Grotte,”tutti pazzi” per Pino Bennici

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Non si arresta l’ondata di testimonianze che arrivano al nostro giornale sull’illustre personaggio grottese.

Enrico Bellomo

“Tutti pazzi” per Pino Bennici. E’ proprio il caso di dirlo. Non si arresta infatti l’ondata di testimonianze che arrivano al nostro giornale sull’illustre personaggio grottese.

Pubblichiamo di seguito quella di Enrico Bellomo, giovane studente di Grotte, che risiede a Torino per gli studi universitari.

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“Gentilissimo Direttorevisti i recenti articoli intorno alla figura di tale Pino Bennici, credo di aver trovato un interessante riscontro anche a Torino, città in cui risiedo per gli studi universitari.

Erano giorni in cui il sole tramontava tardi e avevo molto tempo per le mie lunghe passeggiate serali. Mi trovavo, con precisione, in via Asuncion, nei pressi di un grande parcheggio, che si estendeva silenzioso come un cimitero di automobili. Sentivo il rumore di una leggera pioggia che cominciava a infrangersi contro i parabrezza delle macchine. In fondo, su un grande cartellone, una donna senza nome pubblicizzava profumi. Per terra un pacchetto di Marlboro ormai schiacciato, la prima pagina de La Stampa di una settimana prima, un ciuccio consumato.

Fu allora che incontrai la zingara. Aveva l’aria di chi non mi avrebbe lasciato andare facilmente. Come di rito, guardandomi con l’occhio grigio, chiese qualche centesimo. In simili situazioni sarei andato via, ma qualcosa mi spinse a prendere il portafogli per acchiappare qualche moneta da darle. Quando gliele posi sul palmo, spalancando l’occhio azzurro, le strinse in un pugno dicendo “Soffia, porta fortuna”. Allora il mio solito fare prese il sopravvento: girai i tacchi, accelerai il passo. Pensavo ancora all’eterocromia dei suoi occhi. Sentivo che diceva ancora “Soffia” e poi  “Da dove vieni?”.

Riordinando i miei pensieri, lontano ormai dal parcheggio, quella domanda si ripresentò: già, da dove vengo?

Feci finta di non pormi il problema, poi riflettei. Per chi, come me, trascorreva ancora le vacanze in paese, la questione era abbastanza banale. Forse però non per tutti si poteva dire la stessa cosa, perché forse, per chi se ne era andato per sempre e da molti anni, il paese era al più un vago ricordo. Puntualmente, però, l’immediata reazione: bastava stare lontani per un po’, per essere prima condannati alla damnatio memoriae e poi inghiottiti da un disinvolto e generale “Ma di chi stai parlando?”. La constatazione dell’assenza diveniva convincimento della non esistenza. In una reazione d’orgoglio, la volontà popolare, voce delle pietre del paese, aveva gettato nell’oblio l’espatriato di turno. Conclusi che comunque, per diversi anni ancora, non rischiavo di fare quella fine.

L’indomani, svegliatomi di buon’ora, approfittai della giornata di sole per svolgere delle commissioni. Giusto a pochi metri dal portone del mio palazzo, il sempre allegro e gioviale Don Giorgio annaffiava le aiuole davanti all’oratorio. Al suo gioioso saluto, mi avvicinai. Così, tra una parola e l’altra, chiese “Come si chiama il paesino da dove provieni? Credo che tu non me lo abbia mai detto”. Risposi, pensando alla coincidenza della sera prima, certo che Grotte non avrebbe occupato la sua memoria per più di qualche minuto.

Invece, quello che accadde fu tutt’altro. Come risvegliatosi da un lungo sonno, Don Giorgio divenne radioso, esplodendo di stupore: “Grotte, proprio Grotte? Sei un compaesano di Bennici? Pino Bennici? L’eroe della camicia? L’eroe della mia infanzia?”

Allibito, quasi incredulo, venni invitato ad entrare in parrocchia e a sedermi.

