“Il dolore pazzo dell’amore”

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Cosa spinge l’uomo a ripercorrere il suo passato? Pietrangelo Buttafuoco lo spiega nel suo nuovo libro, nel quale, oltre ai miti e alle leggende, l’autore fa rivivere gli uomini.

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco

L’idea prevalente, nel leggere “Il dolore pazzo dell’amore”, libro di Pietrangelo Buttafuoco (Bompiani), è che sia un vero e proprio libro di “fantascienza”. Di quella branca della fantascienza che si occupa dei viaggi nel tempo, e che permette al nostro io di tornare indietro per incontrare tutti quelli che ci hanno dato qualcosa, tipo il più degli infinitesimali granelli di sabbia impastati col sangue, utile a tenere in piedi il nostro corpo. Cosa spinge l’uomo a ripercorrere il suo passato? Buttafuoco lo spiega in questo volume. Un libro nel quale, oltre ai miti e alle leggende, l’autore fa rivivere gli uomini. In poche righe Buttafuoco permette al lettore di calarsi dentro la sua infanzia. Conosciamo così le nonne dell’autore, Nonna Nina e Nonna Maria Venera; nonno Pietro e lo zio Saro Giunta, e poi lui, lo zio Nino Buttafuoco, faro per tutta la famiglia e, senz’altro, per la formazione culturale e politica.

Ma conosciamo anche don Antonino il barbiere, Poi l’amico Turi, in uno dei capitoli del libro più struggenti. Quell’amico che ha scelto la strada sbagliata, ma che è pur sempre un amico. In questo capitolo Buttafuoco ci porta dentro il sentimento dell’amicizia.

Ogni capitolo di questo libro è una storia a sé, uno spaccato della vita dell’autore che noi lettori italiani (e che dire di noi siciliani?) non possiamo non capire. Le storie (o i cunti) dei racconti mitici, di quelli leggendari. Le credenze popolari, quelle rappresentate da certe filastrocche intrise di personaggi ora reali ora immaginari, vengono riproposte con una danza di ruoli che l’autore tratteggia in modo esemplare. Personaggi ai quali, ed è questo l’ardire straordinario di Buttafuoco, l’autore ci invita a credere. Sempre. Dobbiamo dunque credere ai diavoli, così come dobbiamo credere al destino, alla morte, alle ninfe, ai barbieri, ai musicanti. Credere alla verità ma non alla realtà. È una sorta di smitizzazione quella di Pietrangelo Buttafuoco, che frantuma i santuari del politicamente corretto. Figurarsi se questo per lui possa essere un problema.il dolore pazzo...

Pietrangelo Buttafuoco poi racconta in modo assolutamente originale il dramma del terremoto nel Belice. Inedita la scelta di non citare l’anno della tragedia, ma di indicarlo come quello posizionato tra il 1967 e il 1969. Sembra un esorcismo letterale, affascinante. E siccome non sempre deve esserci una spiegazione alle scelte artistiche, non è opportuno domandargli le ragioni. In ogni caso l’autore nega che nel suo immaginario il terremoto del Belice sia la metafora della Sicilia.

A parte il capitolo sull’amore (è a dir poco straordinaria la frase “L’amore è una lettera d’addio”), un’altra citazione la merita la testimonianza che Buttafuoco ci propone dell’attore Lando Buzzanca e dell’amore smisurato di questi nei confronti della moglie, scomparsa ma che lui riesce lo stesso a tenere vicina. C’è la vita in questo libro, quella che in una poesia in epigrafe Pietrangelo Buttafuoco confessa di non aver saputo tenere ferma

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