Febbraio

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Un racconto di Maurizio Alferi dal nostro concorso “La strada lunga”

Dopo la divisione ereditaria della grande dimora patriarcale l’abitazione si sviluppava in altezza, in tre piani rispondenti alle esigenze di una famiglia di contadini: a terra la stalla, che col tempo era stata trasformata nel centro abitativo, nel fulcro della vita diurna, e poi le camere da letto, e infine la cucina e il bagno; tutto piccolo, e povero.

Ma era quello il luogo in cui egli era venuto al mondo, ed era là che aveva passato parte della sua infanzia… e sentiva che quella era stata per lungo tempo la sua unica vera casa, il luogo dove era custodita la sua identità più remota e un passato arcano e lontano che ciò nondimeno gli apparteneva e parlava anche di lui.

Maurizio Alferi

Maurizio Alferi

A questa costruzione se ne era aggiunta, in seguito ad un lascito testamentario, un’altra contigua che era stata parte della grande dimora patriarcale e poi quota della divisione ereditaria: il gioco cattivo del tempo tornava dunque ad unire per mezzo di una morte ciò che con una morte aveva diviso.

Era questa seconda un’abitazione più grande e più solida, con un ampio magazzino al pianterreno e una terrazza al terzo piano. Ne venivano utilizzate soltanto due camere, e rimaneva perciò una casa silenziosa e vuota, e il mistero del suo fresco e della sua polvere e dei ritratti che ti fissavano e dei vecchi mobili abbandonati evocava una vita alla quale non avevi partecipato ma che potevi ora seguire dall’esterno per quelle macerie, per quelle testimonianze inquietanti, e una morte che non era la tua ma che ti assaliva in parte lo stesso, perché continuava a vivere in quelle stanze assurde.

vicoli

…una casa silenziosa e vuota

Di recente le due case, insieme ad altre parti di quell’isolato acquistate negli anni formando così una grande dimora patriarcale, erano state demolite e ricostruite, dividendo il fabbricato in appartamenti pratici ed indipendenti.

Aveva dovuto faticare all’inizio per identificare e collegare a quella realtà presente l’immagine e il fantasma di ciò che era stato, per riuscire a capire a quale piano e a quale stanza corrispondeva l’antica camera nella quale egli era stato partorito, per vedere innescarsi i ricordi della sua infanzia.

Quelle mura nuove e impietose erano ciò che egli adesso si trovava di fronte: una costruzione estranea alla sua esistenza e nella quale nessun atto suo o dei suoi parenti pareva essersi mai verificato o potersi riesumare nel ricordo.

Ma la forza del desiderio sgretolò quelle mura, e risorsero le vecchie macerie e le persone, le voci, i suoni, gli odori di quel mondo.

Rivide la grande stanza dove passavano la giornata, la stanza al pianterreno che era stata una stalla prima che egli nascesse e che era diventata poi il centro della vita diurna della famiglia, la stanza sempre aperta d’estate e separata dalla strada unicamente dalla tenda rigida di canne legate, la porta sempre aperta dalla quale parenti ed amici entravano senza bussare.

Il grosso gatto bianco e nero al sole sui gradini fuori casa, accanto al fusto pieno d’acqua, mentre egli bambino giocava senza sapere quanto a quel gatto volesse bene.

Vide la camera dove era nato, con il letto dei nonni e il piccolo balcone, e il sole inondava di luce ogni oggetto e faceva star bene, e aspirò con piacere il profumo dei gelsomini che invadevano la ringhiera e che richiamavano sciami di api e grasse lucertole.

Rivide il piccolo bagno e il suo letto al terzo piano e la finestra senza vetri e piena di fessure dalle quali la luce lo svegliava la mattina insieme ai versi degli uccelli e alle chiacchiere in dialetto, agli zoccoli dei muli sul selciato e all’annuncio come un canto dei venditori ambulanti.

E il terrazzo grande dove giocava con l’acqua, il terrazzo che sentiva caldo sotto i piedi e dal quale vedeva i parenti che entravano in casa, tra i vasi col basilico il cui odore risvegliava una memoria indecifrabile, il ricordo di un odore già sentito in un’altra occasione, di cui restava soltanto l’odore del basilico che era l’odore di quello stesso ricordo.

E il terrazzo grande dove giocava con l’acqua...

E il terrazzo grande dove giocava con l’acqua…

Vide le stanze deserte e polverose e gli oggetti non più usati, appartenuti a persone mai conosciute o per sempre dimenticate, e più antichi di quanto in realtà non fossero a causa della loro presenza anacronistica e ingiustificata e dello strato di polvere di vita che li ricopriva e del sentore di morte di cui erano impregnati.

Ascoltò il silenzio autorevole e irreale che in quelle stanze seguiva una diversa convenzione temporale; che un giorno gli aveva rivelato la sua solitudine; che ora egli cercava come una cura e come una dolce consolazione.

Rivide il magazzino dove egli bambino cercava giochi e soddisfazione per la curiosità che nasceva da tutti quegli oggetti, sì che la causa della sua ricerca era l’effetto di se stessa.

Respirò l’aria fresca della sera e il profumo dei gelsomini, stanco di giochi nella piazzetta fra la casa e la chiesa, seduto sui gradini ancora caldi di sole mentre i parenti chiacchieravano o giocavano a carte e parte della vita domestica si spostava all’esterno, insieme alle sedie e al caffè.

