Il barone La Lomia. Aspettando gli sciacalli

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Canicattì. Un racconto di Gioacchino Lonobile sullo sfondo di Villa Firriato, splendido esempio di liberty siciliano ||| Le foto esclusive della villa negli anni Ottanta.

Bastò percorrere poche decine di metri di uno sterrato e, nonostante alberi e piante la coprissero in parte, mi si presentò davanti.

Imponente, altezzosa, antica e liberty, umile reggia di cotanto trapassato padrone, non villa ma castello, torretta e torrione, torre danese, guglia di minareto saraceno che svetta, ingranaggio perfetto di un enorme orologio fermo, ma esatto due volte al giorno. Villa Firriato.

La loggetta

La loggetta

Parcheggiai davanti al cancello,  sembrava fosse rimasto in quella posizione serrata da anni.  Urlai  verso l’edificio: non c’erano altri mezzi per poter annunciare una visita. Nessun rumore tradiva la presenza di essere vivente.  Mi arrampicai sulla recinzione nonostante una mia abusiva  presenza potesse far supporre intenzioni poco amichevoli ai possibili proprietari. Saltai. L’atterraggio fu accolto da un breve dolore alla testa, poi persi i sensi.

Al mio risveglio, due uomini mi stavano dinnanzi. Riconobbi il primo: era il barone La Lomia, l’altro quasi calvo, indossava una lunga tunica nera da prete e teneva un gatto appisolato tra le braccia. Era come se non mi vedessero, nonostante fossi in piedi, fermo a pochi passi da loro.

Il barone Agostino La Lomia

Il barone Agostino La Lomia

Il barone portava un cappello bianco a falda larga su cui svettava una penna dello stesso colore. Teneva al collo una grossa croce decorata ai lati, si appoggiava a un bastone da passeggio. Entrambi, trapassandomi con lo sguardo, erano intendi a guardare due file di viti a spalliera, che erano dietro di me. Il barone con il bastone indicò un grappolo d’uva tra i più grossi, poi  staccò un acino e lo diede al prete, che lo mangiò con faccia compiaciuta.

–  Sarà un’ottima annata questa padre Meli!- disse il barone soddisfatto, l’altro annuì senza dir nulla.

Si allontanarono continuando la loro passeggiata, li seguii a debita distanza. Salirono un paio di scalini, scavati nel terreno, e si trovarono nel viale dell’ingresso principale alla villa.

– Sono nati dieci maialini, la madre è davvero un ottimo animale, peccato non sia più tanto giovane- disse il barone con un po’ di rammarico.

– La faccia ingrassare e poi la sgozzi- disse il prete

– Padre Meli!- inorridì il barone, e rivolgendosi al gatto, ormai sveglio, disse – Annarino senti quanto è crudele il tuo padrone, dovrei adottarti, prima che ti faccia al forno – il nobile guardò il prete e sorrise, fece scivolare la mano sulla lunga barba e riprese a camminare. L’altro, dubbioso lo seguì con un attimo di ritardo.

Attraversarono un piccolo cancello finemente decorato, e si trovarono in un giardino di  siepi e alte palme, passeggiarono senza parlare fino a una terrazza, circondata da un muro basso e ricoperta da maioliche con fiori azzurri, che si affacciava sulle terre circostanti.

L'orologio ad acqua

L’orologio ad acqua

–  Sono finiti i bei tempi, ormai il grano non lo vuole più nessuno, me lo hanno pagato due lire- fece malinconico il barone. Si era fermato all’estremità della terrazza, guardava i campi,  avrebbe potuto vedere l’orizzonte, non c’era nessuna collina a impedirglielo

– L’occhio del padrone è indispensabile. Quando morirà, che fine farà tutto questo? Chi si prenderà cura dei terreni, delle case, degli animali? A chi andranno i suoi beni? Forse a quel buono a nulla del fratello? O saranno divisi a quanti in città portano il suo cognome? Saprà bene, padre Meli, che a Canicattì portano il nome della mia casata. È tranquillo lei, che ha fatto voto di povertà

–  Non ho fatto voto di povertà

–  E nemmeno di castità – disse ammiccando il barone, come se lo scopo di ogni discussione fosse prendere in giro il prete. – Oggi è lunedì?

