Il bambino del 25 Aprile

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IL RACCONTO. Raimondo Moncada celebra la festa della Liberazione. “E’ una ricorrenza che mi ricorda più di ogni altra cosa e con grande commozione mio padre, Gildo Moncada, partigiano, grafico e pittore, rimasto mutilato a San Sepolcro, durante la Resistenza, all’età di sedici anni. Dedico il racconto a lui e a un mio maestro. Buona lettura”.

I primi due anni di scuola elementare era stato bocciato. Antonino riusciva a fatica a mettere una parola dietro l’altra.

–  Suo figlio è intelligente, però non si applica e non fa progressi. Ha difficoltà a esprimersi, a leggere, fare semplici operazioni di aritmetica. L’unico modo per cercare di metterlo al livello degli altri è fargli ripetere la stessa classe il prossimo anno. Lo facciamo per il suo bene.

Fu così che me lo ritrovai in classe. Il primo giorno di scuola organizzai con i miei bambini una festa a sorpresa con un grande cartello: “Benvenuto, Antonino”.

"Fu così che me lo ritrovai in classe..."

“Fu così che me lo ritrovai in classe…”

Per tutto l’anno non gli assegnai compiti. Tra di noi c’era un patto. Ogni giorno io rivolgevo una domanda a lui e lui rivolgeva una domanda a me. Se non eravamo in grado di rispondere, ci prendevamo tutto il tempo che ci occorreva per le ricerche. Parlava con grande sforzo, ma parlava.

–  Ho visto in televisione la casa del presidente della Repubblica con tanti cavalli. Sa quanti sono, signor maestro?

–  E tu sai, invece, quali sono i nomi degli alberi che incontri per arrivare da casa tua a scuola?

Ci interrogavamo in classe, davanti a tutti i compagni che ridevano quando Antonino mi metteva in difficoltà.

Il primo anno trascorse così. Antonino venne promosso. Consigliai alla madre di fargli fare una visita specialistica. Avrei voluto parlare anche col padre, ma era emigrato in Germania per lavoro. Avevo letto di un disturbo chiamato dislessia.

"Il padre era eigrato in Germania..." (Foto di Enzo Sellerio)

“Era emigrato in Germania…” (Foto di Enzo Sellerio)

Nelle vacanze estive ci vedemmo una volta. Giocava a pallone nella piazza del monumento dei caduti.

– Buongiorno signor maestro.

– Che piacere rivederti. Il prossimo anno saremo ancora assieme?

– Sì, certo.

– Ti posso fare una domanda?

–  Sì.

– Scolpiti su quella lapide ci sono tanti nomi. Sai quanti ragazzi hanno smesso di giocare a pallone e sono partiti per la guerra? Sai cosa è successo?

– Signor maestro, mio nonno Giuseppe è partito per la guerra ed è ritornato senza un occhio. Mi ha raccontato che non tutti i suoi amici con cui giocava sono ritornati vivi. Ogni 25 Aprile viene in questa piazza. Si toglie il cappello e sta in silenzio davanti a questo monumento con la testa abbassata. Anche io vengo. Mio nonno mi porta con lui da quando ho cominciato a camminare.

 Gli accarezzai i capelli. Ci rivedemmo dopo due mesi, il primo giorno di scuola.

– Bentornati, ragazzi. Avete trascorso bene le vacanze?

Un coro di venticinque ragazzi mi rispose all’unisono.

– Sì, signor maestro.

– Chi vuol raccontare un episodio bello che gli è accaduto per le vacanze?

Alla mia richiesta un altro coro con le mani alzate.

– Io, signor maestro.

L’unico a non alzare la mano fu lui.

– Silenzio, bambini. Sentiamo cosa ha da dirci Antonino.

I compagni si zittirono.

– Vieni. Raccontaci qualcosa.

Antonino si alzò, si avvicinò a me. Mi guardò. Lo guardai.

–  Di cosa ci vuoi parlare?

–  Vi voglio parlare dei ragazzi che sono partiti tanti e tanti anni fa, che hanno lasciato le loro famiglie per andare a combattere in paesi sconosciuti, perché ci avevano tolto la libertà.

"Voglio parlare dei ragazzi partiti tanti anni fa..."

“Voglio parlare dei ragazzi partiti tanti anni fa…”

–  Silenzio, bambini. Ascoltiamo cosa ha da dirci.

Gli schiacciai l’occhio per incoraggiarlo.

–  Cari compagni, mio nonno Giuseppe mi dice che bisogna conoscere la nostra storia, quello che è stato, per non ripetere gli sbagli che hanno fatto piangere tante persone.

La classe ascoltò muta, con gli occhi lucidi che poi si misero a lacrimare quando Antonino raccontò di un bambino rimasto orfano dopo la nascita. Il padre era partito per la guerra. La madre, non avendo sue notizie, partì per andarlo a cercare. Di entrambi non si seppe più nulla. Lui aveva diciannove anni, lei diciotto.

–  Il bambino è cresciuto con i nonni. Ha toccato il viso di mamma e papà solo nella foto del matrimonio. Sono rimasti sposati un anno. Il papà sapeva che poteva morire, ma è partito lo stesso.

Neanche io riuscii a trattenere le lacrime. Da quel giorno e ogni giorno c’era il momento di Antonino. Gli chiedevo di raccontarci qualcosa. Lui iniziava sempre con:

–  Cari compagni…

 Andò avanti così fino al quarto anno. In quinto Antonino non si presentò in classe. In un primo momento mi allarmai, poi venni a sapere che la mamma, con il marito in Germania, andò ad abitare a casa dei genitori. Antonino venne così trasferito nella scuola del suo nuovo quartiere.

