loro ricambiano con l’abbondanza del latte che ogni mattina consegna ,porta a porta, direttamente in casa di li cristiani ,lasciando una scia di escrementi ,piccole palline nere, per le strade del Paese che ne delineavano il percorso mattutino e le soste fatte.
Come una sorta di Pollicino ante litteram.
Portava con sé delle misure di latte che corrispondevano al mezzo litro,spesso non li usava, l’occhio allenato ed il numero di mungiture erano più che sufficienti a stabilire la quantità del latte erogato.
E’ una sorta di rito la colazione del mattino, lu pani “cu la giuggiulena” spezzettato lasciato cadere ni lu cichiruni,assomiglia a tante barchette galleggianti prima che s’inzuppano per immergersi nel mare di latte,a quel punto il cucchiaio lì pisca e portato in bocca sembra di degustarne,in maniera separata,sia la fragranza del pane che la genuinità del latte.

Non aggiungevamo zucchero, per gustare in pieno quei sapori primordiali.
Sono i ricordi da bambino, quando in occasione delle feste si tornava dal collegio, contrapposto al brusco risveglio delle cammarate, l’acqua gelida delle fila di rubinetti dei bagni,il correre per ascoltare la “prima missa” giornaliera in latino,frasi incomprensibili che con l’odore delle candele accese , riconciliavano il sonno spezzato.
La colazione con il latte di lu Zi Ginu non era paragonabile con l’enorme refettorio,che ci accoglieva , il latte in polvere bollito con una fetta di pane ed una marmellata in porzione confezionata con carta trasparente .
Colazione che , sia pur non desiderata, era procrastinata alla iniziale preghiera di ringraziamento al Buon Dio che ce l’aveva procurata, sottoforma di finanziamenti della Regione a cui li parrina con voluttà attingevano.
altErano animati da carità cristiana,mangiavano nello stesso refettorio con noi,in un tavolo più grande messo di fronte alla fila di banchi dove eravamo seduti noi bambini.
Di diverso c’era la qualità e la quantità della colazione: uova fresche da bere spirtusati con maestria da entrambi i lati da vuglie o da stuzzicadenti che riposti nel tavolo sembravano piene, prosciutto cotto e crudo affettato ,salame,mortadella, bruschette con origano e pomodorino di Pachino,sia asciutte che bagnate , per i preti più anziani, latte fresco ingurgitato con e senza caffè ed infine frutta fresca che andava dall’uva alle pesche,dal melone bianco al cantalupo ,al melone rosso e alle immancabili arance della piana di Catania.
Dopo la sfilata di tutto questo ben di Dio,capivamo perché il ringraziamento a nostro Signore lo facevano anche dopo la colazione, per pudore eravamo esonerati dal farlo anche noi.
Spesso ,quando tornavamo a lu paisi,al posto del latte per colazione mangiavamo ricotta, che andavamo a prenderla direttamente dalla Za’ Carminè ,moglie di lu Zi’ Ginu.
Abitavamo vicini , con lu Zi’ Ginu , nel cortile senza sbocco,loro tenevano la stalla con le capre all’altezza della strada da cui avevano ricavato un cammaruni dove ,oltre alla paglia fieno e legna, vi era posizionato al centro un callaruni .
Noi ragazzi aspettavamo ,con trepidante attesa , che si compisse il mistero della ricotta. Nella stanza era posizionata una grossa pentola affumicata, dentro la quale oltre al latte fresco di capra,si aggiungeva il sale ed il caglio,cioè un fermento che garantiva al latte di coagularsi e trasformarsi in cagliata,quando la temperatura arrivava intorno agli 80 gradi, sgorgava come d’incanto il latticino ricavato dal siero del latte ovino che residuava dopo la cottura del formaggio : era la “ricotta calda” che con maestria la Za’ Carminè, raccoglieva con una paletta e la deponeva con delicatezza nei nostri tegamini,aggiungendovi il siero.

Sembrava fosse l’iceberg che fuoriusciva dal mare,si mangiava calda la ricotta con l’aggiunta di pane o mafalda.
La nostra famiglia invece produceva un altro tipo di odorì : fumieri di cavaddi,muli e scecchi,che si sprigionava in particolar modo la mattina quando si puliva la stalla.
V’era una certa tolleranza con il vicinato, poiché ognuno aveva qualche animale in casa, non ultime le galline che scorazzavano per la vanedda inseguiti spesso dai cani.
La mattina quando tornavo a lu paisi, stavo ore affacciato alla finestra, per vedere l’umanità in movimento.
Passava “lu palermitanu” che vanniava “li capiddi m’accattu” e “si riparano cucina a gas” , lu pizzaru che vendeva i corredi da sposa per chi aveva figlie a” maritari” , lu viddranu che cercava di vendere acci,acculazzati e pumadoru, e che si divertiva, passando vicino la casa di la Gibbeddra ,a lamentarsi dicendo : ‘ e vita, vita buttana,chi s’ava a fari pi campari”, a quel punto interveniva la vicina,che aveva la nomea di essere di facili costumi, brandendo una scopa gridava, ” iu mi chiamu Vita ma nun fazzu la vita,teccà curnutuni ” e giù botte da orbi.
Il contadino si schermiva : no, nun ci l’haiu cu vossia,e che ” iu cantu e quannu cantu ,tannu, mi lamientu ” per la vita grama che faccio.
Ma il divertimento più grande era quando mio Padre che di mestiere faceva “lu ragattieri” acconsentiva ad accompagnare gli animali alla “Funtana” ,non sempre però, poiché mia Madre stava in apprensione,ma quando gli animali erano manzi volentieri ci concedeva l’abbrivirata.
Mio Padre ci seguiva fiero durante il tragitto da casa alla fontana , e ci chiedeva rimanendo a debita distanza,una volta che i cavalli o i muli o gli asini,finivano di bere, quant’acqua avessero bevuto l’armari.
Io non mi scomponevo e subito rispondevo un paio di “lanceddri”,come se l’avessi misurato.
– Mi raccomando arrimina l’acqua,perché se è lorda gli animali non bevono –
ed io stavo sempre a smuovere l’acqua di la funtana,nell’attesa immaginavo di essere al mare .
Era il nostro mare la Funtana, non di rado,d’estate insieme agli amici “funtanara” ci facevamo il bagno,nonostante fosse poca profonda andavamo sott’acqua; nel riapparire,vedevamo il castello chiaramontano, per tutti lu Castieddru.
Immaginavo le barche che andavano fin sotto il castello, immaginavo il mare ,
quel mare che si chiama Tiempu.

Lillo Mendola

Altri articoli della stessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *