Favara, Andrea Bartoli e Florinda Saieva scendono in campo con “Movimenta”

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Il notaio e la moglie, fondatori di Farm Cultural Park, aderiscono al nuovo movimento politico vicino ai Radicali Italiani, il cui battesimo è avvenuto lo scorso 14 ottobre a Roma e di cui è segretario Alessandro Fusacchia. Le ragioni della scelta

Andrea Bartoli e Florinda Saieva

Una notizia destinata sicuramente a fare scalpore. Andrea Bartoli, fondatore assieme alla moglie Florinda Saieva di Farm Cultural Park, ha deciso di scendere in campo con un nuovo movimento politico: “Movimenta (con i Radicali Italiani)”, il cui battesimo è avvenuto a Roma lo scorso 14 ottobre.

L’annuncio questa mattina sulla sua pagina facebook. Un lungo intervento dove Bartoli, indicato qualche mese fa, da più fonti, come probabile candidato del M5S alla presidenza della Regione Siciliana, spiega le ragioni della sua scelta.

Scrive Andrea Bartoli:

Quello che è successo a Favara è un piccolo miracolo

Farm Cultural Park

Quando con Flo abbiamo deciso di non trasferirci all’estero e di restare in Sicilia, ci siamo fatti una promessa.

Non ci saremmo lamentati per quello che non c’era o che non ci piaceva o per quello che non funzionava. Non avremmo aspettato che il Capo del Governo, il Presidente della Regione o il Sindaco della nostra città ci cambiassero la vita.

Avremmo fatto tutto il possibile per cambiare Favara, per migliorare il nostro quotidiano, per consentire a Carla e Viola di crescere in un luogo più stimolante, per trovare il nostro posto all’interno della società nella quale avevamo deciso di vivere.

Iniziammo a condividere tutto quello che avevamo per dare vita a Farm Cultural Park, il nostro terzo figlio.

Questa esperienza, ancora oggi fragile e giovane (ha solo 7 anni) ci ha permesso di crescere come cittadini, di maturare incontri con persone di grande valore e di avere grandissime gratificazioni.

Quello che è successo a Favara è un piccolo miracolo.
Un piccolo miracolo di una piccola ma straordinaria Comunità.
Ci teniamo a sottolineare che solo l’entusiasmo, la partecipazione, l’intraprendenza e la voglia di riscatto di tanti altri amici, creativi, professionisti e imprenditori di Favara, e non solo, ha dato senso e significato ai nostri sforzi e alle nostre idee e ha fatto in modo che questa città potesse iniziare a cambiare.

Favara è una città con ancora tanti problemi e tanta strada da fare.
Ma tutti si sono accorti che non è più come prima. Interi pezzi di Centro Storico sono stati sottratti alle macerie, la città è diventata una tappa di pellegrinaggio di artisti, creativi, architetti e musicisti, ogni giorno fioriscono numerose nuove attività ricreative e turistiche e da tre anni a questa parte Favara ha scoperto di essere una meta turistica.

Favara è la storia di una piccola utopia diventata realtà.
Tutti quanti, persino le persone a noi più care, ci dicevano che non sarebbe stato possibile cambiare Favara, portare arte e cultura in mezzo alle rovine, attrarre persone da ogni dove.
Si sbagliavano.

In questi anni ci siamo misurati con tante sfide

La storia di Farm Cultural Park è stata raccontata da tantissimi media nazionali ed internazionali.
E anche la politica si è accorta di Farm.

Per primi gli amici del M5S e Beppe Grillo, con i quali abbiamo costruito un bellissimo progetto non solo ancora in vita ma anche in ottima salute: Boom Polmoni Urbani, un concorso per idee che ha consentito a tre gruppi di giovani progettisti di tre città siciliane, Mazara, Catania e Caltanissetta di intraprendere un percorso di rigenerazione urbana di alcun contesti di queste città, attraverso l’arte, il design, il cinema, lo sport.

Negli ultimi due anni, ai Sette Cortili abbiamo avuto il piacere di ospitare numerosissimi leader e politici di tutte le forze politiche nazionali.

E’ stato bello mostrargli non solo Farm Cultural Park, raccontare loro di Sou, la nostra Scuola di Architettura per bambini, fare vedere gli effetti di questo luogo sulla città.

E’ stata anche l’occasione per confrontarci su temi centrali per il futuro del Paese.

La mostra The Commonality of Strangers del fotografo Pakistano Mahtab Hussain, prodotta in collaborazione con il museo britannico New Art Excange e le residenze per giovani ragazzi e ragazze africane ci hanno consentito di parlare di fratellanza, accoglienza, integrazione, ius soli.
Abbiamo avuto l’opportunità di raccontare come in Gran Bretagna dieci anni fa il Governo ha creato un Museo come strumento di mediazione tra persone di etnie diverse; noi che facciamo invece? Ci limitiamo ad accogliere queste persone più sfortunate in centri di accoglienza che sembrano delle carceri.

Ad ottobre abbiamo avuto la fortuna di portare la Scuola di Architettura a Torpignattara a Roma e di lavorare con 40 bambini di 24 nazionalità differenti; bambini nati in Italia, che parlano Italiano e si sentono Italiani. Abbiamo imparato da loro che le differenze in quella Scuola, per quei bambini, non sono un problema, ma una grande opportunità, non una barriera ma una grande occasione di confronto, di condivisione, di crescita. Forse dovremmo mandare qualche leader politico a fare esperienza alla Carlo Pisacane di Torpignattara, speriamo di non dover aspettare che qualcuno dei bambini di questa Scuola diventi da grande Capo del Governo.

In questi sette anni di Farm Cultural Park, ci siamo sempre misurati su sfide locali ispirandoci e confrontandoci con buone pratiche globali, scambiando e costruendo relazioni culturali e di amicizia con organizzazioni e operatori culturali giapponesi, cinesi, americani, di tutto il mondo.
Facciamo parte di Trans Europe Halles, un network europeo di 80 centri culturali indipendenti in 33 diversi Paesi Europei e ci incontriamo due volte l’anno, sempre in Paesi differenti per costruire relazioni, comparare le diverse politiche culturali, studiare come nei nostri rispettivi territori si possa migliorare la qualità della vita delle persone.
E pensate che il giorno del voto inglese sulla Brexit noi ospitavamo a Favara, Skinder Hundal e una delegazione del NAE di Nottingham, ovviamente sconvolti e contrari a quel voto.
E’ chiaro, l’Europa che ci è stata raccontata, spacciandola per chissà quale burocrazia autonoma rispetto ai governi nazionali, o l’Europa dei vincoli di bilancio e delle politiche di austerità non accompagnate da investimenti significativi in opportunità – e quindi istruzione, cultura, lavoro – non piace neanche a noi, ma cosa sarebbe la nostra vita se ci richiudessimo a riccio nei nostri confini nazionali.
Quando qualcuno si lamenta per la nostra condizione nazionale, nonostante condivida la necessità di scelte più coraggiose, di una minore ipocrisia e di un bisogno di affrontare i problemi dell’Italia e del mondo con meno superficialità; diciamo loro che se ci guardiamo intorno i margini di peggioramento potrebbero essere ancora giganti.
Ci sono Paesi in guerra, in cui ci si ammazza gli uni contro gli altri, intere città distrutte, una infinità di persone e bambini che perdono la vita, atrocità e nefandezze di ogni tipo.
L’Europa, nonostante i limiti che le hanno imposto i governi nazionali negli ultimi anni, proprio quando sarebbe stato invece importante rilanciare, ci ha comunque permesso di vivere un tempo di PACE, lungo 70 anni; il più lungo tempo di pace che questa parte di mondo ricordi.
L’Europa ha permesso a centinaia di migliaia di nostri giovani di formarsi all’estero, di fare delle esperienze lavorative in altri Paesi, di essere meno provinciali e diventare cittadini del mondo.
Dovremmo pensare un Erasmus non solo per i giovani ma anche per tutte quelle generazioni che non hanno purtroppo avuto questa opportunità nella vita.

Ma ritorniamo alle visite alla Farm.

Quest’estate a metà agosto è venuto a trovarci Alessandro Fusacchia.
Conoscevo Alessandro di nome, perché fondatore di RENA e perché diversi amici e amiche mi avevano tanto parlato di lui.
Alessandro era con Francesca e la loro piccola cucciola, una bimba di pochi mesi.
Abbiamo visitato Farm in lungo e largo e poi ci siamo raccontati un milione di cose, abbiamo condiviso ed intrecciato le nostre storie personali e professionali, le preoccupazioni e i desideri sino a quando Alessandro ha iniziato a raccontarci di Movimenta, dei suoi compagni di viaggio, del desiderio di costruire qualcosa di nuovo e diverso, della voglia di prendersi cura di tante cose che stanno a cuore anche a noi. Che poi non sono mai cose ma Persone.
Quando gli abbiamo chiesto cosa li avesse spinti a prendere la decisione di creare Movimenta ci ha risposto: Se non siamo noi a farlo, chi lo farà?
Quella sera poi, sono arrivati da ogni parte tanti altri amici, ma prima che Alessandro e Francesca andassero via ci siamo ripromessi di restare in contatto, di aggiornarci sulle cose che stavamo facendo, di provare a capire come costruire qualcosa insieme.

C’eravamo anche noi a Cinecittà

Il 14 ottobre c’eravamo anche noi a Cinecittà.
Il battesimo di Movimenta.
Eravamo interessati ma anche curiosi.
Come si fa ad organizzare la prima di un nuovo Movimento politico? Che tipo di incontro? Quale cifra di linguaggio? Come fai a mettere su, un nuovo Movimento nel 2017, senza sembrare una cosa vecchia, finta o pesante?
Abbiamo ascoltato Francesco e poi Alessandro e poi Emma Bonino.
Tra un intervento e un altro delle attività fresche, di partecipazione e facilitazione.
Nel pomeriggio si è lavorato in gruppi.
L’ambiente è gradevolissimo.
Le persone sono interessanti, giovani professionisti competenti, di successo, alcuni con un piede in Europa e altri in giro per il mondo. Con tanta voglia di restituire. Competenze, conoscenze, passioni, network, progettualità, visioni per un Paese diverso.
Abbiamo avuto la netta sensazione che nessuno di loro abbia bisogno di fare politica per realizzarsi nella vita. Qui l’asticella è alta, molto.

Quando ci chiedono qual è il segreto di Farm diciamo sempre che ci siamo ispirati ad un detto siciliano che ti consiglia di stare, lavorare, collaborare con le persone più brave di te.
Conoscendo Alessandro e i fondatori di Movimenta abbiamo avuto quella sensazione piacevole di poterci confrontare e stare insieme con persone più brave di noi, con più competenze, con più esperienza. Con delle persone che hanno avuto più coraggio di noi a decidere di prendersi per primi delle responsabilità importanti.

Avremmo potuto decidere di salire sul carro dei vincitori, metterci con chi ha il vento in poppa, con chi ha una storia politica più longeva, organizzazioni nazionali e regionali più ramificate.
E invece vogliamo fare parte di Movimenta.
Ci piace fare le cose per bene, ci piace partire dal basso, costruire le cose poco alla volta, scegliere le donne e gli uomini più bravi, più competenti, più capaci; quelle e quelli che possono fare la differenza.

Domenica scorsa sono stato onorato di essere ospite di Pietro Grasso per il battesimo di Liberi e Uguali. Ho avuto l’opportunità di dire che se ci riflettiamo un attimo, tutti i cittadini Italiani, per qualunque organizzazione politica facciano il tifo, condividono la stessa utopia.
Vivere in un Paese migliore.
E in quella occasione ho avuto modo di dire anche, e sono felice di ripeterlo, che questo Paese non si cambia gli uni contro gli altri, e non mi riferisco solo a sinistra, ovviamente.
L’unica possibilità per migliorare il nostro Paese, è cambiarlo tutti insieme.
Non si cambia il Paese insultandosi in ogni occasione possibile e probabilmente anche il mondo del giornalismo dovrà fare la sua parte, cercare meno le risse e sempre più il confronto sui contenuti.
Ma veramente.
Lo stato perenne di conflitto politico ci ha portato in una palude dalla quale è difficile tirarsi fuori.
Il conflitto non porta mai nulla di buono.
Genera danni, piccoli o grandi, da una parte e dall’altra.
Complica la vita, avvelena il nostro quotidiano, mette in crisi la nostra serenità.
La vera sfida, invece, è il confronto. La vera sfida è la mediazione.
La vera sfida è imparare a parlare tutti insieme, ascoltare i punti di vista degli altri, trovare sintesi nelle soluzioni migliori, nell’interesse di tutti.

L’Italia nella quale vorremmo vivere

Questo Paese ha necessità di una nuova visione.
Qual è l’Italia nella quale vorremmo vivere tra cinque, dieci, quindici anni?
A noi piacerebbe vivere in un Paese al quale volere bene, del quale andare fieri.
Non un Stato del quale avere paura o del quale doversi vergognare.

Uno Stato che non crea o lucra sulle dipendenze dei cittadini e che non si sostiene sulle lotterie e sulle accise per il fumo e l’alcool. E’ assurdo scrivere su un pacchetto di sigarette che il fumo uccide e poi accaparrarsi un macabro guadagno. Bravissimo Papa Francesco che ha detto basta alla vendita dei tabacchi all’interno dello Stato del Vaticano.
“Fisco e burocrazia stanno distruggendo il Paese. L’Italia – secondo il Presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara – è ormai come l’uroboro descritto qualche tempo fa da Gustavo Zagrebelsky. L’uroboro è l’immagine mitologica del serpente che mangia la sua coda nutrendosi di se stesso.
In questo momento storico lo Stato sopravvive nutrendosi dei propri cittadini e delle proprie imprese, cioè della società che lo esprime. Con evidente miopia: che cosa accadrà quando non ci sarà più nulla di cui nutrirsi? Ed è questa la chiave per capire i motivi della crisi e della profonda sfiducia, quando non è odio, dei cittadini nei confronti delle Istituzioni e della politica”.

Occorre restituire dignità alla parola “lavoro”. Consentire ad imprenditori e operai, professionisti e artigiani di poter vivere un’esistenza dignitosa e sicura. Di poter andare a lavorare senza sentirsi dei delinquenti o preoccupati di poter perdere il lavoro da un giorno all’altro; o comunque senza speranze quando si attraversa un momento di difficoltà.

I giovani non possono continuare a vivere “alla giornata”. Occorre ridare valore al “merito” e riconoscere il lavoro intellettuale e creativo, troppo spesso oggi mortificati.

Solo un Paese miope e masochista può permettersi di perdere i migliori cervelli che vanno a lavorare all’estero.

Ci vuole un quintale di buon senso. E ci vuole fantasia, creatività, voglia di trovare nuove soluzioni a problemi vecchi e nuovi.

Meno ipocrisia, meno parole svuotate di significato, meno approcci superficiali ai problemi e tanto buon senso, tanta voglia di affrontare e risolvere i problemi con senso di responsabilità e coraggio.

Bisogna tornare ad investire sull’educazione.

I nostri bambini sono il nostro futuro; l’educazione alla bellezza, modalità di apprendimento informali e differenti, ci potranno portare ad avere tra venti anni una nuova classe dirigente più colta, etica, generosa e lungimirante.

Dobbiamo ripensare le nostre città avendo come obiettivo il miglioramento della qualità della vita di tutti coloro che le abitano e promuovere al contempo il ripopolamento delle campagne e dei fabbricati e casolari rurali.
Dovrà essere ridotto al minimo il consumo del suolo; vanno recuperati i centri storici e valorizzate le periferie. La lotta all’abusivismo va ripensata con serietà, senza ipocrisie, e per quanto possibile convertita nella lotta al “brutto”.

Sarebbe bello se le nostre Città si riempissero di alberi e parchi e se il territorio potesse essere salvaguardato e curato ripensando ad un’agricoltura meno produttiva ma più pulita e rispettosa dell’ambiente.

Ci piacerebbe che ciascuna città italiana ospitasse in uno degli innumerevoli immobili del nostro patrimonio urbanistico male o inutilizzati un Polmone Urbano in cui costruire la visione, le progettualità, le strategie e le azioni per il cambiamento dei territori, e il miglioramento delle condizioni economiche, sociali e culturali di tutti i cittadini.

E che in ogni città ci fossero luoghi per bambini, per adolescenti, per coppie, per persone anziane, per tutti quanti insieme.

Ci piacerebbe che il nostro Stato si prendesse cura delle persone con una sanità meno politica e più efficiente e che non delegasse a terzi servizi essenziali come la erogazione dell’acqua e la gestione dei rifiuti.

Ci piacerebbe che ognuno facesse la sua parte. E che magari potesse vedere anche i risultati dei propri sacrifici e delle proprie rinunce. Infatti ci piacerebbe che le Banche, le grandi e piccole imprese, i professionisti e gli artigiani e tutti coloro che ne hanno la possibilità fossero spinti, ma anche felici, di destinare una percentuale dei loro guadagni a progetti pluriennali di sviluppo territoriale nel luogo nel quale lavorano. Siamo certi che in questo modi tutti quanti pagherebbero le imposte anche più volentieri.

Sarebbe bello aiutare ogni cittadino ad avere un ruolo sociale significativo, perché come diceva il filosofo ed economista John Stuart Mill, la felicità non si raggiunge se la cerchiamo ma solo indirettamente, dedicando la nostra vita ad una missione o alla cura di altre persone.

Sogniamo di essere cittadini di un grande Stato che abbia un ruolo determinante per combattere ed estinguere tutte le brutalità che stanno in questo momento affliggendo l’intero pianeta.

Abbiamo deciso di fare parte di una squadra, quella di Movimenta, spinti dalle stesse motivazioni che avevamo quando abbiamo deciso di restare in Sicilia e dalla stessa cosa che ci ha detto Alessandro quest’estate: Se non siamo noi a farlo, chi lo farà?”

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One Response to Favara, Andrea Bartoli e Florinda Saieva scendono in campo con “Movimenta”

  1. Diego Licata Rispondi

    16/12/2017 a 12:34

    E’tutto quello che ho sempre desiderato. Portiamo avanti questo progetto.Avanti con “Movimenta”

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