Felicità e Twitter

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I dati ci dicono che la felicità cresce dal Nord verso il Sud (là dove il reddito è minore) e diminuisce nelle grandi città.

felicità dueLa Toscana e in particolare Arezzo e Livorno avanzano nelle classifiche in fatto di felicità. Così emerge dai risultati che ci offre iHappy di Wired, basati su Twitter e organizzati da Andrea Ceron, Luigi Curini e Stefano M. Iacus. Il documento ha come epigrafe una bella frase di Oscar Wilde: “La felicità non è avere quello che si desidera, ma desiderare quello che si ha”. Questa frase ci dice molto sui curatori di Wired e sulla loro idea di felicità, che viene definita dal rapporto fra il desiderio/bisogno (in inglese è to want) e il possesso. Interpreterei la considerazione di Oscar Wilde in questo modo: il desiderio non lo costruisci su ciò che non hai, ma, al contrario, su ciò che già possiedi e su ciò che sei. Detto in altri termini, la felicità non va misurata sulla spinta incessante e insaziabile di bisogni e desideri, per esempio, sull’arricchimento a tutti i costi o sulla ricerca di una improbabile fortuna o di un incerto successo, bensì sullo star bene con se stessi.

Questo non significa accontentarsi di ciò che si ha, perché il punto è come, in relazione a dove si vive e in quali condizioni ambientali, si percepisca soggettivamente la felicità. Per esempio, non è detto che un territorio economicamente ricco e a reddito alto, automaticamente i suoi abitanti porti a percepire un alto tasso di felicità. Anzi, spesso accade il contrario. Questo vuol dire che vivere nella miseria rende felici? Certamente no. Vuol dire che gli stati di ansia, di depressione, di panico, di anoressia e di bulimia così come il dilagare delle dipendenze da droghe, alcool, computer, sesso, diffusi nei paesi ricchi, segnalano un disagio sociale che smentisce quel proverbio secondo cui, “il denaro non dà la felicità, ma calma tanto i nervi”. Evidentemente, non calma nemmeno i nervi, sia di chi i soldi non ce li ha e li vede in mano a quei pochi che si presentano come uguali a loro, sia di chi i soldi ce li ha in sovrabbondanza e sente il bisogno di sprecarli e dissiparli inutilmente, proprio perché, direbbe Oscar Wilde, nonostante la ricchezza, desidera ciò che non ha.

A dire il vero, analizzare la felicità su Twitter mi porta a pensare che, dato il ristretto numero di parole su cui basarsi per rilevare i commenti, più che di felicità, si dovrebbe parlare di gioia contrapposta a tristezza, cioè di uno stato d’animo più immediato e maggiormente determinato dall’emotività. Ma, a parte ciò, i dati ci dicono che la felicità cresce dal Nord verso il Sud (là dove il reddito è minore) e diminuisce nelle grandi città. Inoltre al Nord, l’avrei giurato, si è più ‘felici’ (o meno tristi) vicino al mare. Livorno ha uno straordinario balzo in avanti. Difficile trarre conclusioni, ma mi piace pensare che, finita la presa di coscienza di una crisi che ormai è avvertita come strutturale e irreversibile, i territori dove vi è una maggiore tenuta storica del tessuto sociale sembrano reggere meglio. Si desidera ciò che si ha, anche se questo avere spesso è fatto di “né-né”, cioè di ragazzi che non lavorano e non studiano, ma almeno possono godersi il mare della Terrazza Mascagni. Sto scherzando, ma non del tutto. Se il parametro della felicità è l’arricchimento a tutti i costi – il desiderare ciò che non si ha -, al prezzo di sconvolgimenti territoriali, familiari, individuali dentro una lotteria dove la maggior parte non vince, quando arriva la crisi, forse si sono già persi i sostegni psicologici e sociali che reggono le identità personali. Se il parametro della felicità è desiderate ciò che si ha, quel che veniva visto come indolenza e pigrizia, in un contesto in cui il territorio e l’ambiente non sono devastati, potrebbe diventare se non proprio il margine della felicità, almeno un punto di forza. Sarebbe un paradosso, ma Livorno è una città paradossale e forse tutto il nostro paese lo è.

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