Gli amici ritrovati

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Una storia nata all’ombra di un amore, nella piazza di Sciacca

Sciacca. Piazza Scandaliato“Lu chiànu” di Sciacca. Sempre così lo hanno chiamato: “lu chiànu”. Una distesa immensa, una delle terrazze sul mare paesaggisticamente più belle. Un panorama mozzafiato sul porto peschereccio. Mozzafiato? Mah, insomma. Se certi palazzinari tra gli anni ’60 e ’70 non avessero infilato il cemento perfino negli occhi della gente, la vista sarebbe rimasta unica e irripetibile. Ma non c’è da lamentarsi più di tanto. E’ piazza Angelo Scandaliato, l’agorà cittadino. Un luogo simbolo, calpestato da secoli da gente di ogni censo. Per incontrarsi, chiacchierare, litigare, fare all’amore come dicevano i giovani degli anni ’40. O solo per entrare dentro al petto della città. Un luogo straordinariamente democratico, aperto a tutti: uomini, donne, poveri, ricchi, studenti, lavoratori, disoccupati. Bambini. Tanti bambini, che ne approfittano per correre gioiosamente, come ad inseguire la felicità che solo da ragazzini si comprende.

 

In piazza tre categorie sociali di Sciacca avevano eletto una fetta specifica di quel paradiso. Lo avevano fatto senza accordi. Non era necessario. Ognuno sapeva quello che faceva. Cosicché, a costeggiare l’inferriata che si affaccia sul Mediterraneo erano i figli dei pescatori; al centro passeggiavano le famiglie e i single (gli schètti rànni); vicino gli alberi di ficus i figli della “Sciacca bene”. Ma come si poteva pensare (o pretendere) che non ci fossero contaminazioni? I ragazzi andavano dietro alle ragazze dell’una o dell’altra sponda. Perché ai ragazzi non interessa il censo sociale. A Giovanni, il figlio di Pietro, noto avvocato, erano entrati nel cuore gli occhi azzurri di Francesca, primogenita della nidiata di Pasquale, pescatore di notte, rigattiere di giorno.
“Usciresti con me”?, le domandò una mattina d’estate. Francesca non si aspettava quella proposta. Divenne paonazza.
Mentre le sue amiche sghignazzavano rispose: “Non sono mai uscita con un ragazzo prima d’ora”.

Si fidanzarono, Giovanni e Francesca. “Ziti di fòra”, ovviamente. Tempo dopo, una sera, il padre del ragazzo gli volle parlare.
“Cos’è questa storia che frequenti la figlia di Pasquale”?
Giovanni reagì duramente: “Io frequento una splendida ragazza che si chiama Francesca. Ne sono innamorato. Dopo gli studi intendo sposarla. Ah, dimenticavo: di chi sia figlia non m’importa”.
Iniziò una dura lotta familiare. L’avvocato Pietro pensava che il figlio dovesse convolare con una del suo stesso censo. Fu un problema convincerlo. Anche perché Giovanni era uno studente modello. Studiava legge, e con eccellente profitto. Non accettava che fosse considerato un problema quello di amare una ragazza che aveva il “difetto” di appartenere ad una classe sociale inferiore.

I genitori di lei? Erano troppo occupati a sfamare i figli per poter pensare ai problemi d’amore della ragazza. Pasquale dormiva tre ore il pomeriggio, una volta sbarcato, tre ore la notte, quando il peschereccio sul quale lavorava, prendeva il largo. Il resto dell’equipaggio gli era solidale, e gli permetteva di riposare. Ma un giorno Francesca annunciò ai genitori l’intenzione di presentare loro Giovanni. “Ci vogliamo bene, vogliamo sposarci”. Anche per Pasquale Giovanni non era solo Giovanni, era il figlio di Pietro. Si limitò a dire: “Vado a lavorare”.

Il giorno delle nozze Giovanni e Francesca erano raggianti e innamorati. Durante la cerimonia, imbarazzato nel suo abito grigio fresco di lana regalatogli dal genero, Pasquale si avvicinò a Pietro.
“E’ incredibile, vero?”, chiese
“Sì, lo è”, rispose Pietro.
“I nostri figli insieme”.
“Beh, avrai saputo che io non ero d’accordo. Ecco, volevo spiegarti che…”
“…Non devi spiegarmi niente. Avrai avuto le tue buone ragioni”.
“Come le ebbe tuo padre quando aggredì il mio e lo accoltellò. Aveva ragione lui: il mio vecchio lo aveva truffato. Con un inganno gli aveva rubato quei soldi”.
“Che importa ormai?”
“Già, che importa? Ma io sapevo, e anche se ero un ragazzo avrei potuto fare qualcosa. E noi che eravamo amici per la pelle, fummo divisi da quella vicenda”.
“Basta, Pietro. Oggi è festa. I nostri figli si sono sposati”.
“Oggi è festa, sì. Auguri, compare Pasquale”.
“Auguri a te. Dopo andiamo a lu chiànu a farci una passeggiata insieme?”.
Si diedero la mano. Lu chiànu li aveva riuniti.

Massimo D’Antoni

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