Il figlio del capostazione

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Un nuovo racconto per “La storia della domenica”

Stazione “Il maresciallo Messina sorrise al pensiero che quelli erano nobili e lui figlio di capostazione. Ma così è l’Italia, lo diceva anche suo padre: tutti questi binari, questi treni che partono e arrivano, le coincidenze, gli orari, le carrozze, i convogli. Sembra tutto perfetto, ma basta un capostazione a Roccapalumba e il reticolo ordinato si guasta, si scompone. Al maresciallo Messina era rimasta la convinzione che l’Italia fosse come il suo sistema ferroviario: oleato, incastrato, scritto e previsto. Poi, basta un maresciallo e tutto si inceppa”. Un carabiniere intercetta alcuni uomini potenti, uno studioso in biblioteca legge libri sul potere in Sicilia. Uno scandalo giudiziario è sul punto di esplodere e sono coinvolti i nomi di sempre: Uzeda, Falconeri, Laurentano. E’ il racconto di Gaetano Savatteri per “La storia della domenica”

 

 

“No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la stessa”
Federico De Roberto, “I Vicerè”

 

Sempre pensava a suo padre, mentre lavorava. Erano ricordi sparsi, improvvisi. Si asciugò le mani con la carta del panino alla frittata, si attaccò alla bottiglia di gatorade, controllò gli strumenti: il segnale era buono. Suo padre era ferroviere, per trentasei anni capo della stazione di Roccapalumba: non era incarico da poco, ché la stazione era un nodo ferroviario cruciale, in fondo alla vallata, tra campi riarsi di stoppie; al fischio del capotreno, i convogli ripartivano per Palermo o per Catania. A Roccapalumba si decidevano i destini dei treni e dei loro passeggeri, alcuni a est, altri a ovest.

D’estate suo padre lo portava con sé: passava la mattinata a cacciareTreno lucertole tra le traversine del binario morto. Le littorine ripartivano lente, i volti dei viaggiatori dietro i finestrini, intontiti dalla calura. Quando arrivavano i treni lunghi dal nord, tutti si affacciavano ai finestrini per comprare le granite che il barista vendeva dalla banchina. Suo padre usciva dallo stanzino del capostazione, con la mano dava il segnale e il treno riprendeva il suo cammino. Gli piaceva guardare suo padre che con una mano comandava i treni: alcuni a est, altri a ovest, alcuni a nord, altri a sud.

Immaginava che senza la stazione di Roccapalumba e senza suo padre, i treni si sarebbero perduti nel labirinto di binari che arrivava fino a Milano, a Francoforte, a Parigi, ad Amburgo. Immaginava che, senza Roccapalumba e senza suo padre, ogni viaggiatore sarebbe stato affidato a un destino più incerto e chi voleva andare a Cerda sarebbe finito a Lione, chi aveva comprato un biglietto per Roccalumera si sarebbe ritrovato a Sestri Levante.

Dal finestrino oscurato del furgone vide entrare qualcuno dentro il bar. Gli sembrò l’indagato, il presidente Uzeda. Aspettò. Il segnale era buono. Poco dopo si fermò un auto blu: un uomo vestito di grigio, con la cravatta, il telefonino all’orecchio, scese in fretta, si soffermò sul marciapiede, chiuse la sua conversazione ed entrò dentro. Conosceva anche questo qui. Gli apparecchi segnalarono rumore di sedie smosse, il tonfo di qualcosa poggiato sul tavolino.

Il maresciallo Messina aspettò. Suo padre gli aveva insegnato che quando un treno ritarda bisogna solo aspettare, non fissare mai il binario vuoto, perché il treno arriva solo quando ti volti. Fischiettò una canzone che ricordava. La microspia cominciò a trasmettere: regolò i livelli di volume. Il segnale si schiarì. Il maresciallo Messina aprì il brogliaccio, segnò il luogo e l’ora: Roma, via Veneto, ore 11.42. Segnò i nomi dei due intercettati: Uzeda e Falconeri. Mise le cuffie alle orecchie. Ascoltava. Era il suo lavoro. Ascoltare. E trascrivere.

