Ignazio Messina, la parabola di un politico solitario che ha in serbo altre sorprese. Per tutti

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Tra tante vittorie, ma anche una miriade di errori,  la scalata dell’ex sindaco di Sciacca nella vita politica italiana

Ignazio MessinaIeri sindaco di Sciacca. Oggi segretario nazionale di Italia dei Valori. È un’autentica scalata, quella di Ignazio Messina, nella vita politica italiana. Scalata iniziata nel 1993. Quando questo giovane avvocato, saccense solo di origine, di buona famiglia da sempre, cresciuto alla scuola dei Gesuiti di padre Ennio Pintacuda, ha appena 29 anni. Si candida a sindaco di Sciacca. Lo fa con La Rete di Leoluca Orlando. E Messina, a sorpresa, fa saltare il banco. Vince le elezioni, “disturbando” uno status quo della politica stanco che, soprattutto, non si accorge della stanchezza accumulata dalla gente. Calogero Mannino e Michelangelo Russo sono i suoi bersagli preferiti. Come dire: Dc e Pci come facce di una stessa medaglia.

In una parola Messina frantuma i santuari, attacca il consociativismo, spara contro destra e sinistra. Perché nessuno, nemmeno chi ha fatto il ministro o il presidente dell’Ars, è riuscito a far decollare Sciacca. E, ben prima di Beppe Grillo, grida: “mandiamoli a casa”. E i saccensi, anche quelli che, pure, da quei santuari erano stati più che beneficiati, gli danno retta.

Ignazio Messina parla come parla la gente. La scuola dei gesuiti è straordinaria. E attacca la vecchia politica. Irrompe in quella politica impostata sul rapporto servi-padroni. Quella politica che dà sempre per scontata la pazienza dei cittadini. Messina fa stampare delle cartoline. Immortalano le vergogne di Sciacca: le opere pubbliche incompiute. Su tutte: il teatro Samonà. Non solo. Se la prende anche con lo sviluppo mancato. Con quella Sitas dal progetto megalomane irrealizzato. E lo slogan è di quelli vincenti, destinati a passare alla storia: “Soldi spesi bene”. Sì, Messina parla come in quel periodo parla la gente. Ma lo fa dai palchi dei comizi, non certo al bar.

Diventa sindaco di Sciacca. Sbaragliando agevolmente una concorrenza che non coglie la rivoluzione generazionale. Rivoluzione a metà, intendiamoci. Perché per il consiglio comunale a prevalere è sempre l’amico, il cugino, il fratello. E Messina si ritrova sindaco con, in aula, appena 3 consiglieri su 30 a sostenerlo. Ma è la sperimentazione dell’elezione diretta del sindaco. L’opposizione è di quelle agguerrite, ma lui resiste. È costretto a fare tutto da solo. È dura, ma ci riesce.

Rivince le elezioni , nel ’97. Ma stavolta sbaglia. Continua a voler fare tutto da solo. Si apparenta col centrosinistra, che al primo turno aveva puntato su una vecchia volpe come Siso Montalbano. E Messina quell’apparentamento non lo rispetta. Addirittura fa presentare ad un esponente di Rifondazione comunista un ricorso contro quello stesso apparentamento. È un errore pacchiano, commesso da chi vuol fare il furbo. Un errore che due anni dopo lo condurrà dritto dritto verso la mozione di sfiducia. Quella politica che lui poco tempo prima aveva spazzato via si vendica agevolmente. E a casa stavolta ci va a finire lui.

Messina sta alla finestra per qualche anno. Nel frattempo la Rete non c’ più. Si avvicina a Di Pietro. E nel 2004 a Sciacca disorienta ancora una volta tutti, vestendo i panni del bastian contrario. Prima si candida a sindaco. Non un grande risultato, per lui. Ma Messina il modo per “vincere” lo trova lo stesso. Lo fa al secondo turno quando la fa pagare ancora una volta alla sinistra. Piuttosto che schierarsi con Mariolina Bono, preferisce apparentarsi con la destra. Tornando a fare il vendicatore solitario. Facendo vincere Mario Turturici. Il capolavoro è la benedizione di Di Pietro in persona. Un via libera che spiazza i puristi di centrosinistra, che dal canto loro sperano che sull’altare delle battaglie contro Berlusconi l’ex magistrato di Mani pulite orienti le scelte politiche locali. Si sbagliano, ovviamente. Di Pietro non rinnega il rapporto con Messina. E lui dopo l’apparentamento con Turturici si ritaglia per sé il ruolo di vicepresidente del Consiglio comunale. Ma le sue mire sono altre.

Nel 2006 si candida al Senato con Di Pietro. Arriva dietro Franca Rame. Non è un posto utile per essere eletto. Ma Messina è un tipo paziente. E nel 2008 ce la fa. Grazie anche all’accordo tra Pd e Italia dei Valori Ignazio Messina approda a Montecitorio. Sullo sfondo c’è sempre Sciacca. Nei suoi interventi congressuali, e non, inizia sempre parlando della sua esperienza al timone del comune termale. Ma intanto non manca chi gli volta le spalle. La rottura più clamorosa quella con Tiziana Russo, che già aveva mal digerito la scelta di sostenere Mario Turturici. Messina perde punti di riferimento. Ma continua a condurre la sua battaglia solitaria.

Alle ultime elezioni Ignazio Messina non rientra in Parlamento. L’immagine di Di Pietro è in caduta libera, soprattutto dopo una puntata di Report, il programma di Raitre di Milena Gabanelli che fa venire fuori alcune presunte operazioni poco limpide nel settore della compravendita immobiliare con i soldi del partito.

Eravamo il partito delle mani pulite, e questo torneremo ad essere, dice oggi Ignazio Messina. Al quale non si addice la metafora dell’araba fenice, che risorge dalle ceneri. No, perché Messina è stato uno che può anche aver commesso una miriade di sbagli, ma è ancora in piedi.
E, dunque, non può essere mai risorto perché, di fatto, non mai morto. E di certo ha in serbo tante altre sorprese. Per tutti.

Massimo D’Antoni

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