I gay che adottano figli? Né aguzzini né egoisti: solo genitori, punto e basta

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LOS ANGELES/ITALIA. La giornalista Laura Collura, con lontane origini di Racalmuto, paese di cui è cittadina onoraria, racconta il suo impatto in California con le coppie di omosessuali che hanno adottato un bambino. “I miei amici gay non sono aguzzini egoisti alla ricerca di un trastullo nella forma di bambino. Sono genitori, punto e basta”.

Quando sono venuta a vivere a Los Angeles, nel 2008, mi consideravo una ‘liberal’ con tutti i crismi – di larghe vedute, a favore di tutti i diritti civili, non-razzista, ‘multiculturalista’, femminista, ideologicamente tollerante, abbastanza fissata con i cibi biologici e avida lettrice di libri di psicologia infantile. Ero dunque perfetta per la California del Sud, regione degli States notoriamente ultra-tollerante e all’avanguardia sulle questioni sociali. Non lo sapevo ancora, ma già poche ore dopo lo sbarco, cioè al primo tour scolastico per la difficile scelta della scuola elementare, avrei scoperto la mancanza in me di un pezzetto ideologico fondamentale: un’opinione chiara sulle famiglie gay. Non mi ero davvero posta il problema, avendo accettato supinamente, senza rifletterci con attenzione, l’idea diffusa nel nostro Paese che le unioni civili fossero un ottimo sostituto del matrimonio e che, comunque, gli omosessuali i figli non li fanno, e un motivo ci sarà.

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Nella sala riunioni della scuola che avrei poi scelto per i miei bambini, la preside mi scosse dal torpore dicendo, forte e chiaro: “Voglio ricordare a tutti che questa è una scuola religiosa. Qui si studia religione, tutti i giorni, fa parte del curriculum. Non si discute. E voglio anche ricordare che, su questa base di valori, noi qui non accettiamo alcuna forma di discriminazione. E infatti – e qui il tono della donna si fece orgoglioso e il suo volume leggermente più alto – in questa scuola vantiamo un notevole numero di famiglie con genitori dello stesso sesso.” Rimasi di sasso (anche se esteriormente non feci una piega, per darmi un tono cosmopolita). Ma che diceva, questa? Una scuola religiosa, re-li-gio-sa dico, che si vanta di aprire le porte alle famiglie gay?! Ma non ha senso, è un ossimoro, un’assurdità. Non avevo mai sentito una cosa del genere. Sei anni fa, in Italia, il tema delle nozze gay, per non parlare dell’adozione di bambini per coppie omosessuali, era ancora un tabù. Anzi, per la verità non era nemmeno un tabù, ma pura fantascienza. Si sapeva che in altri mondi esisteva, certo, ma quelli erano mondi strani e alieni, che non ci riguardavano. A quei tempi, per dire, le indignate Sentinelle di oggi se ne stavano ancora tranquille a casa loro, a leggere i loro libri comodamente da sedute.

La scuola però ci piaceva molto e così, a dispetto di questa piccola stranezza, decidemmo di iscrivere i nostri bambini. E da quel giorno, parallelamente alla loro educazione, è cominciata anche la mia. Il primo impatto è stato a livello personale. Accompagnando i miei bambini, a quel tempo ancora molto piccoli, a giocare a casa di amichetti, ho conosciuto personalmente varie famiglie con genitori dello stesso sesso. E qui mi rendo conto che la parola ‘impatto’ è fuorviante, perché in realtà si è trattato di un atterraggio morbidissimo. Prendiamo Greg e Daniel, che oggi ho il privilegio di considerare amici molto stretti: il primo è un architetto di Miami, il secondo un pasticcere di Toronto. Sono sposati dal 2001 (sì, sposati: con tanto di foto di nozze in bianco e nero all’ingresso di casa) e hanno due bambini della stessa età dei miei. I due piccoli hanno la stessa mamma naturale, e la frequentano e conoscono bene. La bambina più grande è figlia biologica di Daniel e il più piccolo di Greg. Sulla carta delle Sentinelle, una vera e propria famiglia debosciata. Un disastro. Il lavoro del demonio.

Laura Collura

Laura Collura

Be’, giudicate voi: i quattro abitano in una villetta con giardino, vedono i nonni durante le vacanze e d’estate fanno un viaggio tutti insieme. I genitori cucinano verdure e dolci, e bambini sopportano le prime e adorano i secondi. La bimba grande è simpatica, capricciosa e viziata e si trova molto bene con mia figlia, che è ugualmente simpatica, capricciosa e viziata. Il piccolo è molto vivace, adora i giochi elettronici e un po’ meno la scuola, e quando lui e mio figlio giocano insieme, passano ore a correre, strillare senza motivo e saltare sul divano a testa in giù.