*****

Falconeri: ciao, scusa il ritardo
Uzeda: anche io, non è che…
Falconeri: tutto a posto…
Uzeda: si fa per dire…avete aula oggi?
Falconeri: interrogazioni, interpellanze, manco ci vado
Uzeda: fai bene, Salvo, tempo perso…
Falconeri: se è per questo, la democrazia è sempre tempo perso…
Uzeda: o guadagnato…
Falconeri: ho sentito l’amico nostro poco fa…è a Punta Raisi, dice che il volo è in ritardo…
Uzeda: ne faremo volentieri a meno…
Falconeri: hai parlato con quelli?
Uzeda: la cosa procede…domani a Milano si costituisce la società
Falconeri: per azioni
Uzeda: certo, come previsto…
Falconeri: è ddà n’capu?
Uzeda: a Bruxelles ci siamo attaccati i cani…rientriamo nella graduatoria
Falconeri: che ci manca allora?
Uzeda: niente…veramente un piccolo problema c’è
Falconeri: …e quando mai? Quanto vogliono?
Uzeda: poca roba…vogliono entrare nella società, partecipazione nominale…
Falconeri: non mi piace…
Uzeda: ma devono fare la variante al piano regolatore
Falconeri: e allora gli diamo i soldi, e ognuno per la sua strada…
Uzeda: guarda che non è che siamo ai tempi di mio nonno…ora questi viddani hanno fatto le scuole…le cose le capiscono
Falconeri: sempre viddani restano…come si chiama questo sindaco?
Uzeda: Sedàra, mi pare…
Falconeri: ah, sì…ne ho sentito parlare…è dei nostri?
Uzeda: nostri, vostri…chi se ne fotte…basta che dà l’autorizzazione…
Falconeri: ma io società con questo, Sedàra hai detto?, non ne faccio…non me ne metto a casa gente così…
Uzeda: minchia, sempre principe rimani…
Falconeri: parli tu, principe di Francalanza. Non è questione di nobiltà, me ne fotto io della nobiltà. E’ questione di intelligenza…più estranei ti metti in casa…
Uzeda: vabbè, ci faccio parlare a mio zio
Falconeri: tuo zio?
Uzeda: mio zio Blasco, il vescovo…
Falconeri: quello è parrino intelligente…poi costruiamo un asilo, un ospizio, chiddu che vuole lui…
Uzeda: che è problema? Quando ti arrivano tredici milioni di euro..
Falconeri: veramente punto a diciassette, scusa la modestia…
Uzeda: certo, se l’assessore si spreme un poco…
Falconeri: si spreme, si spreme…stai tranquillo…
Uzeda: e don Ciccio?
Falconeri: no, tu questo nome non lo devi fare davanti a me…
Uzeda: ma io pensavo…
Falconeri: allora sei cretino? Quello che tu hai nominato ha il 416 bis, lo sai che significa?
Uzeda: vabbè, ma nemmeno in primo grado è arrivato…
Falconeri: allora sei sciroccato…tu devi parlare sempre con Laurentano…lascia perdere il resto…
Uzeda: vabbè, parlo con Laurentano…
Falconeri: bravo. Vai da lui, in clinica, visto che ci sei ti fai fare un elettrocardiogramma…ti fai misurare la pressione…e ci parli
Uzeda: Laurentano è bravo…
Falconeri: come medico e come amico…ma lascia stare il resto…e non fare mai quel nome al telefono…
Uzeda: io il telefono l’ho buttato dall’antimurale…
Falconeri: hai fatto bene. Tu al telefono devi parlare con tua moglie, con la tua amante, con tuo figlio, col tuo autista e devi dire solo minchiate: a che ora parti, quando arrivi, cala la pasta, ti porto i cannoli…queste cose devi dire
Uzeda: vabbè, non ti agitare…
Falconeri: ah, non mi devo agitare? Meglio che vado a pisciare…dov’è il cesso, qui?
Uzeda: laggiù…
Falconeri: intanto ordina un succo di pompelmo…

*****

Il maresciallo Messina staccò le cuffie dalle orecchie. Era roba buona. PotentiC’erano volute tre settimane di pedinamenti per capire dove si incontravano il presidente Uzeda e il sottosegretario Falconeri. Via Veneto, bar Doney, neanche fossero turisti americani in bermuda. Il maresciallo Messina sorrise al pensiero che quelli erano nobili e lui figlio di capostazione. Ma così è l’Italia, lo diceva anche suo padre: tutti questi binari, questi treni che partono e arrivano, le coincidenze, gli orari, le carrozze, i convogli. Sembra tutto perfetto, ma basta un capostazione a Roccapalumba e il reticolo ordinato si guasta, si scompone. Un primo treno ritarda, poi un altro, poi un altro ancora. Da Roccapalumba, diceva suo padre, puoi fermare l’Orient Express.