Don Giorgio diceva di essere cresciuto con i racconti del nonno da cui aveva preso il nome, un garibaldino che nelle sue mille battaglie aveva sempre avuto accanto il piemontesissimo Giuseppe Umberto Bennici e Carmagnola, che dagli amici si faceva chiamare semplicemente Pino. Ebbene, Pino era stato un grande uomo, ma molto sfortunato. Accusato di tradimento della patria, per essere passato tra le fila delle camicie rosse, era stato catturato nell’Aspromonte, nella spedizione ricordata per la celebre ferita alla gamba. Per un uomo valoroso e fiero come lui, si trattava della più ingiuriosa tra le accuse. Dalla condanna a morte, solo Garibaldi in persona era poi riuscito a salvarlo, commutandogli la pena nei lavori forzati. Dopo l’unità, Pino era tornato libero. Diverse torture aveva subito nel periodo di prigionia: incatenato, per molti giorni venne costretto all’inedia e alla sete, alla veglia e al freddo. Mai, eppure, aveva pensato alla resa. Per tutto quello che aveva passato, Pino era divenuto famoso tra i suoi compagni, che spesso accostavano la sua figura a quella dell’eroe dei due mondi. Tra i figli dell’unità, Pino era il Che Guevara di Quarto.
“Anche nell’altra fazione si raccontava che, nelle sere in cui i garibaldini riuscivano a riposarsi e a rifocillarsi, Pino suonasse la tromba fino a tarda notte: erano melodie diverse dal Nabucco e dal Trovatore cui le sue orecchie erano abituate. Mi piace pensare che Bennici fu anche il primo jazzista.”
“E la camicia?” chiesi io, sempre più esaltato dalla situazione e dal racconto.

“Mio nonno, quando Pino venne liberato, si premurò di regalargli una nuova camicia. La sua, rossa già in principio, ma ora macchiata dal sangue suo e dei nemici, era divorata dall’usura. Pino, però, pur accettando il dono, decise di non indossarla mai: non poteva dire addio al simbolo del suo valore”.
Ancora non capivo però cosa il mio paese avesse a che fare con tutta quella faccenda: quando ormai i capelli erano bianchi, Pino si era trasferito in Sicilia, in un paesino dell’entroterra, da cui ogni tanto spediva lettere al nonno di Don Giorgio: Grotte era il simbolo dell’unità stessa, perché – a detta dell’eroe piemontese – lì assaporava la stessa aria regale, quella sabauda, che sentiva in Piemonte. Il cielo dell’Italia unita copriva allo stesso modo la maestosa Torino, da cui veniva, e poi Firenze, Roma, Napoli, Palermo e persino la piccola Grotte.

“So anche – continuò – che ebbe dei figli e dei nipoti che si trasferirono con lui: uno prese il suo stesso nome. Almeno così scrisse nell’ultima lettera che mandò a mio nonno, prima di morire. Ho un sogno, se così posso chiamarlo, sin da quando ero bambino. Mi piacerebbe che l’amicizia tra Pino e Giorgio possa riproporsi oggi, più di un secolo e mezzo dopo, tra i loro discendenti. Adesso so che tu puoi aiutarmi”.

Costernato però, dissi che era la prima volta che sentivo parlare di Pino Bennici: probabilmente  aveva fatto la fine di chi era andato via per sempre; anche se in vita era scampato alla condanna a morte, non era riuscito a salvarsi da quella dei suoi compaesani.

Apprendo da questa testata, con grande stupore, di una significativa, ma non certa, connessione con ciò che stavo cercando. Se anche i due omonimi in questione non avessero nulla a che fare l’uno con l’altro, solamente per il piacere del narrare, che mai deve essere rovinato dalla verità, la prossima volta sarò io a raccontare a Don Giorgio di Pino Bennici; se mai, tornando in via Asuncion, dovessi rincontrare la zingara, dirò “Vengo da Grotte, il paese di Pino Bennici”.

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