I racconti degli amici della Noce

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La campagna di Sciascia nel ricordo degli scrittori

Bufalino alla Noce con Sciascia e i nipoti dello scrittore racalmuteseContinuiamo, dopo il racconto di Leonardo Sciascia, la pubblicazione dei racconti dedicati alla campagna di Racalmuto dove l’autore del “Giorno della civetta” ha scritto quasi tutti i suoi libri.
I racconti, editi da Franco Sciardelli, sono stati pubblicati negli anni Ottanta dal giornale Malgrado tutto. Pubblichiamo oggi “Il vecchio e l’albero” di Gesualdo Bufalino che spesso andava a trovare Sciascia alla Noce.

A seguire le foto di Lillo e Gianmarco Conte sulla manifestazione di domenica scorsa nella terrazza della Noce, all’ombra della casa dello scrittore.

 

Il vecchio e l’albero

di Gesualdo Bufalino

Quel giugno non gli parve all’inizio diverso dagli altri, moltissimi, che aveva vissuti, ma il vecchio capì subito ch’era un mese posticcio, forestiero, portatore di misteriosi e malefici sensi. Non sarebbe stato semplice farci amicizia, non è mai semplice fare amicizia con le stagioni, si ha l’impressione che camminino sempre contromano, che leL'incisione per il racconto di Bufalino loro flemme o smanie facciano apposta a contraddire le nostre, voglio dire del nostro sentimento e della nostra mente. Soprattutto se si è vecchi, e si vive soli in campagna, in una casa troppo grande, e non si può parlare ad altri che a quella solita e solitaria lucertola. Allora si patisce la prepotenza delle meteore, l’accordo col tempo si rompe come un macigno inzuppato d’aceto e sale…
Dunque il vecchio si sentì d’improvviso il cuore stanco, un cuore di più d’ottant’anni, e non volle restare in casa, si mise il fucile a tracolla e se ne andò a passeggiare nei campi.
Che avrebbe fatto, non sapeva. Era come se gli avessero bendata la fronte con un intreccio di spine. Guardava il sole: d’un rosso sforzato, da tintoria, grondante di sughi marci, di sanguinazioni cattive. Gli uccelli stessi parevano averne paura, s’erano nascosti a terra, fra l’erba, lontano dal cielo. Dietro la vigna il fiume, su cui la scarpata protendeva tralci improduttivi e bastardi, s’era tanto risecchito da ridursi a un filo fra due argini di canne sparute. Gli sarebbe bastato un salto breve per andare di là, ma non lo fece, gli venne più naturale curvarsi in una pozzanghera – ce n’erano tante – dove l’acqua s’intorpidiva fra ciottoli e ghiaia.
Vide, intravide una faccia. Non era la sua, la cancellò con la scarpa, non era il caso di crederci, era la faccia di un traditore. Indugiò ad accusarsi con questa parola, si assolse: erano stati gli anni a tradire, non lui. Erano stati essi a falsificargliela, quella faccia, a gremirgliela di grinze e di bozze. Quanti aratri c’erano voluti, di luce e sole, pioggia e vento; quanti erpici di crucci, disinganni, veglie; quanta vita era occorsa per costruire quell’effige da ripudiare, quella maschera di chissà chi. Si toccò con la mano la fronte, la sentì come un osso nudo, la pellicola della pelle pareva vicina a strapparsi tanto era tesa. Un osso, e dietro l’osso un cemento – il medico aveva detto così – un cemento che stringeva, strangolava le arterie della memoria…
Per favore un ricordo, implorò, uno solo. E subito a tentoni miracolosamente lo ritrovò, un ricordo remoto, di quello stesso luogo e di sé bambino, quando gli piaceva mettere in acqua flotte di fuscelli e seguirne dalla sponda la gara attraverso vortici, agguati di sirti, cascate…