Al maresciallo Messina era rimasta la convinzione che l’Italia fosse come il suo sistema ferroviario: oleato, incastrato, scritto e previsto. Poi, basta un maresciallo e tutto si inceppa. I grandi scandali, le grandi inchieste, le verità nascoste erano sempre state svelate da un maresciallo o da un capostazione di Roccapalumba che un giorno si svegliava dicendo: non ci sto più. E allora i treni si fermano, gli orari si scombinano, i passeggeri scendono a terra con la rabbia agli occhi e i vestiti sgualciti.

*****

L’impiegato della biblioteca ha i capelli lunghi, il piercing al labbro, la maglietta con le foglie di marijuana stampate. Consegna i libri con garbo discontinuo: gentile quando apprezza autori e argomenti, più brusco ogni qual volta vuole esprimere il suo muto dissenso. Non sorride molto, ma a tratti lascia intravedere una smorfia ironica, quasi che lui ne sappia molto di più di tutti quei libri impolverati che nessuno legge.

Michele Picataggi pensò di cogliere la smorfia ironica mentre l’impiegato col piercing al labbro gli consegnava “Con la mafia ai ferri corti”, Cesare Mori, (Mondadori, 1932), “Cenni sullo stato attuale della pubblica sicurezza in Sicilia”, Nicolò Turrisi Colonna, (Stamperia Lorsnaider, 1862) e “Mezzogiorno senza meridionalismo: la Sicilia, lo sviluppo, il potere”, Giuseppe Giarrizzo (Marsilio, 1992). Michele Picataggi tornò al suo tavolo di lettura, il Mac aperto sulla pagina degli appunti.

Guardò la ragazza che si mangiava le unghie, i capelli biondi chini su un testo di Rosario Romeo: doveva averla già incontrata in facoltà. Lontano dai libri sembrava bella e disinvolta, ma nella sala di lettura della biblioteca di Casa Professa aveva lo sguardo spaurito di un animale braccato, le unghie lacerate a sangue. Lei si accorse delle sue occhiate, ritrasse le dita dalla bocca, si sistemò i capelli biondi dietro le orecchie.


Michele Picataggi aprì il volume di Cesare Mori. Tante parole. Troppe parole. Aveva creduto nelle parole, fin dal liceo. Si era iscritto alla facoltà di Lettere, aveva studiato e anche bene. Altri erano passati avanti, vincendo cattedre e concorsi. E Michele Picataggi si era sprecato per buono: qualche dottorato di ricerca, qualche traduzione dal francese, la curatela di un volume degli atti di un convegno sulla famiglia Fardella di Trapani, pagato dal Comune di Valderice. Tutto qui. E tra sei giorni avrebbe compiuto trentanove anni.

Sapeva di avere una scrittura ardita, idee innovative, spirito acuto, ma si era stancato. Non trovava un editore per il suo libro. Doveva rassegnarsi a consultare testi di altri per presentare uno straccio di relazione e potersi guadagnare onestamente i suoi ottocento euro al mese del dottorato di ricerca. Avrebbe fatto meglio a fare come il suo amico Messina: maresciallo dei carabinieri, milletrecento euro al mese, signorsì, comandi, signornò e nessuna preoccupazione. Chissà dov’era adesso. Non si sentivano spesso, anzi quasi mai. Ma ogni estate continuavano ad incontrarsi a Siculiana Marina, dove i loro genitori avevano due casette vicine. In fondo, la loro era un’amicizia estiva, abituata a sopravvivere alle separazioni invernali. Alle separazioni in genere.

Michele Picataggi chiuse la pagina degli appunti. Riaprì con pena il testo del suo libro mai uscito dal computer. Aveva trovato un buon titolo: “Scrivere sopra le bombe. Letteratura e potere in Sicilia al tempo delle stragi”. Andò su e giù col mouse. Fu tentato di rileggere il prologo: era la cosa che aveva scritto per ultima, quella che gli piaceva di più. Cadde nella tentazione, sapendo che avrebbe solo accresciuto la sua amarezza.

