Fiori, gli occhi miti di una donna sfuggita alla guerra

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La commovente storia di Fiori Mine, 33 anni, eritrea, arrivata a Lampedusa su un barcone dopo una drammatica traversata. Colpita all’età di 7 anni dalla poliomelite, vive oggi ad Agrigento tra tante difficoltà e un sogno: “Vorrei soltanto poter avere una macchina”

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E’ fuggita dall’odio e dalle persecuzioni. Ha attraversato il deserto fino al mare, è arrivata a Lampedusa su un barcone ed ora vive ad Agrigento da sette anni. Fiori Mine, 33 anni, eritrea, ha gli occhi miti di chi finalmente si trova lontano dalla guerra, ma la tristezza di chi ha perduto tutti gli affetti e di chi ha dovuto dire addio alla terra natia sapendo di non potervi fare più ritorno.

– Perché hai dovuto lasciare il tuo Paese?

“Mio padre era eritreo; è morto in un incidente stradale e siccome mia madre è etiope, a causa della guerra con l’Etiopia, siamo stati costretti a lasciare il Paese. Siamo partiti mia madre, mio fratello ed io. Gli altri miei fratelli sono già sposati con persone native dell’Eritrea e sono potuti rimanere. Ci siamo trasferiti in Etiopia”.
– Che cosa ti manca dell’Eritrea?
“Tutto, perché io stavo bene lì. Abitavo nel sud del Paese, in una città che ha risentito molto della dominazione italiana, pertanto non è molto dissimile dalle città italiane. L’Eritrea è bella”.
– Perché hai deciso di lasciare l’Etiopia?
“Non mi piaceva. Vivevamo nel villaggio dov’era nata mia madre, non in una città: un paesino di campagna. Per me è stato difficile inserirmi, ricominciare una vita soprattutto nelle mie condizioni”.
– Che cosa è successo alle tue gambe?
“Ho avuto la poliomelite, quando ero molto piccola. Credo che i primi sintomi si siano manifestati a sette anni, almeno così ricorda mia madre”.
– Non eri stata vaccinata?
“C’è sempre stata la guerra in Eritrea e i governanti di allora non avevano il tempo di pensare ad investire nella sanità pubblica, per la prevenzione delle malattie. Adesso i bambini, malgrado la situazione politica non sia cambiata, vengono vaccinati. Ma allora io mi ammalai, e, una volta scoperti i sintomi non ci fu più nulla da fare”.

