Sciacca, il barone che non riusciva a fregare i conigli

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Ma arrivò il tragico giorno in cui Ludovico Rizzo scoprì di avere una mira infallibile e l’indole dell’eroe.

coniglio-selvaticoQuel mattino di luglio del 1879 il barone Ludovico Rizzo era in ritardo. In sella al suo cavallo, morello volenteroso ma ahimè pure lui affaticato, procedeva piuttosto lentamente verso le sue proprietà terriere di contrada Salinella. Non volle essere accompagnato da nessuno. Mentre il quadrupede trottava stancamente il barone non faceva altro che asciugarsi il sudore dal collo con quella pezzuola una volta bianca, ormai gialla, consunta, oltremodo intrisa d’acqua corporea.

Giunto a destinazione don Ludovico fischiò come faceva sempre per manifestare la sua presenza. Normalmente Luciano, il suo campiere, gli andava incontro. Sperò che stavolta si presentasse con una bummula d’acqua fresca. Quella nell’otre che si era portato da casa era stata sacrificata in netto anticipo. Ma stavolta l’attesa fu vana. Non tanto del ristoro, quanto della figura possente e tutto sommato rassicurante di Luciano. Dov’era finito? “Appena lo vedo mi sentirà”. Avvilito in parte dalla stanchezza, in parte dalla furia che covava contro il suo sottoposto le intenzioni guerresche di don Ludovico si infransero immediatamente contro un paio di colpi di doppietta. Quelle che, terrorizzato, udì sparare. Era ormai davanti la staccionata che delimitava il suo vastissimo campo di grano quando scese da cavallo e, da dietro il recinto, vide dei banditi. Erano almeno cinque. Un paio di loro erano in sella a delle mule. Uno dei braccianti di don Ludovico urlava di dolore. Era a terra, si teneva il braccio sanguinante. Un altro lo soccorreva tamponandogli la ferita con un panno. Il barone riconobbe la figura gigantesca di Luciano. Aveva le mani in alto mentre tentava di indurre i furfanti ad un atteggiamento sereno, perché quello che volevano l’avrebbero avuto. “Vogliamo il grano. Caricatelo sulle mule” disse uno dei banditi. A quelle parole don Ludovico andò su tutte le furie. Pensò che doveva assolutamente opporsi a quel sopruso. Sarebbe stato troppo tardi lasciarli fare per poi ricorrere agli amici degli amici per punire quei malfattori. “Consegnare il mio grano a questi rapinatori da strapazzo? Giammai!” pensò il barone. Assicurò il cavallo all’olivo saraceno che custodiva il suo campo di grano. Non visto, accovacciato, camminò per almeno un chilometro. Sudò fino all’inverosimile. Raggiunse il fienile che serviva il suo podere.

Ladri e contadini non si accorsero di lui, intenti com’erano a caricare i sacchi di grano appena raccolto sulle groppe delle mule. Entrò nel fienile. In un’intercapedine nascosta tra il tetto e una trave nascondeva il suo fucile. Solo lui sapeva della sua esistenza. E lui, il barone, il fucile non lo usava più da anni. Solo un paio di volte era andato a caccia di conigli. Facendo, peraltro, una magra figura con i suoi amici del circolo dei nobili. Che, da un giorno all’altro, non lo invitarono più. Sì, insomma: non era certo un impavido il barone. Ma la voglia di non lasciarsi derubare fu talmente forte da trasformarne la tempra remissiva e l’impeto docile. Mentre agguantava il fucile ripensò al momento in cui lo aveva riposto in quell’intercapedine. E rideva mentre tra sé pensava a ciò su cui aveva a suo tempo riflettuto: “Lo lascio carico, chissà che non possa essermi utile”. Ebbene: quel momento era arrivato. Il barone uscì dal fienile. Assistito dall’arma, non riteneva più necessario nascondersi. E, d’altra parte, non è che gli altri lo avessero individuato subito. Fu a pochi metri dal capannello che caricava il carico sulle mule che urlò: “Giù le mani dal mio grano!”.

Uno dei malandrini a cavallo lo puntò con la sua doppietta. altMa il barone non gli diede il tempo. Gli sparò e lo colpì in pieno volto, freddandolo sul colpo. Mirò poi a destra, sparando il secondo colpo e ferendo allo stomaco un altro dei banditi. I braccianti erano stupiti dall’atteggiamento del loro principale. Si erano gettati a terra, assai poco convinti dell’infallibilità della mira di don Ludovico. Nel frattempo Luciano il campiere si diede da fare, e dopo un pericoloso corpo a corpo riuscì coraggiosamente a disarmare un terzo furfante. I braccianti di don Ludovico intervennero anche loro per bloccare gli altri rapinatori.

Il fucile del barone intanto era scarico. Ma i banditi non lo sapevano. Tanto bastò perché se ne andassero a gambe levate. La banda rinunciò al colpo, abbandonando perfino le mule già cariche del grano di don Ludovico Rizzo. Caricarono in sella il compagno ferito. Non poterono fare nulla per colui che era stato ucciso. Fuggirono via.

Giorni dopo i ladri furono scovati dai carabinieri in un casolare di campagna abbandonato a Ribera. Nel frattempo era morto anche l’altro bandito ferito. Un tentativo di rapina represso nel sangue. E il barone Rizzo scoprì di possedere l’indole dell’eroe. In difesa dei suoi interessi. Gli amici del circolo dei nobili ne esaltarono le gesta. Tornarono a coinvolgerlo nelle battute di caccia. “Barone, con la mira infallibile che si ritrova farà senz’altro incetta di selvaggina”, gli dicevano. Don Ludovico ne fu lusingato. Eppure continuò inesorabilmente a mancare i conigli che finivano nel mirino del suo fucile.

 

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