*****


Vizio siciliano: parlare sempre di se stessi.
Aveva ragione Vitaliano Brancati: “Noi siciliani siamo soggetti ad ammalarci di noi stessi: un male che consiste nell’essere contemporaneamente il febbricitante e la febbre, la cosa che soffre e quella che fa soffrire. (…) Per molti di noi, il segreto della felicità è tutto racchiuso in queste parole, nell’apparenza molto semplici, nella sostanza inattuabili: amarsi di meno”.
Michele Picataggi riprese la lettura.

*****

Dietro al roboante tuono dei cannoni, agli stendardi, ai monumenti a cavallo, alla retorica italica dei gagliardetti e delle medaglie, si profila la rete di interessi, di meschinità, di intrallazzi che costituiscono il concime della grande storia. Senza la spinta degli interessi privati e quotidiani non è possibile realizzare alcuna svolta decisiva. Così il Consalvo Uzeda de “I Viceré” di Federico De Roberto spiega alla vecchia zia, nelle ultime pagine del colossale romanzo pubblicato nel 1894, la sua adesione al parlamentarismo italiano, al partito di sinistra, nella prima consultazione a suffragio universale. Ed è una lezione di pragmatismo, di cinismo se si vuole, ma soprattutto di storia concreta fatta di lacrime, merda e sangue.

“Vostra Eccellenza giudica obbrobriosa l’età nostra, né io le dirò che tutto vada per il meglio; ma è certo che il passato par molte volte bello solo perché è passato… L’importante è non lasciarsi sopraffare… Io mi rammento che nel Sessantuno, quando lo zio duca fu eletto la prima volta deputato, mio padre mi disse: “Vedi? Quando c’erano i Viceré, gli Uzeda erano Viceré; ora che abbiamo i deputati, lo zio siede in Parlamento.” Vostra Eccellenza sa che io non andai molto d’accordo con la felice memoria; ma egli disse allora una cosa che m’è parsa e mi pare molto giusta… Un tempo la potenza della nostra famiglia veniva dai Re; ora viene dal popolo… La differenza è più di nome che di fatto…”.

Certo, siamo di fronte all’immutabilità, all’irredimibilità di gattopardesca memoria, proclamata da Tancredi Falconeri. Ma con la differenza che il romanzo di Tomasi di Lampedusa è scritto un secolo dopo i fatti narrati, mentre quello di De Roberto è cronaca quasi in presa diretta. L’amara consapevolezza che fa dire a Consalvo Uzeda: “La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d’oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale non è né un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe di Francalanza”.

Insomma, si sostanzia – a partire dal 12 marzo 1882 – una letteratura sociale. O meglio: un romanzo del potere. I libri scritti tra il 38° e il 36° parallelo hanno cercato di descrivere, raccontare e forse demistificare il potere. Il potere della storia. Il potere della scrittura. Il potere della menzogna. La scrittura come verità. Non come denuncia, perché sarebbe limitativo, ma come verità.

*****

Michele Picataggi si fermò. Alzò gli occhi dal computer: la ragazza bionda adesso masticava il cappuccio della bic. Pensò alla verità, alle parole che aveva scritto. Il potere della verità, la verità del potere. Pensò a una delle ultime pagine del Gattopardo: “In nessun luogo quanto in Sicilia la verità ha vita breve…”. Tornò a leggere.

*****

Testo integrale dell’intercettazione ambientale progr. 5684 del 07.06.2008, in Roma, tra Consalvo UZEDA e Tancredi FALCONERI. Nota numero 3721, Nucl. Op. Carabinieri, Roma.