Mi mostra i tutori che le sorreggono le gambe e le scarpe ortopediche che consentono di trattenere le caviglie e bilanciare la lunghezza diversa degli arti. Sia i tutori che le scarpe, così come le nuove stampelle, le sono state fornite in Italia. Dal momento del suo arrivo è stata sempre assistita dal Governo italiano. Grazie al progetto Tariq dell’associazione Acuarinto, e alla dedizione di tutti coloro che lavorano nella struttura, oggi può godere di una piccola pensione di invalidità, che è inferiore ai 300 euro ma le consente di vivere. Presto dovrà essere sottoposta a visita anche per la richiesta dell’indennità di accompagnamento. Fiori ha tante amiche, quasi tutte eritree o etiopi, ma soprattutto è amica delle donne che lavorano nell’associazione e che sono molto attente alle sue esigenze.
– Quanto tempo sei rimasta in Etiopia e perché hai deciso di partire?
“Sono stata in Etiopia due anni e otto mesi . Alcuni miei amici mi hanno convinto ad andare via con loro. Mi dicevano che se fossi arrivata in Europa la mia vita sarebbe cambiata completamente, che i medici mi avrebbero guarita e che avrei ricominciato a camminare”.
– Com’è stato il tuo viaggio?
“Prima siamo andati in Sudan, e lì ho imparato a fare le treccine ed ero molto brava e così ogni tanto lavoravo per guadagnare qualche cosa. Poi siamo riusciti ad andare in Libia. Viaggiavamo su un furgone, un centinaio di persone, tutte stipate. In Sudan non era male. Le persone sono molto generose, altruiste, si vive come una sorta di comunità, dove si condivide tutto. In Libia invece c’erano persone cattive e razziste, che ci odiava per il colore della nostra pelle. So di alcune persone che sono state incarcerate e torturate. Io sono rimasta chiusa due settimane in casa di alcuni amici che ci hanno ospitato in attesa della sospirata nave per partire”.
– Una nave?
“Sì, perché avevamo conosciuto un intermediario, che ci ha ingannati. Noi avevamo sentito parlare dei morti in mare e dei barconi, perciò volevamo essere sicuri che sarebbe stato un viaggio comodo, sicuro, con tutti i servizi e i comfort, ed eravamo disposti a pagare per questo. Invece, quando siamo arrivati in porto ci siamo trovati davanti ad una barca di nove metri”.
– Perché sei salita a bordo?
“Ingannavano tutti, perché facevano credere che, per motivi di sicurezza, con quel barcone saremmo andati fino alla nave, che ci aspettava al largo. Non c’era alcuna nave, invece”.
– Come hai pagato il biglietto?
“Me lo hanno regalato i miei amici. Erano convinti anche loro che io sarei guarita, dopo questo viaggio”.
– La traversata è stata difficile?
“Era estate. Siamo partiti il primo settembre del 2004 all’una di notte e siamo arrivati tre giorni dopo, alle tre. Eravamo 37 persone a bordo, 20 donne e 17 uomini. Non c’erano donne incinte o bambini. Hanno sistemato noi donne nel vano del motore. Gli uomini all’aperto. Da lì dentro vedevo soltanto un pezzo di cielo, le stelle. Avevamo alcune bottiglie d’acqua per dissetarci. In tutto una decina di forme di pane. Per andare in bagno le donne si attrezzavano dentro le bottiglie, una volta che avevano bevuto. Io ero come bloccata dal disagio e dalla paura: non sono riuscita a urinare per tre giorni. Pensavo: questa volta e mai più. Voglio solo arrivare viva”.
– Che cosa è accaduto all’arrivo a Lampedusa?
“Subito le autorità sono state informate che c’era una donna invalida a bordo e allora hanno mandato un’ ambulanza. Mi hanno portato in ospedale e sono rimasta lì tre giorni. Ho provato una grande delusione: i medici si sono limitati a fare dei controlli e ad accertare quello che sapevo già, cioè che avevo avuto la poliomelite. Ho appreso allora che non c’era alcuna cura, nessun rimedio per le mie gambe. Il mio viaggio era stato inutile. Ci hanno dato dei vestititi, ci hanno rifocillato e poi ci hanno messo sulla nave per Porto Empedocle e siamo arrivati ad Agrigento. La Questura ha disposto il mio trasferimento dalle suore del Boccone del povero di Favara. Ma lì non mi piaceva. Così sono entrata nel progetto Tariq, al vecchio ospedale di via Giovanni XXIII. Sei mesi dopo mi hanno trovato una casa, nel centro storico. Da allora vivo ad Agrigento”.
– E ai tuoi amici com’è andata?
“Bene: alcuni vivono a Milano, un altro è riuscito ad arrivare negli Stati Uniti, un altro ancora è in Belgio”.
– Come ti trovi ad Agrigento?
“Sto bene, ho le mie amiche. Ogni tanto telefono alla mia mamma che non vedo da anni. Mio fratello ormai si è fatto grande. Ha 17 anni. Smania per partire anche lui e venire. Ma io gli dico di non farlo, che è pericoloso. Spero che mi ascolti e che creda alle mie parole sulle cose terribili che possono accadere. Meglio là e vivo, che in mare e morto”.
– Hai un desiderio, un sogno nel cassetto?
“Non ho sogni. Vorrei soltanto poter avere una macchina. Ho preso la patente speciale e potrei guidare, essere autonoma e non dover sempre dipendere dagli altri per tutto. Casa mia è lontana dalla scuola e io con le mie gambe non me la sento di fare tanta strada. Vorrei imparare bene l’Italiano, così da poter lavorare. Vorrei poter essere sistemata, in modo da aiutare la mia mamma”.
– Che cosa pensi per il futuro, in questa fine del 2012?
“Niente. Io dico sempre: non pensare al domani, perché non sai se passa oggi”.

Anna Maria Scicolone

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