Grotte, “Caso Bennici”: un altro inaspettato colpo di scena

|




Giovanni Volpe, uno degli autori della biografia sull’illustre personaggio, racconta una incredibile esperienza. E nasce, a questo punto, inevitabile una domanda: siamo al delirio? 

Roma di notte, a fine settembre, nei pressi di San Salvatore in Lauro alle spalle di Castel Sant’Angelo, ha molto a che fare, per ombre lunghe e sinistri chiaroscuri, con le ambientazioni lugubri di un film di Ron Howard che racconta Dan Brown.

Ero stato contattato, in maniera assai bizzarra a dire il vero, tramite una serie di pizzini che improvvisamente avevano preso ad apparirmi ovunque come dal nulla. Su di essi scritto a mano in un inelegante, ma curato, carattere simil gotico, un nome: Pino Bennici. Li trovavo ovunque: alla maniglia del portoncino di casa, a quella della sala dove andavo a lavorare, sul bancone del bar dove andavo a prendere il caffè e persino sul sedile di un Taxi che avevo chiamato ancor prima dell’alba per andare a Termini a prendere la prima Freccia del mattino che mi avrebbe portato a Firenze in tempo per un appuntamento. Posto scelto e assegnato via Internet, anche lì, sul treno, trovai il solito pizzino, solo che stavolta non riportava solo il nome, ma anche una data, lì a venire, una piazza e un’ora esatta: Pino Bennici. Sabato 29 settembre. Piazza di San Salvatore in Lauro. Fontana del Leone. Ore 22,00. Poi, a conferma, cominciarono le email, messenger, whatsapp. La posta in effetti non la usa più nessuno, manco gli stalker.

Non ho mai pensato, nemmeno per un attimo, di correre il rischio di esser tirato dentro torbide storie di spionaggio internazionale coinvolte nell’eterna combutta tra le forze del bene e quelle del male. Del resto quel nome riportato nei pizzini, Pino Bennici, poteva solo indurmi a pensare di avere a che fare con una, per quanto bene organizzata stavolta, banda di scalcagnati.

Andai all’appuntamento. Nei pressi della Fontana del Leone – del Bernini ovviamente, che ve lo dico a fare – alle 22,00 in punto, un portone, giusto di fronte a me, si aprì. Sull’uscio nessuno. Poco dopo una mano dall’ombra mi fece segno di avvicinarmi. Lo feci. Varcai la soglia e una voce maschile con una cadenza che riconobbi marchigiana per una passata frequentazione a me cara – eravamo nel regno de’ Piceni a Roma del resto – mi disse di non temere di nulla e di indossare ciò che mi si stava porgendo per la sicurezza dell’anonimato di tutti. Lo feci. Era una maschera di tipo veneziano, il volto coperto e solo gli occhi liberi benché a campo visivo ampiamente ristretto. Eyes Wide Shut. Ron Howard lasciava il posto al mio amato Stanley Kubrik. Indossai la maschera e a quel punto il signore dalle vaghe sembianze di becchino aggiunse:

–    Il Dottor Pino Bennici ha chiesto di lei più e più volte.

–    …Ah, vedi? Mi sta dunque aspettando? dottore de che, mi scusi?

–    Così lui riferisce di se stesso e non sottovaluti la questione, è affar serio.

–    Mi creda, in nessun modo la serietà e il… dottor Bennici possono essere riconducibili una all’altro.

–    Posso immaginarlo, ma noi non conosciamo lei e nemmeno il dottor Bennici, fatto sta che finché non avessimo esaudito questa richiesta di contatto con lei ci avrebbe reso impossibile continuare la nostra normale attività medianica. Sono mesi che ci rende la vita impossibile e in particolare le notti durante le quali non fa altro che cantare una ossessiva snervante avvilente stomachevole nenia che sembrerebbe d’origine araba o comunque assai meridionale, costringendoci – pena l’insonnia perenne – a rispondere in coro con l’ultima sillaba da lui cantata. Le faccio sentire giusto per capire se detta cantilena ha un qualche fondamento anche nella sua biografia. Lui, il dottor Bennici, da solista canta: “Agghiorna agghiorna luuuu” e pretende che noi e chiunque soggiorni in casa ci ni unisca a lui, cantando in coro: “Luuuuuuuuuuu”. Le dice qualcosa tutto ciò?

  • Certo che sì, maledetto Binnici!
  • …poi di colpo con grossolana enfasi urla un numero… 40! e comincia a cantare da solo non si capisce bene quale tristissima melodia senza parole, poi 37 e via un’altra melodia; quindi riparte “Agghiorna agghiorna luuuuuuuuuuu…”. Ci creda siamo esausti. Stravolti persino. Trovarla per noi era una questione di sopravvivenza.
  • Capisco…
  • Senta noi non vogliamo sapere quali rapporti vi abbiano unito o cosa abbiate in comune, quello che noi le chiediamo è di liberarci da questa invadente indiscreta incresciosa ingombrante indelicata presenza. Madame Pax è la più autorevole medium vivente e mai, dico mai, si era imbattuta in un caso simile…
  • Già… Bennici è unico. Quindi?
  • Quindi l’accompagno al tavolo, capirà, mi segua…

Stavo per partecipare ad una seduta spiritica, la prima della mia vita e grazie a Pino Bennici, ma!? Scettico? Di più. Talmente tanto da essere prevenuto fino agli orecchi, come il Berretto di zio Luigi.