Il prelato ancora offeso non rispose. Il barone prese il portafoglio dai pantaloni e ne estrasse un foglio piegato.

– “Sagittario: da una luna armoniosa piovono rassicurazioni. Il desiderio di armonizzare i dissidi avrà in parte esiti fortunati”, mi sembra positivo.

– Ancora queste usanze di credere alle stelle? Deve essere ben altra la fede, barone!- lo rimproverò il sacerdote, assaporando una piccola vendetta.

– Padre Meli conosce quanto è profonda la mia fede. Come potrei vivere senza? Se la mia vita è tanto divertente è solo grazie ad essa. Non potrei mai accettare le cose così come vengono, tutto quello che mi accade, anche parlare con lei, ha un senso solo perché ho fede. Tutto è giustificato: le donne, il vino, i viaggi, il piacere. Se devo essere sincero, mi convinco sempre di più che sono proprio i piacere ad avvicinare l’uomo a Dio.

Il prete fece una faccia sgomenta. Il barone si girò e puntando il bastone contro di me disse – Ora di grazia, vuol dirci chi è lei e perché continua a seguirci?

Fui preso alla sprovvista. Vedendomi in difficoltà, il barone riprese la parola.

–  Se ho turbato il suo animo, perdoni la scortesia, e anche che non mi sia ancora presentato, io sono quello che sono, il barone di Renda e Carbuscia  Agostino Fausto La Lomia.  La mia pietra è lo zaffiro, seguo l’oroscopo, deve essere sempre lo stesso, tengo il ritaglio di una settimana nel diario. Mi chiede chi sono? Chi può dirlo? Non io, come se mi scegliessi il nome da me. Amo l’amore e le belle donne, mi piacciono le feste di ogni tipo, viaggiare ma ancor più tornare. Ho sempre due suite prenotate,  all’Ambasciatori in cui fui concepito e al Danieli. All’Hotel delle Palme, la 224 è la mia stanza,  la stessa in cui Roussel fu trovato privo di vita. Le donne da ventimila, sono tutte passate nel mio letto. Ogni mattina c’è un mucchio di posta, perché tutti mi vogliono bene e molti mi amano. La mia barba l’accarezzano le donne dello spettacolo e le checche di alta classe. Ho per amici un prete, un gatto e un merlo, che sempre mi accompagnano. Don Turiddu Capra, duca di Santa Flavia è il Merlo, Paolo Annarino Referendario del regno di Capo La Croce e padre Meli ce li ha davanti.  Divertono le donne con smorfie e canzoni e mi allietano le giornate.

Il gazebo

Il gazebo

Ero investito da quel flusso di parole, mentre l’animo religioso del sacerdote non sembrava turbato dal loro significato e il gatto aveva ripreso a dormire.

– Io sono…- riuscii a dire, che subito il barone avvicinandosi e facendomi segno di sedere sul muretto riattaccò.

– È pur vero che la virtù non è propria dell’uomo, ma lo è il vizio, certo sono quel che sono a nominare nobili due bestie, ma non s’immagini che sperperi solo i miei averi.  Non sono di certo uomo di fatica, nutro la mia mente almeno quanto il mio corpo. Sono iscritto all’albo dei pubblicisti e giornalisti, firmo i miei articoli Fausto di Renda.  Mi diletto nelle ore libere a studiare i problemi del popolo siciliano, ricerco e raccolgo miti, usanze e vecchie storie.

Mi si sedette di fianco, le mani appoggiate al bastone. Il gatto, notato un posto più comodo sulle sue gambe appena divaricate, spiccò un balzo dalle braccia di padre Meli verso terra e come una molla sul barone, tracciando una V nell’aria.

–  Sono onorato di far parte dell’Accademia del Parnaso, che ha origine secolare. Due portoghesi cugini di Colombo, portando Amore, Luce e Forza, ebbero il merito di fondarla. Nella scuola superiore la carriera si percorre a ritroso, gli arcadi si distinguono in maggiori e minori, ma quelli ad avere un più alto grado sono proprio gli ultimi. Il simbolo è un asino, con le ali e vergine per statuto. Per quanto il nostro limitato ingegno ci permette,  mettiamo in ridicolo la vita in ciò che questa meriti, scherziamo sulle scemenze umane e sulle cose serie, prendiamo a gabbo i presuntuosi, i manierosi, i pieni di fumo. Cosa vuole, d’altronde tutto è sciocchezza più o meno importante.