Di conoscenze come Greg e Daniel nella mia vita privata, ormai, ce ne sono svariate. Prendiamo, per citarne soltanto una piccola parte, la banchiera Carmel e l’avvocato Elise, madri di tre maschi scatenati, portati per il tennis e il pianoforte; il mio medico Myles, che con il marito Danny ha due gemelli che frequentano la stessa piscina di mio figlio; lo psicoterapeuta Bud e suo marito Oliver, sceneggiatore di successo, padri di due bambini. Nessuna di queste famiglie, che io sappia, ha prodotto figli di Lucifero, anzi. Sono famiglie perfette? Nemmeno per idea. Sono famiglie piene di problemi e casini, con genitori che a volte litigano, suoceri che si impicciano, bambini che si ammalano – un po’ come la mia. E la vostra.

Una volta, quando ancora non mi capacitavo di quello che vedevo, cioè la più assoluta e noiosa normalità, mi sono fatta coraggio e ho chiesto a un papà gay: “Come spiegheresti a un etero la tua esperienza di genitore omosessuale?” E lui mi ha detto, serenamente: “Boh. Non so che dirti di sorprendente. Se mia figlia ha mal d’orecchi la notte, sto alzato con lei. Se piange, la consolo. Nel fine settimana, la accompagno al parco e a lezione di nuoto. La mattina la porto a scuola, nel pomeriggio la aiuto a fare i compiti. Tutto qua.”

Eppure, non ero ancora pienamente convinta. Come ci succede spesso, il pregiudizio era talmente forte, e la sua logica così seducente, che la tentazione di non dar credito a quello che vedevo con i miei occhi rimaneva enorme. Saranno eccezioni, mi dicevo, un po’ sottovoce, come quando parlando al bar ce ne usciamo con il classico, “Io non sono razzista, ma… esclusi i presenti, eh…”. Il proverbiale buon senso continuava a martellarmi in testa: ogni bambino ha il diritto a una mamma e un papà. Quella è la famiglia naturale. Naturale, naturale, naturale. Come si fa a discutere con la natura?

Poi mi sono guardata intorno. E di naturale, nella mia vita, ho visto ben poco. Che cosa c’è di naturale nello spostarsi in auto, comunicare attraverso uno smartphone, andare al supermercato, guardare la Tv? A ben guardare, anche la famiglia nucleare, quella che siamo abituati a chiamare ‘naturale’, è un’invenzione contemporanea – in molte società, del passato e del presente (e del regno animale), si vive in gruppi, non certo in bolle di tre, quattro persone come facciamo noi. E che dire delle famiglie con un solo genitore, o con genitori separati o risposati? E delle persone sterili, che bypassando la cosiddetta natura decidono di adottare un bambino, pur di diventare genitori? Le vogliamo bollare come innaturali, e presagire per quei bambini l’infelicità perenne?

Certo è che il meccanismo riproduttivo di base degli esseri umani è fondato su un fenomeno naturale. Ma mi chiedo allora: come mai i tanti difensori della natura che ci sono in Italia (e anche qui in America) hanno soltanto uno o due figli, e non 15 o 16? Si affidassero tutti alla natura, questa penuria non si spiegherebbe. E allora diciamoci la verità: parlare di ‘famiglia naturale’ soltanto per bloccare i diritti altrui, ma mantenere i propri, diventa un argomento vuoto, inapplicabile, egoista.

gayPoi c’è l’argomento religioso, e qui la discussione andrebbe chiusa sul nascere perché per fortuna non viviamo in teocrazia. Però, per amore di polemica, voglio farvi sapere che in testa m’è girata anche l’ipotesi che questi genitori gay fossero dei degenerati senza Dio. Sarebbe stato comodo. Vorrei potervi dire, ad esempio, che Greg e Daniel sono due papà dissoluti e senza valori, che costringono i figli a indossare boa di struzzo e completi di pelle borchiata mentre ascoltano i Village People a mezzanotte. Mentirei: sono invece due eleganti signori di mezza età abbastanza conservatori, ordinati, spiritosi ma anche molto seri e religiosi. Non li ho mai sentiti dire una parolaccia, sospetto siano anche un po’ moralisti e ogni tanto mi prestano dei libri sullo sviluppo infantile e le tecniche di genitorialità. A dirla tutta, a volte ho paura di essere io, con il mio turpiloquio, umorismo volgare e incorreggibile ateismo, ad esercitare una cattiva influenza sulla loro famiglia.