E vide se stesso e la sua vita e vi si specchiò con piacere; vide le mille anime di un paese di parenti; sentì il sangue e la terra che in quel paese si nutrivano l’uno dell’altra.

E in ogni immagine, in ogni suono, in ogni odore c’era l’ombra grande del vecchio, che era stato il centro di quella casa e di quella vita.

Il vecchio era morto improvvisamente, mentre strappava le gramigne che soffocavano un giovane albero.

Era nella sua campagna: una terra povera, una desolazione di rilievi lunari, di argilla e di rocce che M aveva conosciuto e imparato ad amare nella devastazione del caldo estivo.

Quando è secca e arsa, gialla di grano tagliato e di spine, di un colore appena più scuro dove è passato l’aratro, e solo qualche albero o le canne di un fiumiciattolo prosciugato riescono a rompere la monotonia del paesaggio.

...una terra povera, una desolazione di rilievi lunari

…una terra povera, una desolazione di rilievi lunari

Anche qui M potè rivedere immagini passate, conservate, fissate in lui in base a leggi sconosciute e preferite a quelle dimenticate in risposta a esigenze e per una gerarchia di valori che dovevano rimanere ignoti, o immanenti nelle cose che lo circondavano e dissepolte o estratte come gemme dall’attività e dal desiderio della memoria.

La stalla vecchia, buia e ingombra di oggetti, dove egli entrava con soggezione e fastidio, per i fruscii improvvisi delle lucertole e per la sporcizia di generazioni di animali.

La stanza piena di grano che egli divideva con i topi nel gioco semplice di quell’insolito mare.

Il fresco della dispensa dove a volte si cercava un po’ di sollievo, dove i grandi parlavano di cose per lui non importanti, o troppo importanti, e dove passava il tempo tra il torchio per il vino, i grossi setacci e i gechi sui muri.

Le passeggiate col padre, dalle quali aveva imparato la pazienza e il silenzio per cogliere una voce che cantava piano da millenni, e l’amore per la terra e il piacere di un fico cresciuto senz’acqua o di una mandorla verde o della poca ombra regalata da un albero di noce, solo nella radura allagata di luce.

I lavori della campagna, a cui partecipavano tutti, con attrezzi ormai a tutti estranei, con una fatica, una sofferenza, una dedizione ormai a tutti estranea, che tutti maledicevano ma che lasciava insieme ai dolori e alle vesciche un sordo benessere, una nascosta soddisfazione.

Il cielo notturno che nell’oscurità e nella pace e nella vastità della campagna incuteva stupore e persino sgomento con la chiarìa spettrale del plenilunio o con le distanze iperboliche della striscia bianca delle stelle, e suggeriva una vertigine di domande angosciose che ciascuno teneva per sé.

E ancora l’ombra del vecchio sopra ogni ricordo, come una caratteristica del paesaggio o una luce particolare.

Il vecchio aveva vissuto per quella terra ed era morto per essa, come a suggellare con un ultimo atto la propria devozione, la dedizione assoluta, o come se il sacrificio estremo fosse stato richiesto da quella terra insoddisfatta di una vita e desiderosa anche di una morte.

Un culto antichissimo lo aveva spinto ad una venerazione totale: l’aveva nutrita e dissetata, la sua terra, non soltanto con il suo lavoro… c’era il suo sudore, il suo sangue, le sue lacrime, i suoi pensieri, in ogni zolla, nelle case, nei muri, negli alberi…

Un giorno di fine agosto proprio il vecchio aveva rivelato a M qual era la ricompensa per quella fatica.

Erano sul lato in ombra del fienile, nel tardo pomeriggio, in basso il corso del rivo che da bambino M aveva spesso esplorato.

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…una terra o una casa assumono valore e dignità

Appoggiato al muro con le mani dietro la schiena, osservando la campagna in un momento di riposo, il vecchio aveva parlato con strana dolcezza, con serenità e soddisfazione, dell’importanza che le cose acquistano quando parte della vita è stata loro dedicata, aveva spiegato che una terra o una casa assumono valore e dignità e li trasmettono a chi per loro ha sofferto e gioito, aveva detto che dopo la sua morte spettava a loro lavorare per quella terra e per quegli alberi, perché altrimenti non sarebbero rimasti a dare i loro frutti e il loro verde.

Forse voleva che il frutto del suo lavoro continuasse a vivere, forse voleva sopravvivere nel mondo e nel ricordo dei suoi con qualcosa in cui fosse presente, forse voleva che quella terra diventasse realmente dei suoi discendenti, che fosse ereditata e cessasse di essere sua nel solo modo che egli conosceva, per mezzo di quella sua stessa devozione e con il sacrificio del proprio tempo, della propria vita.

M scoprì, in quel pomeriggio soleggiato di febbraio, che sempre troppo tardi, insieme con la mancanza, aveva avvertito l’amore per le persone e per gli scenari che avevano popolato la sua vita, forgiandolo così come egli era, e a cui perciò doveva tanto.

Scoprì di tenere a quelle povere cose perché in esse era custodita la chiave arcana di ciò che egli era.

Scoprì di non avere ancora legato la sua vita ad un mondo, di non avere ancora col suo sacrificio percorso la strada lunga ed operato il processo di trasformazione per lasciare nelle cose e nei ricordi degli altri, indissolubile, la propria ombra.

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