Panorama da villa Firriato

Panorama da villa Firriato

All’inizio scoperto a origliare i discorsi di due sconosciuti, presentarmi ero d’obbligo, poi era divenuto desiderio, e infine necessità di contraccambiare la disponibilità di quell’uomo tanto gentile.

–  Mi riempie di piacere conoscerla, io sono…- ma anche quella volta non mi diede la possibilità, accompagnando l’interruzione con un gesto della mano.

–  Con mandorle, pane e vino rosso, ma senza fave  che i pitagorici si astenevano dal mangiare, ho inaugurato la mia tomba. Da morto vorrei essere posto nudo nella bara, e su di essa dovranno essere posti, quaranta sacchetti di terra, reliquie di tutti i miei feudi. Delle esequie dovranno curarsi sedici becchini internazionali, accompagnati da un notaio dalla mano adunca  e da un politico con una forchetta.  Dietro la berlina funebre, trainata da candidi cavalli, dovranno sfilare in corteo quattrocento invitati, la banda di Acireale, e un’infinità di inservienti con vassoi colmi di gelati, anche se è inverno. È importante pensare al proprio funerale  quando si è ancora in grado di bere e mangiare, non crede?

Era divertente, una persona molto gradevole, un affabulatore, ma di certo un uomo tanto fragile da essersi creato una maschera così appariscente, da diventarne schiavo e dover spendere una fortuna per continuare a indossarla.

–  Non ho mai letto “Il Gattopardo”. Lapidi su fortune e contrade giocate a carte, testamenti fasulli e veri lasciti, figli e nipotame, promesse e sposalizi, nobili senza titoli e viceversa, casate estinte e nuovi arricchiti, rovine e passati splendori, secolari stemmi bruciati, prìncipi spodestati, quanti ne ho visti, pensa che un romanzo me ne possa raccontare altri?

Non ebbi il tempo di presentarmi, che porgendogli la mano per stringere la sua, un sobbalzo mi fece svegliare realmente.

Mi trovavo dove ero caduto, dopo aver scavalcato il muro di recinzione della villa.

Distesa accanto a me una grossa pietra scolpita a forma di poltrona. Ero intontito, ma non provavo dolore. Il posto era identico a quello in cui mi ero svegliato la prima volta, ma tutto era in un avanzato stato di abbandono. L’erba alta infestava le viti che erano ormai divenute selvatiche, e nascondeva i due scalini, pallido ricordo di loro stessi. Salii e mi trovai lungo il viale d’ingresso. Era coperto da archi su cui crescevano piante rampicanti, formavano una galleria naturale dalla volta compatta, mentre ai lati le panchine si intravedevano tra le erbacce. Il sentiero terminava in uno spiazzo dove si stagliava l’edificio centrale coperto sul lato destro da una bouganville fiorita.

VILLA FIRRIATO E’ NELLE CAMPAGNE DI CANICATTI’. REALIZZATA DALL’ARCHITETTO ERNESTO BASILE E’ UNO SPLENDIDO ESEMPIO DI LIBERTY SICILIANO. ABBANDONATA, E’ STATA SACCHEGGIATA PER ANNI (QUESTA E’ LA GALLERIA DI FOTO DI VILLA FIRRIATO NEGLI ANNI OTTANTA) LA VILLA DOPO LA RISTRUTTURAZIONE, ORA RISCHIA DI NUOVO LA DEVASTAZIONE – FOTO DI GAETANO SAVATTERI

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3 Responses to Il barone La Lomia. Aspettando gli sciacalli

  1. Alfredo Nencini Rispondi

    16 maggio 2015 a 13:59

    Desideravo sapere chi e’ l’attuale proprietario di villa Firriato a Canicatti’. Grazie

    • Redazione Rispondi

      17 maggio 2015 a 21:07

      Dalle notizie acquisite, la villa dovrebbe essere ancora di proprietà degli eredi della famiglia Lombardo.

  2. Gaetano Augello Rispondi

    31 maggio 2017 a 15:43

    Il barone Agostino La Lomia non ha nulla a che vedere con Villa Firriato, il cui proprietario era, invece, il barone Francesco Lombardo.

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