Giuseppe Grassonelli, l’uomo che ammazzava per non farsi ammazzare

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Carmelo Sardo, giornalista del Tg5 e scrittore, racconta in esclusiva per Malgrado tutto il suo incontro con il pluriergastolano di Porto Empedocle che, dopo vent’anni di carcere duro, spera di ottenere qualche beneficio

altDi lui conservavo solo il ricordo inanimato di una foto segnaletica lasciata a ingiallire insieme ad altre nella cassettiera della mia scrivania e mi giungevano echi ammalianti che ne tratteggiavano il profilo di un assassino senza cuore, impietoso e abile, coraggioso e imprendibile. Fino a quando, spara e ammazza, fatalmente la sua parabola, invece che sottoterra, dove lo avrebbero sepolto le “famiglie” che aveva falcidiato, va a spegnersi in galera, per sempre, a soli 27 anni, affossato dagli ergastoli inevitabili che si era meritato per le sue vendette consumate a colpi di kalashnikov. Credo di averlo visto una volta da uomo libero, ragazzo in realtà, poco meno che ventenne, passeggiare lungo il corso di Porto Empedocle, dove siamo nati entrambi, io cinque anni prima di lui. Lo dico confortato da un vago ricordo di quel giorno quando con un amico del posto entrando in un bar di via Roma, mi indicò quel tipo con i capelli ricci e il sorriso sempre appiccicato in faccia come “u figliu di Totu cascitedda” . Non era ancora quello che sarebbe diventato, Giuseppe Pippo Grassonelli. Mi sembrò un ragazzo pulito. Uno qualsiasi, insomma. Poi di lui, in poco tempo, cominciai a contare, giovane cronista di Teleacras e de “L’ora”, gli omicidi che gli inquirenti gli attribuivano nella cruenta guerra di mafia che sconvolse la provincia di Agrigento e mezza Sicilia tra la fine degli anni 80 e gli inizi del 90.

 

Nessuno sapeva allora che Pippo Grassonelli ammazzava per vendetta e per non farsi ammazzare. Le cronache lo chiamavano “stiddaro”, ma lui non sapeva neppure cosa fosse uno “stiddaro”. Per anni ho raccontato i suoi omicidi. Arrivavo con la troupe e il taccuino quando il morto era ancora caldo e la scientifica cerchiava bossoli per terra e cercava una traccia dei killer che non saltava mai fuori. Poi il lavoro mi portò lontano dalla Sicilia e dalle guerre di mafia e cancellai dalla memoria Pippo Grassonelli, sepolto vivo in una cella. Ma il passato ti insegue sempre e ti scova dovunque.
Una sua amica mi contatta e mi chiede se può inviarmi un libro. Il romanzo della vita delittuosa di Pippo Grassonelli e dell’uomo che è diventato in carcere. Accetto. Lo ricevo, lo divoro. Lo leggo e lo rileggo. Affascinato, lo confesso. La scrittura mi consegna un uomo maturo. Un altro uomo. Qualche mese dopo Pippo Grassonelli mi manda a dire che vuole parlarmi.
E parlare con un detenuto “fine pena mai” significa andarlo a trovare in galera. A colloquio. Tra richieste e autorizzazioni passano altri mesi prima di ritrovarmi una mattina di giugno faccia a faccia con quel ragazzo col sorriso sempre appiccicato in faccia trasformato da venti anni di dura prigione. Quindici anni di 41 bis, tre di isolamento assoluto, due di S1, detenuto cioè ad alta pericolosità. Uno che si sta laureando in filosofia, che scrive quel libro che ha scritto. Che cita Nietzsche e lo manda a memoria. La faccia è la stessa.alt
Gli occhi sembrano perfino buoni nel loro lieve strabismo. Il tempo lento e atroce dentro celle anguste non si è accanito sulla sua pelle, che resta quella di “un picciutteddu”. Il fisico asciutto di chi lo allena appena e come può. I capelli appena ingellati e tirati all’indietro, senza fili bianchi. Solo un po’ stempiato. Cosa mi ha raccontato in quelle due ore di colloqui finirà probabilmente dentro a un libro a cui sto lavorando. Si è presentato elegante con il suo manoscritto sottobraccio rilegato di pelle nera. Lo coccolava come un figlio quel romanzo potente che sembra un film. Parlava e parlava. Di dolori, di ansie, e non di speranze. Ma di fiducia. Perché lui non spera, ha fiducia. Per quanto assurdo possa apparire, un uomo ombra come lui, condannato a marcire in prigione dall’ergastolo ostativo, coltiva fiducia. Quando le due ore di colloquio stavano per finire, gli ho proposto di fare l’intervista. Sorrise. Disse subito di no, che non aveva mai parlato davanti a una telecamera, con un microfono sotto il naso. Che si vergognava, che era timido. L’ho convinto, gli ho detto di fidarsi.
E due mesi dopo è arrivata l’autorizzazione del Dap, il dipartimento amministrazione penitenziaria, grazie alla disponibilità della direttrice del carcere, Carmen Campi. A metà settembre sono tornato in carcere e abbiamo registrato un’ora e venti filati di intervista. Tutta d’un fiato. Ha risposto a tutte le domande con la naturalezza e la precisione che molti di voi avranno visto a canale 5 nella rubrica “Dopo tg5”. Il resto lo scriverò in un libro. Non so ora cosa succederà. So cosa si aspetta lui. Ed è legittimo da parte sua. Sì, immagino abbiate capito a cosa ambisca.
Del resto, se si sta rifacendo una vita uno come Renato Vallanzasca, che non ha ucciso mafiosi malacarne, ma servitori dello stato, perché non potrebbe succedere lo stesso per Pippo Grassonelli?                                                                                                                                                                                                                    Carmelo Sardo

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