E pensare che…la nostra Costituzione…

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Ripercorrere le tappe della Costituzione può aiutarci a fronteggiare l’immagine di un Paese che cade a pezzi

altPer fare una fotografia al nostro Paese la cosa più utile è capire come gli altri lo vedono.
Mi capita spesso di parlare con colleghi stranieri o di incontrare persone che vivono in Italia da tempo ma che provengono da varie parti del mondo. La domanda che mi fanno costantemente è: perché?
Perché cosa? Mi chiederete, ovviamente. Perché l’Italia si è ridotta così. Non è facile capirlo perche l’impianto che i nostri padri Costituenti ci hanno dato è solido, universale, incredibilmente forte.

Anni fa partecipai come relatore in India ad un convegno su etica, comunicazione e responsabilità e citai alcuni articoli della nostra Costituzione. Mi colpi, subito dopo l’intervento l’abbraccio di un collega dell’Università di Bangalore che si congratulò per l’altro profilo ed il pensiero lungimirante dei nostri costituenti.

Era il 2004. Ripensando al nostro oggi è opportuno fare una riflessione sulla nostra Costituzione. Su alcuni articoli, che non tutti conoscono. Quando iniziai a fare ricerca sulla comunicazione istituzionale scoprii che la prima forma di intervento voluto da uno dei Presidente del Consiglio pro-tempore, il Senatore Giovanni Spadolini, grande intellettuale, docente e giornalista, che pensò di regalare ai ragazzi delle scuole italiane una copia della Costituzione. Una ragione ci sarà stata . E per questo per fronteggiare l’immagine di una nazione che cade a pezzi mi piace ripercorrere alcune tappe della Costituzione. Oggi la sensazione che tutti abbiamo, è, che al concetto di decadenza della nostra bellissima Nazione piena di storia e tradizioni, si lega quello di una distanza totale dei cittadini dalle istituzioni e una mancanza di senso di responsabilità. Come se non fosse la nostra Patria.

Uno dei maggiori filosofi italiani del ‘900, scomparso da qualche anno, Norberto Bobbio, con riferimento al tema della responsabilità, intesa come la capacità dei cittadini di essere attivi in una società democratica, affermava: “la democrazia sarebbe da definire come quella forma di governo che fa di ogni membro della società, in forma maggiore o minore, un individuo responsabile della possibile convivenza di ognuno con tutti gli altri, e quindi della permanenza e persistenza di una libera e pacifica società”.

E definiva altresì nemico della democrazia : “l’uomo massificato, costruito, come in uno stampo. Dall’influenza pervasiva, insistente, ossessiva, delle comunicazioni di massa”.

Un’altra grande pensatrice del novecento, Hannah Arendt, nei suoi scritti enfatizza una concezione della politica basata sull’idea della cittadinanza attiva, sul valore e l’importanza dell’impegno civico e della deliberazione collettiva riguardo a tutte le questioni che concernono la comunità politica. Il valore dell’attività politica non risiede nel raggiungimento dell’accordo su una concezione condivisa del bene, ma nella possibilità che offre a ciascun individuo di esercitare attivamente i suoi poteri e diritti di cittadinanza, di sviluppare le capacità di giudizio politico, e di conseguire mediante l’azione collettiva un certo grado di efficacia e influenza politica.

altOggi ci troviamo a dovere fronteggiare una realtà molto complessa ed in rapida evoluzione (le tensioni internazionali, la crisi economica, l’immigrazione, la diminuzione delle risorse mondiali). Ma ci troviamo anche a vivere il momento più terribile di antipolitica, della sub politica, del tutto fa schifo. E gli osservatori stranieri questo notano e questo non capiscono.

Nel suo recente volume “Comunicazione Politica”, Michele Sorice, professore di sociologià dell’Università Luiss ha spiegato che è rilevante il concetto del cosiddetto sub politico.

Si tratta di un’area che “coinvolge attori collettivi e individuali al di fuori della politica istituzionale (tradizionale) rispetto al sistema economico, spesso in relazione antagonistica (o semplicemente critica) rispetto alle forme consolidate della politica. I media, in tale mutata situazione, non sono più soltanto strumenti di supporto alle istituzioni politiche (e in qualche caso persino asservite ad esse, ma possono diventare veicolo politico, forum di discussione in cui si generano forme di consenso, si verifica e si forma un’opinione pubblica non più frutto del rapporto esclusivo fra istituzioni parlamentari e cittadini. I media in altre parole, rappresentano un luogo di condivisione pubblica e la vasta area del sub politico si nutre spesso proprio delle pratiche discorsive mediali; in tale prospettiva vanno interpretati gli usi “tattici” della Rete da parte di organizzazione che possiamo variamente definire come sub politiche (associazioni dal basso, movimento auto-organizzati, organizzazioni non governative) prepolitiche (associazioni di formazione alla politica, movimenti di impegno sociale, associazioni radicate in ambito ecclesiale) e antipolitiche (movimenti che contestano la “partitocrazia”, gruppi d’interesse, associazioni anti-istituzionali) “.

Del resto l’antipolitica ha radici lontane. Già nel 1994 Giddens individuava nell’area del subpolitico alcune delle attività costitutive della vita politica contemporanea, non più animata da una motivazione utopica verso il futuro bensì dal mondo vitale del soggetto. In altre parole, il microcosmo della vita personale appare strettamente interconnesso con il macrocosmo delle questioni globali.

E allora tutti dovremmo interrogarci su questa decadenza e forse comprendere che la colpa non è soltanto di chi l’ha determinata, di chi l’ha rappresentata, ma di chi non si mette al lavoro subito per combatterla. E questo che i nostri amici stranieri non capiscono. La cosa strana è che a volte nemmeno noi lo capiamo. Però ci consoliamo lamentandoci e protestando. Un post su facebook o un tweet ci dà la giusta dimensione per continuare a pensare che noi non possiamo far nulla per combattere la decadenza. Ma non è proprio così.

Francesco Pira

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