Fiera a Favara tra falsi tarì e padelle bucate

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E’ nato tra le bancarelle della storica Piazza Cavour l’antico detto: “Unu và scangia e l’antru và frii”

altLa continua apertura, nonostante la forte crisi economica, di ipermercati e centri commerciali e il moltiplicarsi degli acquisti su internet con l’uso sempre più frequente dei carrelli on line ha tolto un po’ di gusto alle aspettative che i favaresi riservavano alla “Fiera d’Ottobre”, quest’anno slittata per diversi motivi al 24 novembre. Una volta la Fiera si aspettava tra gli appuntamenti più sentiti dell’anno, come il Natale, la Pasqua e San Giuseppe. Ed in effetti le “novità” commerciali si trovavano solo tra le colorate bancarelle montate dentro il perimetro di Piazza Cavour, che per alcuni giorni si trasformava in un genuino “centro commerciale”. Per i favaresi la fiera era sinonimo di acquisto di ombrelli, di macellazione della prima salsiccia, di attrezzi per la campagna, di ceste di vimini e divani, di scarpe con le prime “griffe”, di vestiti a doppio petto esposti in improvvisati showroom posti nei pianterreni dei nobili palazzi della Piazza. “Aspetto la Fiera per comprarmi il vestito ed il cappotto” era una delle frasi più consumate alla vigilia dell’appuntamento d’ottobre. Tra gli stand che “incantavano” le persone, grandi e piccini, sicuramente quelli di napoletani e calabresi che presentavano, con tanto di microfono fasciato sul collo, coperte di lana e trapunte. Per i bambini la Fiera era anche divertimento con le giostre, attese per un anno intero, o lo zucchero filato.

 

 

Insomma, oltre all’aspetto prettamente commerciale, i “tre giorni” in Piazza Cavour, (prorogati al martedì in caso di pioggia, spesso puntuale secondo tradizione) erano una Festa. Da decenni l’esposizione ha abbandonato il centro storico e si è trasferita in vie più larghe della periferia urbana, dando un aspetto più “metropolitano” alla Fiera. altRitornando tra gli stretti corridoi che separavano le bancarelle disposte sotto il Castello Chiaramontano, si raccontano tanti aneddoti ed episodi. Uno dei più curiosi ha dato origine ad un detto popolare, spesso usato anche per indicare “insuccessi” di politici e amministratori: “Unu và scangia e l’antru và frii”. Ma come nasce questo antico detto? A raccontarlo è il prof. Antonio Arnone nella raccolta di novelle inserite in “I racconti di isola persa”, edito dalla Pro Loco Castello di Favara. Il ricercatore di storia locale così descrive il contesto della Fiera: “Era il periodo a Favara della fiera annuale di fine ottobre ed in piazza Cavour erano già state sistemate le bancarelle dei mercanti. Il fumo odoroso delle caldarroste, lo sguardo malizioso delle ragazze del tirassegno, i maghi che mangiavano come struzzi bicchieri di vetro, acrobati e trampolieri attiravano molta gente anche dei paesi limitrofi”. Ed in questo contesto un giorno un forestiero, avendo dei tarì (la moneta di un tempo sconosciuta oggi ai ragazzi) falsi, non trovò di meglio di spacciarli alla Fiera di Favara. Il truffatore si ricordò che la maltoglie aveva fatto richiesta di una nuova padella. Si avvicinò ad una bancarella di utensili da cucina e chiese di acquistare una bella e grande padella. Il venditore gliene prese una, apparentemente in ottimo stato, ma con dei forellini otturati di argilla che non potevano permettere la frittura dell’olio. Il forestiero, dovendo pagare con soldi falsi, acquistò di gran fretta la padella proposta dal venditore, senza neanche “mercanteggiare” ( caratteristico “atteggiamento economico” per fissare il prezzo di un bene in un mercato) e si dileguò tra la folla. Ma prima di abbandonare la piazza, quasi a sbeffeggiare il truffato, gridò: “Amicu miu, và scangia, và scangia…”. Ma dalla bancarelle del presunto truffato si alzò un grido di risposta: “Ei amicu miu e tu và frii, và fri…iii!”

 

Giuseppe Piscopo

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