Ikea e Grande Bellezza

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Ma dove portano le fila ai grandi magazzini?

E così anche la Toscana costiera ha la sua Ikea. Finalmente non si dovrà correre a Firenze o a Genova per fare acquisti e mangiare le famose squisite polpette svedesi (con quale carne vengono fatte?). Sindaco e prefetto hanno inaugurato come si conviene a un tale ragguardevole fatto cittadino (ma con la faccenda dell’acquisto dei terreni come è finita?) e ben diecimila persone sono entrate nel nuovo tempio svedese. Meno di quanto previsto a quanto pare, ma pur sempre un numero importante. Lunghe attese per essere i primi a entrare e a partecipare alla rappresentazione, accolti, a quanto si legge, da applausi, canti e gentilezze. Una vera festa.

Eppure quando si ha notizia di uomini, donne e bambini in fila, addomesticati come un gregge pronto a pascolare fra i banconi delle merci, in adorazione feticistica di tavoli, scaffali, armadi, letti e poltrone, un dubbio assale e, anche se oggi siamo, così ci dicono, nel regno delle libertà, il pensiero va a scene di massa dove entusiasticamente e consensualmente tutti stavano in fila e marciavano vestiti alla stessa maniera. Non è la stessa cosa, si dirà. Certamente. Eppure…..

al paradisoNel 1855, all’epoca delle grandi esposizioni universali di Parigi e di Londra, Ernest Renan, ebbe a osservare: “L’Europa s’è spostata per vedere delle merci” e Walter Benjamin (che attribuì erroneamente questa frase a Hippolyte Taine) paragonò questi grandi movimenti di massa a dei pellegrinaggi nei luoghi di adorazione del feticcio merce. Niente di nuovo sotto il sole dunque. Varrà la pena di ricordare che nel romanzo Al paradiso delle signore, Émile Zola racconta la nascita dei grandi magazzini attraverso gli occhi di una giovane povera, Denise, che, parente di un commerciante messo in ginocchio dalla concorrenza e commessa nel nuovo grande supermercato di stoffe, alla fine sposerà l’intraprendente imprenditore, Octave. Una sorta di terribile e spietato inno al progresso, dove la felicità di pochi si traduce nella disperazione di molti.

Proprio come oggi. Ma almeno il mondo è visto con gli occhi di una donna che lavora e non con quello delle signore che vanno a fare shopping.  Assai più inquietante è invece il recente libro di J.C. Ballard, Regno a venire, dove il consumismo e l’adorazione delle merci sono esplicitamente paragonati al fascismo nella forma e nei termini attuali. Anche la ‘Divina Toscana’ dava la sensazione di volere offrire al mercato del turismo questa nostra stupenda regione che non dovrebbe avere bisogno di far la fila al mercato e al supermercato.

E, a proposito di ciò, nel film La grande bellezza, di cui si sono dette tante cose a proposito e a sproposito, si è vista una Roma struggente nella sua bellezza. E’ bastato l’occhio del fotografo, dello sceneggiatore e del regista per indirizzare lo spettatore verso una visione della città non ovvia, ma corrispondente a una condivisione ben riuscita fra lo sguardo di chi la vede (lo spettatore) e lo sguardo di chi la fa vedere (il regista). Eppure nel film vi è stata una (forse un po’ troppo) complice attenzione a chi poteva essere attirato (gli americani, per esempio) da quelle scene. Infine, del film di Sorrentino è bene tenere a mente quel che Jep Gambardella (lo straordinario Tony Servillo) dice a Stefania, la scrittrice di sinistra, donna impegnata, con undici libri a carico, fra cui la storia del partito.

In fondo, tra la fila dei clienti Ikea il giorno dell’inaugurazione e i trenini della mondanità notturna del film vi è una qualche somiglianza. Solo che i trenini, come dice Tony Servillo, non portano da nessuna parte. Dove portano le fila ai grandi magazzini? Forse non conta saperlo, l’importante è, come per i trenini, esserci dentro.

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