Un giorno decisi di andarlo a trovare, anche per riportargli il quaderno che gli avevo chiesto in prestito. Antonino era seduto all’ultimo banco, da solo. Quando si accorse di me si alzò in piedi. Poi si risedette, fulminato dalla maestra.

– Buongiorno bambini. Scusate il disturbo. Sono venuto a riportare questo quaderno a un vostro compagno che per tre anni è stato nella mia classe.

Nel quaderno c’erano le storie di nonno Giuseppe, c’era il suo 25 Aprile, c’erano appuntati tutti gli argomenti che Antonino aveva poi sviluppato in classe. La nuova maestra non mi concesse tanto tempo.

"Antonino prese il quaderno..."

“Antonino prese il quaderno…”

– Posso chiedere ad Antonino di raccontare ai suoi compagni di suo nonno?

– Un’altra volta. Tra pochi minuti assegnerò un compito in classe. È nel programma di oggi.

Antonino prese il quaderno, mi abbracciò e ritornò al suo posto accompagnato da una risatina di scherno dei bimbi seduti in prima fila. La maestra non disse nulla. Mi parlò solo di Antonino.

– Questo povero ragazzo mi preoccupa. Ha tanto da recuperare. È indietro di grammatica, stenta a leggere e non sa fare le operazioni. Strano che sia arrivato in quinta. Anche con lei aveva le stesse lacune?

Capii che per Antonino quell’anno non sarebbe stato facile.

L’ultimo giorno di scuola, il Comune organizzò una festa per celebrare l’anniversario dei quattrocento anni della fondazione del nostro paese. Vennero chiamate a esibirsi nel teatro parrocchiale le quinte classi delle due scuole elementari. Ero emozionato, non per l’esibizione dei miei bambini, ma perché avrei rivisto di nuovo all’opera il mio Antonino.

La prima a esibirsi fu la mia classe, davanti a un pubblico composto da bambini, insegnanti, genitori e tante autorità. In prima fila c’erano il sindaco, il presidente del consiglio comunale, il parroco, il provveditore agli studi. Antonino era dietro le quinte assieme agli altri suoi compagni di classe. Arrivò anche il loro momento. La maestra presentò al pubblico l’esibizione.

"La prima a esibirsi fu la mia classe..."

“La prima a esibirsi fu la mia classe…”

– I ragazzi hanno studiato l’intero anno per arrivare a questo appuntamento. Ognuno vi esporrà a modo suo i momenti salienti che hanno caratterizzato la nostra storia fino a giungere alla tragedia della seconda guerra mondiale e alla guerra di Liberazione. Non mancheranno le storie vere, vissute dai nonni dei nostri cari alunni che ci toccheranno nel profondo, riportandoci ai fondamentali valori di unità, fratellanza e solidarietà.

Si esibirono tutti, uno dietro l’altro, tranne Antonino. A lui venne affidato il compito di tenere in mano lo stendardo della scuola con il fiocco tricolore. Quando alla fine la maestra declamò una interminabile composizione poetica, scritta da lei per l’occasione, fui l’unico a non applaudire. Guardai Antonino e Antonino guardò me. Rimasi immobile. Mi alzai dalla poltroncina del teatro quando sentii pronunciare il mio nome dall’insegnante che presentava la cerimonia. Fui invitato a salire sul palco assieme alla mia classe per la consegna del premio speciale “L’emozione ha una storia”. Quando il provveditore mi pregò di dire qualcosa non me lo feci ripetere due volte.

– Voglio dedicare questo riconoscimento a un bambino speciale che per tre anni ci ha insegnato come combattere ogni giorno e superare gli ostacoli della vita. Questo bambino ci è mancato parecchio. Questo premio lo consegno a lui, a Antonino, che oggi tiene alto lo stendardo della sua nuova scuola e che fino a un anno fa teneva alto il nome della nostra classe.

Mi avvicinai a Antonino. Gli strappai dalle mani lo stendardo e gli consegnai la targa, tra l’imbarazzo della maestra e della dirigente della scuola, del provveditore e dei genitori. Mi permisi di rivolgergli una domanda.

– Antonino, di cosa ci vuoi parlare oggi?

– Mi piacerebbe parlare di Salvatore, un amico di nonno Giuseppe che, scampato ai campi di concentramento, non si è mai stancato di raccontare ai bambini quello che gli è accaduto. Anche noi venivano portati in quelle case con i comignoli sempre accesi. Un bambino non poteva essere ebreo. Appena si sapeva, veniva preso in giro, messo in castigo e poi, quando arrivava il treno, gli facevano fare un lungo viaggio e non ritornava più.

"Voglio dedicare questo riconoscimento a un bambino speciale..."

“Voglio dedicare questo riconoscimento a un bambino speciale…”

Antonino parlò fluidamente, senza incespicare, senza alcuna forzatura. Fece piangere un’intera sala. Anche il provveditore agli studi si commosse. Il primo applauso partì proprio da lui. Poi tutti a seguire, in piedi. Alla fine, il provveditore prese il microfono e ringraziò Antonino.

– Il fine ultimo della scuola non è quello di insegnare quattro nozioni a memoria. Compito della scuola è quello di formare le coscienze, di far ragionare i ragazzi con la loro testa, di aiutarli nella loro crescita, a sviluppare ognuno il proprio potenziale, la propria unicità. Grazie Antonino per la lezione che ci hai regalato oggi. E complimenti alla tua insegnante.

Grandi applausi per il provveditore e per Antonino con un’intera sala tra le lacrime. Solo i familiari di Antonino rimasero seduti. C’era la mamma e c’era il papà sceso dalla Germania. Piangevano, senza applaudire. Quell’anno Antonino venne bocciato.

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