I giovani non cambiano niente, si avvicendano soltanto

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La storia rischia di ripetersi, con tutti gli intellettuali che si affaticano a mettersi in fila per appoggiare il capo di turno.

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Siamo sinceri, qui non va bene niente. Non va bene la stagione con un luglio che forse avrà fatto felici tutti coloro che detestano il caldo, ma che così piovoso e nuvoloso non s’era mai visto, non va bene il governo, nonostante vi sia ormai un partito unico e un leader unico e (quasi) tutti gli intellettuali invece di mantenere il ruolo che loro compete, quello di essere critici per il bene della democrazia, si affaticano a mettersi in fila per fare quello che sempre fanno senza darlo a vedere e cioè o appoggiare indirettamente il capo di turno oppure parlare d’altro per distrarsi o distrarre.

Non molti si avvedono che le risse al Senato come del resto la stessa legge sulla Pubblica Amministrazione stanno diventando lo specchietto per le allodole di fronte al fatto che la questione del lavoro e delle diseguaglianze non vengono affrontate mentre quella dei giovani è ancora tutta interna alla sottospecie culturale e psicologica della ridicola guerra dei vecchi e dei giovani.

Qualcuno vada a leggersi quel grande romanzo ormai dimenticato che è I vecchi e i giovani di Pirandello e vi troverà la grande delusione della storia italiana dopo l’Unità d’Italia, determinata proprio dal fatto che i giovani non hanno cambiato niente di ciò che avevano fatto i vecchi. Si sono soltanto avvicendati. Una storia che rischia di ripetersi e non sarà Internet né Twitter e Facebook a cambiarne la sostanza.

Ma a che serve suggerire una simile lettura nel trasando culturale in cui ci troviamo, utile però a mantenere una vita dove le diseguaglianze si configurano non soltanto sul piano del reddito individuale e familiare (un manager, a quanto si legge, guadagna 84 volte di più di un lavoratore medio: vale davvero 84 volte di più?) ma anche sul piano della qualità della vita sociale, dal paesaggio all’ambiente, dagli ospedali ai trasporti. Che cosa voglio dire? Provo a fare un esempio. Si ironizza a proposito di Firenze e del suo rapporto con la Toscana e, in particolare del suo rapporto con la costa, chiamandola Matteocity. In realtà questa battuta segnala qualcosa che va oltre il fatto che il capo del governo è fiorentino, che è anzi l’ex sindaco di Firenze; essa segnala un problema ben più vasto, quello della spinta verso l’accentramento del potere nelle aree metropolitane  e, di conseguenza, verso la trasformazione in periferia di tutto il resto del territorio abitato.

Un movimento non certo nuovo e sicuramente europeo e mondiale. Ma il nostro paese, come altri, ad esempio la Germania, si è caratterizzato proprio per le molteplicità dei centri e non per l’accentramento. E proprio i nuovi mass media così come le nuove tecnologie davano la possibilità di sviluppare ed accrescere quello che alcuni chiamano il multiversum ovvero la molteplicità e la polivalenza di molti centri senza la periferia. Invece sta avvenendo il contrario.

La forza centripeta verso le aree metropolitane aumenta e questo va contro la storia stessa del nostro paese e di quelle caratteristiche che l’hanno fatto crescere. Se teniamo conto di questa tendenza che sta affermandosi al di fuori di una qualche visione politica complessiva oggi del tutto inesistente, allora forse possiamo spiegarci meglio anche molte piccole vicende che colpiscono la vita quotidiana di tutti noi. Per esempio il sovraffollamento ai Pronto Soccorso dipende anche dal fatto che la medicina territoriale (leggi guardie mediche) è stata tolta in favore dell’accentramento ospedaliero, i pessimi servizi ferroviari locali in favore delle linee ad alta velocità dipendono anch’essi da una cultura dove il territorio è diviso in centro e periferia. Fin quando non si coglierà l’insieme di ciò, la politica non sarà un governare ma un essere governata da processi storici e da interessi economici che la dominano.

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