Questi racconti, però, restano aneddoti personali, possibili eccezioni alla regola. Mi sembra di sentirli, i miei amici su Facebook, che pontificano sulle pagine e pagine di psichiatria infantile dedicate all’importanza di avere genitori di sesso opposto. Chi mi dice, dunque, che tutti questi bambini all’apparenza felici, che magari adesso sembrano a posto, non mi diventino poi dei disadattati? Allora mi sono documentata. Sono andata a scavare nelle ricerche scientifiche contemporanee, e ne ho trovate svariate, fondate sulla realtà di famiglie già esistenti e non sulla teoria. La stragrande maggioranza di queste ricerche dicono che i figli di coppie gay sono, dal punto di vista dello sviluppo, tali e quali ai figli delle coppie etero. Per capirci: nei due gruppi le percentuali di ragazzi con problemi di tossicodipendenza sono le stesse, così come quelle dei ragazzi con buoni risultati accademici o con problemi di integrazione sociale.

L’orientamento sessuale dei genitori è, per i ricercatori, “Una variante senza rilevanza.” L’unico studio che sia riuscito a dimostrare differenze tra bambini di etero e bambini di omosessuali fa leva sulla discriminazione subita dai secondi, a causa della percepita ‘diversità’ della loro famiglia. Scusate se questo argomento lo prendo e lo butto nel cestino. Sarebbe come dire, infatti, che i matrimoni interrazziali andrebbero vietati, perché poi i figli verranno discriminati; o che le persone di colore non dovrebbero proprio riprodursi, perché i loro bambini soffriranno per via del razzismo.

Resta l’annosa questione, la domanda che gli amici italiani immancabilmente mi fanno: come fai a spiegare la situazione ai tuoi figli? Che cosa gli dici? Per la verità, non gli dico proprio niente. Per i miei figli, mi spiace dirvelo, la parola gay e’ una parola come un’altra, non da sussurrare arrossendo, ma da pronunciare senza problemi. E avere due papà o due mamme è semplicemente una delle situazioni possibili, alla quale dedicare poco più di mezza frase. Già pochi mesi dopo essere arrivati a Los Angeles, ho sentito mio figlio di tre anni chiedere a un amichetto, senza traccia di malizia: “Tu quanti papà hai? Io uno solo…” E mia figlia, che invece di malizia ne ha molta ed è più pettegola di Signorini, giorni fa mi ha apostrofato dicendo: “Guarda che lo dico a papà che vai sempre a pranzo con il tuo amico Paul.” E io: “Fai pure. Ma guarda che Paul è gay.” E lei, un po’ delusa: “Ah. Va bene, allora.” E poi ha cambiato discorso.

Manifestazione delle "Sentinelle in piedi" a Bergamo

Manifestazione delle “Sentinelle in piedi” a Bergamo

A questo punto, mi sono arresa, piuttosto felicemente, all’evidenza. I miei amici gay non sono aguzzini egoisti alla ricerca di un trastullo nella forma di bambino; sono genitori, punto e basta. Pieni di dubbi, paure, idee, errori e amore incondizionato per i loro figli, proprio come me. E anche loro, proprio come me, non vogliono certo “Distruggere l’istituzione della famiglia,” anzi desiderano con tutto il cuore di esserne ammessi con legittimità. Lungi dal volerne minare le basi, vogliono contribuire a tenerla in vita, e prenderne parte. E in questa mia conclusione, raggiunta un giorno in cui ero a cena con due famiglie gay, la mia famiglia etero, e vari amici e suoceri di razze miste, ho anche capito la cosa forse più importante di tutte: e cioè che nessuno, neanche uno, tra questi bambini di genitori gay, può dirsi il risultato di un incidente di percorso. Nessuno di loro si trova nella sua famiglia ‘per errore’. Sono stati tutti fortissimamente voluti dai loro genitori, benvenuti in casa con entusiasmo e racchiusi tra le braccia delle loro mamme e dei loro papà con una gioia senza ombre.

Chi ha la fortuna di essere fertile, fa figli biologicamente. Chi è sterile, decide magari di adottare. Chi è gay, può adottare o trovare altri modi di avere figli biologicamente. A prescindere dal metodo riproduttivo, però, il risultato finale rimane lo stesso: un nucleo di persone che si amano e si sostengono l’un l’altro e che hanno, per come la vedo io, tutto il diritto di chiamarsi famiglia.

Fonte: www.huffingtonpost.it

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