Sciascia e Bufalino alla Noce fotografati da F. SciannaAncora oggi il terreno appariva sparso di festuche e frantumi di legno. Quelli che scelse e buttò nel rigagnolo si avviarono però stavolta con una pigrizia crudele, non dovette allungare passo per starci a paro. La vittoria del più povero, una scheggia di stecco tarlato, gli strappo un consenso confuso, un gorgoglio a metà fra la tosse e la risata.
Quando si calmò, furono i suoi piedi , istintivamente, a voler giocare un altro gioco antico, si misero a girare in tondo attorno ad una chitarra sfondata in secco sul greto. Poi la sua voce disse « Io » e gli venne come da piangere.
Non pianse, non c’era ragione, e lo sapeva. Eppure qualcosa di molto infelice gli stava accadendo. Che cosa, lo avrebbe capito solo domani. O forse no, non lo avrebbe capito più. Ora sentiva il bisogno di vivere la giornata così: accarezzando la propria infelicità, aspettando che passasse, come una bua di bambino. E avrebbe lasciato intatto il pane nel tascapane, non avrebbe dormito, non avrebbe rivolto la parola a nessuno. Con lo stesso broncio orgoglioso d’un bambino in castigo. O non erano i cavalieri a digiunare nelle veglie d’arme, di cui parlano i libri? I cavalieri oppure i santi? Oppure solo chi sta per morire? Non seppe decidere, i suoi pensieri erano stanchi, confondevano desideri e memorie, era come se lo spazio minimo e volatile del presente ospitasse una ridda di tanti ieri e domani, un mulinello ch’era impossibile districare..Molte ore erano state, altre sarebbero state, ma lui non distingueva più l’avvenuto dal venturo, le sue dita non trovavano che aria quando s’avanzavano a palpare la nuvola dell’esistenza. I digiuni depurano la carne, la smagriscono dei mali umori, aveva letto una volta. E invece a lui pareva di commettere un’infrazione senza perdono, tutto gli veniva peccato, perfino il suo nome (provò a chiamarlo) suonava un suono agro di colpa, di confessione viziosa mormorata alla grata di Dio.
Guardò il fucile, lo aveva appoggiato ad un cippo di confine con le dueSciascia, Consolo e Bufalino alla Noce (Foto Leone) canne in su, nere: le due occhiaie d’un cieco maligno. Fece la verifica delle distanze, anche questo era un gioco di allora, l’aveva fatto tante volte con lo schioppo del campiere, mill’anni addietro. Bastava sedersi a terra, introdursi in bocca l’orifizio dell’arma, provare se l’indice e il pollice destro pendessero alla spanna giusta, all’altezza del grilletto…
Fu a questo punto che vide l’albero: un grande noce bruciato e solitario sopra una balza. Erano settimane, ormai, che nella campagna fuochi ardevano, appiccati da mani misteriose. Così ora quest’albero stava freddo e grande sopra una balza. Il tronco, d’un color minerale, gli rammentò i muraglioni di lava scorti nell’infanzia dal finestrino, mentre lo portavano a Catania, a vedere morire suo padre, ch’erano grigi e spenti altrettanto, e apparivano, sparivano in un baleno, secondo che il treno sbucasse o s’imbucasse nel tunnel.
S’avvicinò. Il noce resisteva ancora in piedi, affumicato, irto di cicatrici e nodi come un samurai moribondo; ma le radici apparivano misere, sciolte, penzolavano a mo’ di visceri nell’imbuto di terra dove l’incendio aveva scalzato più a fondo. Non c’era germoglio, non c’era segno che da quel seccume potesse un giorno avventarsi una forza, l’albero non era più resistente di uno scheletro cappuccino nel loculo della cripta.
Il vecchio esitò un poco, poi si mosse, s’inginocchio a scavare con le mani, si riempì le mani d’una zolla bruna, l’accomodò a rassodare la frana attorno alle barbe inerti, ripeteva i gesti di un’inumazione pietosa.

Com’era bruna, come gli piaceva toccarla, la terra! La terra ciba gli alberi, li cova nel suo buio come figli. Anche le bestie, aiuta. Le ingrassa di vermi, le ricovera in letargo. Nutriente e ricca terra! E’ giusto che a te si deleghi il nostro relitto supremo, il nostro ghiacciato, ossuto niente finale…
Tornò a toccarsi la fronte con mani che tremavano. La pelle era così sottile sull’osso, ci sarebbe voluto pochissimo perché l’osso se ne spogliasse: fra un mese sarò solo un po’ d’osso, pensò, fra un anno polvere e niente più. Un uccello precipitoso gli sfiorò la guancia, si perse fra le fronde, riemerse dal fondo d’un cratere incarbonito. Non si mosse, palpitò appena, quando lui lo coprì con la mano, ed era una mano sdrucita come la scorza dell’albero. Chissà che uccello era, non somigliava a nessuno di quelli che conosceva e cacciava. Chissà da dove veniva, dove andava. Il vecchio aprì la mano: l’uccello rimase immobile un po’, poi battè l’ali, entrò in un raggio, in un momento non si vide più.
Anche il sole scomparve, si nascose dietro una nuvola. E che pace, allora, inaspettatamente, che silenzio. Il vecchio si rimise in ginocchio, cinse il tronco con entrambe le braccia, premette su una ruga le labbra chiuse come se pretendesse baciarvi una speranza di foglia.
Quando riprese il fucile e s’incamminò verso casa, il suo passo era il quieto passo d’un re. Se una pietra gli sbarrava il cammino, caduta da un muro, si curvava a raccoglierla, la rimetteva nel suo alveolo con mani lievi. E cantava frattanto a bassa voce un alleluia senza parole.

* * *

Ecco le foto di Lillo e Gianmarco Conte al B&B “Amici della Noce” di Racalmuto

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Contrada Noce, Racalmuto


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