Filippo il re e Sarah la regina

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Nel Castello Incantato di Sciacca per scoprire una storia d’amore, vera, d’altri tempi.

Filippo nel suo "regno"

Filippo nel suo “regno”

Quando scese dal mercantile, dopo 35 giorni di navigazione, Filippo era a dir poco intontito. Si sentiva ubriaco. Aver toccato la terra di “Nuova York” fu per lui una vera e propria liberazione. Non poteva ancora immaginare, però, che la sua permanenza in quelle lande sarebbe stata breve e assai tribolata.

In America Filippo trovò un posto da ferroviere. Faceva il suo dovere, ma la nostalgia della sua Sciacca lo devastava. Fu quando conobbe Sarah, una splendida indigena dai capelli corvini e dal corpo selvaggio, che il ragazzo cominciò ad amarla davvero, l’America. Ma aveva commesso un grave errore. Uno di quegli errori che il cuore, mannaggia a lui, non riconosce mai: Filippo aveva messo gli occhi sulla donna sbagliata. Sarah, a cui pure lui non era indifferente, non era libera. Era la donna di uno che l’epoca e il contesto sociale permettono di identificare come gangster. Roba da doppiopetti gessati e mitraglietta. Roba che se la polizia riusciva a far scattare le manette tutt’al più era per evasione fiscale, mica per omicidio.  Certo, non è che Filippo sfidasse il pericolo col petto in fuori o fosse indifferente alle minacce che, pure, furono puntualmente organizzate e sottoposte ai suoi timori. Ingenuo, non ne coglieva essenza né cifra. Continuava a fare gli occhi dolci, adorabilmente ricambiato, a Sarah. Fino a quando, di notte, in uno dei vicoli meno frequentabili di Brooklyn, uscì piuttosto malconcio dalla più classica delle spedizioni punitive. Fu massacrato di botte, Filippo. Fu l’ultimo avvertimento, in uno con il più caloroso degli inviti, sotto forma di un colpo di mazza da baseball sulla testa, a tornarsene in patria. Questa volta capì, Filippo. Andò via, rassegnandosi all’idea che Sarah sarebbe rimasta il ricordo più dolce della sua vita, quella rosa nera che non poté cogliere.

Tornò a Sciacca, Filippo. E fu durante il mese di navigazione sul mercantile diretto a Palermo che i pensieri nella sua già fragile mente cominciarono a rincorrersi e la dimensione del ragionamento razionale a sfuggirgli. Pensieri d’amore, quelli di Filippo con, sullo sfondo l’idea della possessione negata di Sarah, una maestosa cavallerizza dai seni che sfidavano adorabilmente la forza di gravità e dalle gambe insolenti. Quella donna che il destino gli aveva messo davanti agli occhi, che le botte degli sgherri del suo uomo gli avevano tolto.

Tornò a casa, Filippo. Riprese possesso del suo podere, un appezzamento situato ai piedi del Monte Kronio. Ma non era più lui. Si occupava del suo uliveto mentre pensava di dover raccontare a qualcuno la sua storia. Sì, ma a chi? Non certo ai suoi simili, che lui cordialmente odiava, ottenendo in cambio scherno e sassate.

castello inc due

Filippo decise di fare tutto da solo. Si autoproclamò Re. Un re squattrinato e senza sudditi. Non fu un problema costruirseli da sé. Cominciò così a scolpire sulla pietra calcarea del suo podere. Nacquero così le sue teste. Tante teste: a decine, a centinaia. Arrivò a scolpirne tremila, Filippo. Teste che raffiguravano quelli che aveva conosciuto Con misure e fisionomie diverse, naturalmente. Teste dallo sguardo torvo o divertito, specchio del suo animo devastato dal dolore. Scolpì così la testa del suo superiore alle ferrovie di Nuova York, ma anche quelle di quegli strani signori in camice bianco che, di ritorno dall’America, dopo averlo visitato lo dichiararono infermo di mente. Scolpì anche le teste di chi, quella notte, in quel vicolo di Brooklyn, lo avevano massacrato di legnate.

Ma una delle teste scolpite da Filippo era Sarah, la sua Sarah. Ma non fu facile per lui percuotere la pietra con la pietra per ricavarne i lineamenti. Gli sembrava di offendere quell’angelo. Quando terminò la testa di Sarah si guardò intorno. Realizzò che il lavoro era finito. «Ecco il mio regno», gridava Filippo, imponendo ai ragazzi che divertiti andavano a trovarlo di chiamarlo Eccellenza. D’altra parte ad un re si addice un appellativo speciale. E Sarah era la sua regina. Solo in quel modo Filippo poté averla accanto per come aveva sperato nel periodo in cui l’aveva conosciuta.

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Filippo il suo podere lo chiamava regno. Ma fu anni dopo la sua morte che qualcuno capì che quel regno era un luogo magico, straordinario, irripetibile. È il Castello Incantato. Un luogo pieno di teste, che il visitatore non può fare a meno di visitare. E alla fine la sensazione di chi passeggia tra i sentieri circondati dalle facce è strana. Banale dire che il visitatore del Castello si senta osservato. Con tutte quelle teste che lo guardano. Tutte, tranne due: quelle di Filippo e Sarah. Quelle no. Quelle hanno occhi esclusivamente l’uno per l’altra.

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