UZEDA prendi (incomprensibile)
FALCONERI è tardi…
UZEDA ne riparliamo stasera
FALCONERI stasera non è cosa…troppa gente
UZEDA guarda, io martedì scendo in Sicilia…e ci parlo con Sedàra
FALCONERI di persona, però, senza telefoni
UZEDA certo, ti sembro cretino…
FALCONERI perché poi abbiamo la cosa del ponte
UZEDA ma si fa?
FALCONERI si fa…non si fa…che me ne fotte…ne parliamo e i piccioli camminano…
UZEDA ah, certo, i piccioli camminano
FALCONERI poi ci sono le elezioni…
UZEDA altri piccioli che camminano
FALCONERI ancora io devo decidere
UZEDA sul giornale c’era scritto che ti hanno proposto…
FALCONERI qua tutti propongono…destra, sinistra…poi bisogna vedere chi dà garanzie
UZEDA certo, garanzie ci vogliono
FALCONERI garanzie serie, tu lo sai che io sono per la modernizzazione della Sicilia
UZEDA perché, io no?
FALCONERI vedi che siamo d’accordo? Bisogna investire. I soldi ci sono. A Roma, a Bruxelles, i piccioli aspettano solo che qualcuno se li prende
UZEDA e li fa fruttare
FALCONERI certo: ma possibile che siamo ancora con le regie trazzere? Aeroporti ci vogliono, strade…
UZEDA porti turistici…a Ognina c’è un progetto
FALCONERI lo so, l’architetto è mio cugino…
UZEDA lo conosco, abbiamo parlato di te…
FALCONERI vabbè, devo andare…
UZEDA pure io…
FALCONERI poi, la prossima settimana parliamo della questione dell’energia eolica…
UZEDA io sto mettendo in piedi una società per il fotovoltaico, con Auriti
FALCONERI eolico, fotovoltaico, tutto bene…bisogna pensare al futuro. Il futuro è pieno di piccioli…così tiriamo fuori la Sicilia da questo pozzo
UZEDA è che tutti vogliono fare le solite cose…
FALCONERI dico io: vuoi rubare? Bene, ma fallo in grande.
UZEDA invece tutti a leccare la sarda
FALCONERI e le cose restano uguali…
UZEDA il due per cento?
FALCONERI a chi?
UZEDA a Sedàra
FALCONERI dagli l’uno e deve pure essere contento
UZEDA ci provo
FALCONERI vabbè, ciao…a stasera, a che ora è?
UZEDA alle sette, una cosa bella: fotografie d’arte
FALCONERI cultura
UZEDA se ci togli la cultura, alla Sicilia non resta niente
FALCONERI ragione hai! Anche questo è un investimento: cultura.
UZEDA e piccioli che camminano
FALCONERI ciao, vado
UZEDA baciamo le mani, principe
FALCONERI va pigghiatila ‘nculo, principe

*****

AffariSempre gli stessi erano. Cambiavano i nomi, le facce, le abitudini, ma restavano sempre loro: Uzeda, Falconeri, Salina, Francalanza. Tutti uguali: gattopardi, sciacalli, iene. Tutti pronti a mangiarsi la Sicilia.
Guardò oltre la finestra del suo ufficio: i tetti di Palermo sotto lo scirocco. Un cielo denso, cambogiano. I vetri macchiati dalle gocce di sabbia dal cielo. Col telecomando ordinò al condizionatore di dare più fresco: un soffio gli arrivò sulle mani, smosse un poco le pagine dei verbali di trascrizione.
Tre mesi di intercettazioni. I carabinieri avevano lavorato bene, ma il reato restava sfuggente, meno che tentato. Sì, certo: Uzeda e Falconeri brigavano per dirottare in Sicilia finanziamenti europei. Ma dov’era il problema? Anzi: politici moderni, giovani, illuminati. Parlavano di futuro, di progetti. Avevano pure il loro tornaconto, ma non c’era prova della dazione, del peculato, della tangente. Ricchi di famiglia gli Uzeda e i Falconeri: aziende vinicole, tenute, barche di lusso, possedimenti all’estero. Sempre gli stessi erano. Comandavano da sempre. Ricchi da sempre.

Il giudice Sciumè non era ricco. Stipendio da magistrato, mutuo a carico per acquisto prima casa, moglie con paga da insegnante. Impiegato statale, veniva da una famiglia di impiegati statali: direttore didattico suo padre, dipendente delle poste sua madre. Aveva vissuto sempre di pane dello Stato. Pane di governo, dicevano i contadini del suo paese, pane assicurato.

Forse per questo aveva idealizzato lo Stato. Lo Stato lo aveva vestito, cresciuto, mandato a scuola, laureato. E sempre lo Stato aveva bandito il concorso in magistratura che Sciumè aveva superato al primo colpo. Uditorato a Catania, cinque anni a Gela, infine in procura a Palermo. Aveva sempre pensato che l’impiegato dello Stato, a dispetto di ogni teoria marxista, avesse un senso di classe più spiccato degli stessi operai. In fondo, gli impiegati dello Stato aveva cambiato la faccia dell’Italia: i magistrati della procura di Milano ai tempi di Tangentopoli, i magistrati palermitani ai tempi del maxiprocesso.