Salimmo un’agevole ed elegantissima scala e dopo nemmeno un piano entrammo per un salone affrescato in alto e pieno di quadri alle pareti ai lati. Avvertivo nell’aria un poco piacevole odore di incenso e dopo una decina di metri da dentro aprirono una porta su un salone nemmeno tanto grande con al centro un tavolo dove stavano sedute altri sei persone mascherate. Chi mi aveva accolto mi condusse all’unica sedia libera sulla quale presi posto, mentre lui uscì chiudendoci all’interno con un paio di mandate. Guardavo attorno a me con l’intento di svelare senza pietà tutti gli artifici cui mi avrebbero sottoposto certamente invano. Eravamo in sette. Il tavolo circolare. Le finestre serrate e solo la luce di una piccola candela posta su un cartellone con sopra stampate tutte le lettere dell’alfabeto.

Nessun saluto, nessuna parola di circostanza. Una voce catarrosa e flebile, da donna anziana, intimò: Catena. Le mani si alzarono sul tavolo e si misero al fianco le une con le altre toccandosi appena finché le mie chiusero il cerchio.

Poi il silenzio. Un silenzio torbido e carico di tensione, fin quando, colei che individuai come Madame Pax, cominciò a ripetere, da medium, con voce sempre più simile a dei rutti bisillabici: PINO… e più andava avanti più la O finale si allungava, come a dire: Pinooo, Pinooooo, Pinooooooooo…

Improvviso un sussulto della fiammella al centro del tavolo e l’anziana medium, brutta come la morte, cambiò voce, parlava da uomo adesso e la prima parola che pronunciò, con inequivocabile cadenza sicula, fu il mio nome: Giovanni… Una prima volta, poi una seconda, una terza e dopo una quarta finalmente aggiunse in perfetto dialetto grottese:

Primu: Racarmutisi iuuuuuu??? Ah ah ah! Un cugliuniamu!

Secunnu: Giuvà dicici a lu parrinu, a li giudei, a lu sinnacu e a lu capu banna ca l’Urna ava nesciri cu la 40 e ava trasiri cu la 37, “Ah sì versate lacrime” un c’entra un cazzu cu Grutti!!! E lu venniri santu lu giru di li vii santi s’ava ffari e quannu s’arricogli s’arricogli!

Secunnu: viditi ca ci la stati faciennu finiri troppu ladia a lu paisi, lu mortoriu sulu a Pasqua e no tuttu l’annu!

Terzu: a tiempu di crisi lu gruttisi s’ha arriccutu sempri, finitila di chianciri e riitivi lu culu di ‘ncapu la seggia, gruttisi pi finta!

Quartu e urtimu e di cca si vidi si siti sperti sulu cu la pinna: portaci a Vinirannu, a Turiddru, a Ninu e a li racarmutisi Gigi e a Gaetanu stu messaggiu…

Binnici, nella bocca di Madam Pax, tacque. Prese però incredibilmente a muoversi la candela al centro del tavolo e muovendosi segnò con macchie di cera rossa, il colore della candela, queste lettere, alcune più volte:

IV SURIN ATATCATES AR FISISU NA DAT RCHIMUC, OSI NASBISCU LIS LANALU!

Che esperienza incredibile, maledetto Pino Bennici! Spezzata la catena nessuno disse niente. Mi sentii però guardato come si guarda un complice di chissà quale misfatto, l’essere stato il prescelto da Bennici non giovava di certo, ai loro occhi, alla mia reputazione. Uscii volentieri e finalmente da quella casa. Alla fontana mi bagnai le mani e la nuca e mi avviai verso casa. Da Piazza San Salvatore in Lauro a Piazza Bologna non è una semplice passeggiata, sono tanti chilometri e io li feci a piedi. L’aria si faceva pungente, ma la magia di Roma all’alba e il pensiero di ciò a cui aveva assistito resero quel cammino memorabile.

Sono passati dei giorni. Ho pensato e ripensato tanto a quella notte e ho ragionato a lungo su quella combinazione di lettere. Erano state di certo segnate dalla candela nel giusto ordine, ma il movimento era stato così veloce e repentino che ne avevo perso la sequenza, ma rileggendole dopo sul cartellone davano la successione senza senso di cui sopra con tanto di spazio tra una parola e l’altra e persino una virgola e un punto esclamativo. Intuii in un secondo momento che nel ricomporle bisognava mischiarle tra tutte e non solo tra quelle presenti in quelle pseudo parole che formavano.

A soluzione faticosamente trovata hanno infine composto una frase in dialetto grottese di senso compiuto e sinceramente, in questa circostanza almeno, non riesco proprio a dare torto a questa incredibile ultima legittima richiesta del Pino Bennici: mediocre faccendiere grottese senza arte né parte, padre di tutti i faccendieri grottesi – e del mondo, perciò anche racalmutesi – senza arte né parte, ma, stavolta, con una sua geniale ragionevolezza concessagli di rimando, probabilmente per contrappasso, nell’altra vita, suppongo.

Amabbidiri…

Altri articoli della stessa

One Response to Grotte, “Caso Bennici”: un altro inaspettato colpo di scena

  1. Gigi Restivo

    Gigi Restivo Rispondi

    13/10/2018 a 18:02

    Egregio Direttore, ricevuto il messaggio onirico di Pino Bennici. Che, diversamente da quanto pensa Giovanni Volpe, è molto chiaro e per niente oscuro. Tempo al tempo. Gigi Restivo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *