I fantasmi del “caso Moro” ci perseguitano ancora

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SCIASCIA. Marco Damilano, direttore del settimanale L’Espresso, non ha potuto partecipare all’incontro in Fondazione a Racalmuto sui quarant’anni dal “caso Moro”. Ha inviato un testo che pubblichiamo

Marco Damilano

Sono impossibilitato a partecipare a un’iniziativa che mi ha entusiasmato e che sarebbe rimasta per me memorabile: l’occasione di parlare di Leonardo Sciascia e del suo L’affaire Moro lì a Racalmuto, a pochi passi da Contrada Noce, nella campagna dove fu ideato e scritto, in quell’estate del 1978.

«Finito il 24 agosto il pamphlet sul caso Moro», scrisse poi Sciascia, «ho passato quattro giorni a rileggerlo, correggendo e ritoccando meccanicamente. Ogni anno, qui in campagna, scrivere un libro – un piccolo libro – è per me riposo e divertimento. Il riposo e il divertimento della scrittura, il piacere di fare un testo. Ma questo su Moro mi ha dato una inquietudine che sconfinava nell’ossessione…».

In quella campagna si svolge la prima pagina del libro, la passeggiata notturna di Sciascia, l’incontro con le lucciole, i « cannileddi di picuraru», «non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni: e perciò credetti dapprima che si trattasse di uno schisto del gesso con cui erano state murate le pietre o di una scaglia di specchio…». Le candeline del pecoraio, con la loro «fosforescenza smeraldina».

Le lucciole che secondo Pasolini erano sparite. Sarebbe stata una notizia quasi festosa, aperta alla speranza, se non fosse stato che in quei tre anni – dal 1975, dall’articolo di Pasolini e dalla sua morte – era successo altro. Anni di morti, di fantasmi, quelli che – ha scritto Sofri in un altro libro dedicato a Moro e al suo memoriale –  «sono andati via malamente, o troppo in fretta, senza regolare le questioni con amici e nemici, e hanno ancora voglia di frequentare, sia pure leggermente, le cose di qua». I fantasmi che «vanno ascoltati con attenzione e con rispetto (infatti, sono diventati più permalosi). Se anche i nostri fantasmi ci abbandonassero del tutto, saremmo perduti».

Sciascia laico, scettico, illuminista. Pasolini, lo scrittore corsaro con cui Sciascia aveva avuto una lontana e tormentata amicizia. E Moro, il cattolico Moro, levantino, uomo di potere eppure critico di quel potere che rappresentava. Compongono un triangolo, discutono tra loro a distanza senza nominarsi, capiscono e smentiscono le loro convinzioni. Una «tragica enigmatica correlazione» tra loro, in un tempo da ritrovare.

Ho scritto nel mio libro che forse l’ossessione di Sciascia era una forma di risarcimento intellettuale nei confronti di Pasolini, e di Moro. O forse riguardava qualcosa che ci porta più vicino, quella pulsione che attraversa gli anni Settanta e che è arrivata fino a noi, in forme in apparenza meno cruente, la ricerca e la richiesta del cambiamento politico non per avvicendamento ma per eliminazione dell’avversario, la sua cancellazione.

E ci porta a una memoria spezzata. Di Moro e della vicenda repubblicana, della fine di quella stagione e dell’impossibilità attuale di farne nascere una nuova. Non esistevano allora personaggi mostruosi come quelli di “Todo Modo”, così come non esistono processi in cui sia possibile tirarsi fuori per assumere il ruolo dei giudici-giustizieri. Penso fosse questa la ragione dell’ossessione notturna di Sciascia in quell’estate 1978 nella casa di pietra di Racalmuto, mentre leggeva e scriveva e fumava. Un’ossessione che aveva avvertito per il passato e per il futuro, cui non riusciva, per il momento, a dare un nome.

Oggi la lunga caduta di cui  parla Sciascia in “Todo Modo”, «come nei sogni», sembra essersi compiuta. Ma sull’ossessione di Sciascia c’è ancora molto da lavorare.

Buon lavoro, con profondo rimpianto di non essere lì con voi, un caro abbraccio a tutti.

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