La borghesia mafiosa era composta da medici, imprenditori, avvocati: gente senza senso dello Stato, disposta ad allearsi con la mafia. Ma un impiegato sa bene che allo Stato deve tutto, la sussistenza stessa della propria famiglia, della propria specie. Un medico complice di Cosa Nostra trova sempre una clinica privata pronta a pagarlo, ma un dipendente dello Stato infedele rischia il licenziamento in tronco. E lo Stato è uno solo.

Sciumè rilesse le intercettazioni ambientali. Uzeda, Falconeri. Il giudice Sciumè non era mai andato a vela, non sapeva cavalcare un purosangue inglese, non aveva passato le estati dell’infanzia a Mondello, ma nella campagna polverosa di suo nonno, tra Enna e Calascibetta, eppure adesso aveva in mano il destino giudiziario degli eterni potenti.
La pioggia sabbiosa lasciava scie sporche sui vetri.
Il potere, pensò Sciumè. Amava Pirandello, fin da ragazzino. Aveva attaccato una frase de “I vecchi e i giovani” vicino al computer. La rilesse.

*****

“Invecchio, sì; perdo il gusto di comandare. Me lo fa perdere la servilità che scopro in tutti. Uomini, vorrei uomini! Mi vedo attorno automi, fantocci che devo atteggiare così o così, e che mi restano davanti, quasi a farmi dispetto, nell’atteggiamento che ho dato loro, finché non lo cambio con una manata. Soltanto di fuori però, capisci? si lasciano atteggiare! Dentro… eh, dentro, restano duri, coi loro pensieri coperti, nemici, vivi solamente per loro…Ho comandato! Sì, ecco: ho assegnato la parte a questo e a quello, a tanti che non hanno mai saputo veder altro in me che la parte che rappresento per loro. E di tant’altra vita, vita d’affetti e di idee che mi s’agita dentro, nessuno che abbia mai avuto il più lontano sospetto… Con chi vuoi parlarne? Sono fuori della parte che devo rappresentare…

*****

Siamo tutti fuori dalla parte che dobbiamo rappresentare. Forse lo erano anche il presidente Consalvo Uzeda e il sottosegretario Tancredi Falconeri. Tutti fuori dalla propria parte.
Sciumè avvertì un brivido. L’aria condizionata, probabilmente.
Poi, respinse la richiesta di proroga delle intercettazione.
Avrebbe archiviato tutto. Sì, archiviare perché il fatto non costituisce reato.
A quel punto, si trattava di farlo sapere a Uzeda e Falconeri. Ma bisogna farlo bene, con eleganza e tatto. Ne poteva venire fuori qualcosa di buono. Per la carriera di Sciumè. E per lo Stato tutto, in definitiva.

*****

Il maresciallo Messina richiuse la busta.
Controllò l’indirizzo di Michele Picataggi. Stava facendo la cosa giusta? Pensò a suo padre, capostazione a Roccapalumba, forse avrebbe condiviso. Pensò ai treni che corrono lontano e da Roccapalumba ti possono portare dall’altra parte del mondo.


Il giudice Sciumè aveva archiviato tutto. Mesi di indagini, di pedinamenti, di panini con la frittata. Tutto finito.

Forse Michele avrebbe potuto fare qualcosa. In fondo era un intellettuale, un professore, ogni tanto scriveva sui giornali. Quantomeno per far sapere, perché la verità non può esistere nel silenzio. Ma il maresciallo Messina non riusciva più a credere nella verità: gli venne perfino il dubbio che nessuno può fermare il treno.

*****

Michele Picataggi finì di leggere le intercettazioni.
Erano nomi grossi.
Non capiva perché il suo amico Messina avesse mandato il plico proprio a lui: non era un giornalista, non era un coraggioso. Era un dottorando. Nemmeno dottore: dottorando di ricerca.


Poi, pensò al potere. Alla scrittura del potere. Al potere della verità. Forse si poteva fare qualcosa. Forse. Per spiegare che gli uomini cambiano, cambia la storia, cambiano i tempi e gli amori. Ma il potere non cambia mai.
Un discorso di verità. O forse un romanzo. Un romanzo sul potere. Dentro il potere.

Gaetano Savatteri


I precedenti racconti nella rubrica “La stanza dello scirocco”

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