Giampiero Cacciato, due anni dopo

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Giampiero Cacciato, pittore e fondatore della corrente dei Neroidi

L’artista dell’intemperanza

L’apprendistato, le scoperte, i riconoscimenti, il ritorno a Racalmuto. Il nostro ricordo a due anni dalla scomparsa

Giampiero CacciatoL’uomo era spigoloso. Aveva asperità e intemperanze tipiche dell’artista. Una venatura polemica , verso il mondo verso gli uomini, che si “leggeva” anche nei suoi quadri inafferrabili. Quasi volesse, per capriccioso divertimento, sottrarre la sua opera a una comprensione a tutti i costi; un gioco a nascondersi nell’inquieto e volgare e limaccioso mare dei nostri tempi. Aveva settant’anni, Giampiero Cacciato, quando è morto, il 27 settembre di due anni fa. E’ vissuto facendo il pittore, con molti riconoscimenti e molto talento, dice chi capisce di pennelli e colori. Nell’ultimo scorcio della sua personale parabola umana ha conosciuto la sofferenza.

E in quella fase, come per misterioso richiamo, ha scelto di avvicinarsi alla sua Itaca, Racalmuto; quasi una riconciliazione; la chiusura circolare di lunghi anni trascorsi a viaggiare e, infine, il ritorno. Da dove tutto cominciò. Quando una donna, sua madre, cominciò a invogliarlo, lui ragazzino, a trafficare con tavolozza e disegni: e fu la sua prima ammiratrice. Il suo primo panorama fu quello che si dispone di piedi del castello Chiaramontano, da piazza Barona dov’era nato. Ma, si sa, non poteva durare a lungo. Per un giovane smanioso di crescere, e perché no in cerca della fama e del prestigio, un piccolo borgo alla lunga diventa stretto, odioso, insignificante.

Così Giampiero fa le valigie e parte. Vaga per l’Italia, incrocia artisti famosi, di qualcuno diventa amico, fa le sue esperienze, lavora molto per trovare una sua cifra espressiva originale e dunque riconoscibile. Vi riesce quando approda a Torino, negli anni Settanta. Lì, assieme ad altri artisti, fonda la corrente dei Neroidi. Lunare, onirica, straniante pittura. Solitario e rallentato dalla malattia, la barba da vecchio Ulisse appunto, scrutava il mondo con gli occhi guizzanti di curiosità. Aveva un’eleganza naturale, fiera. Che neanche la perduta integrità del vigore aveva fiaccato. Cacciato fu contento quando in paese, al castello Chiaramontano, gli dedicarono una mostra esponendo le sue opere migliori. Un riconoscimento che lo lasciò felice. Al punto da donare i quadri alla sua città. Sì, spigoloso, con la “corda pazza” sempre tesa, intemperante, enigmatico, umbratile, geniale, scostante. Ma generoso.

Giancarlo Macaluso

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