E Favara tornò a chiamarsi Fawwara

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EMERGENZA. Cinquecento migranti ospitati al Palasport fuggono nella notte. Stessa situazione a Porto Empedocle, Agrigento e Racalmuto. Stamattina centinaia di profughi a piedi lungo la statale 640

migranti in fuga

Migranti in fuga

Il mare “liscio” come l’olio diventa un’autostrada perfetta per chi “gestisce” la rotta Africa-Sicilia su barconi che rischiano di affondare per l’eccessivo carico umano. Ed allora, approfittando dell’estate anticipata e del Mediterraneo piatto Lampedusa e tutta la costa siciliana ripiomba nella piena emerganza-immigrati. In migliaia nelle ultime ore arrivati sui mezzi navali delle forse dell’ordine impegnate da mesi nell’operazione Mare Nostrum.

Quasi 500 reduci dall’ennesimo viaggio della speranza nella notte hanno preso la direzione di Favara. Destinazione contrada Pioppo, all’interno del Palasport “Giglia”. La struttura sportiva, utilizzata da società nelle diverse discipline, è stata individuata dalla Prefettura di Agrigento come sito dove giocare una gara diversa da quelle tradizionali: la gara di solidarietà. E nel cuore della notte diversi gli autobus che hanno fatto un avanti-indietro dal molo del Porto empedoclino fino a Favara. Sistemati sotto un tetto, quello di legno lamellare che copre il parquet del “Giglia”.

Per un rifugio provvisorio, al sicuro, in terraferma, al calduccio. Ma per quasi tutti i migranti la tappa di Favara è stata molto provvisoria. Fuggiti e non trasferiti in altre sedi. Alle prime luci dell’alba, in  massa, sono scappati dall’impianto sportivo, scavalcando perfino le reti di recinzione. Nella fuga alcuni sono rimasti impantanati nel laghetto che costeggia il Palazzetto e la Piscina. Ma infangati hanno ripreso il cammino. Tante le direzioni prese dai vari gruppetti provenienti da diverse comunità africane. Alcuni si sono diretti sulla SS.640, altri hanno raggiunto Favara girovagando per strade e piazze di una cittadina che “ripiomba” nella sua storia.

Centro di accoglienza - Fonte Favaraweb

Centro di accoglienza – Fonte Favaraweb

 

C’è una certa apprensione di chi ha case nelle varie contrade di campagna o nella vasta periferia urbana. C’è il timore di trovare “occupata” la propria proprietà da chi, disperato, è in cerca di una dimora. Il Palagiglia questa mattina si è svegliato con le tribune piene di bottiglie d’acqua, piatti, bicchieri e tovaglioli. Dopo essere rifocillati, come detto, gli oltre 450 ospiti hanno deciso di riprendere il proprio cammino. Sulla terraferma. I favaresi, che hanno nel sangue il senso dell’ospitalità, iniziano ad avere anche qualche preoccupazione. Favara ha una matrice storica araba, molti toponimi sono “datati” dal periodo di dominazione musulmana.

Uno dei nomi antichi del paese, Fawwara, è proprio d’origine araba e sta a significare “polla d’acqua”, quasi a contraddire i lunghi periodi, anche recenti, di rubinetti a secco e taniche asciutte sui tetti delle case. Favara, che in questi anni ha aperto diverse volte i cancelli del Cimitero di Piana Traversa per dare l’ultimo dimora a decine di “fratelli” di colore, da ieri è stata chiamata ad un intervento assistenziale di una certa portata. Forze dell’ordine, amministrazione comunale, associazioni di volontariato per tutta la notte sono state impegnate a coordinare questa ennesima emergenza.

Non è la prima volta che Favara viene individuata come “banchina” dove fare sbarcare gli immigrati. Alcuni mesi fa diverse donne, mamme con figli piccoli, hanno trovato come prima dimora il Seminario Vescovile ed altri siti. Ma Favara, come Porto Empedocle, Agrigento e la Sicilia riusciranno a reggere il peso di questa portata di flussi migratori? Intanto, nella città che negli anni Cinquanta diventò set cinematografico nel film “Il cammino della speranza”, giorno dopo giorno è sempre in aumento la presenza di ragazzi, tutti giovanissimi, che provengono dall’entroterra africano.

Lontano dalle famiglie e dalla serenità.

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2 Responses to E Favara tornò a chiamarsi Fawwara

  1. Massimo Rispondi

    11 aprile 2014 a 16:02

    Oggi mi sono posto pure io queste domande… Non solo! Tutto ciò, a parte lo sconforto umano, mi sta facendo paura. Questa gente, qui, è sola e senza nulla. Vederli dietro il tuo cancello, in una zona di periferia, fa paura. La disperazione fa paura. L’indifferenza politica ancor di più! Abbandonarli è come abbandonare anche noi…

  2. Salvatore Petrotto Rispondi

    11 aprile 2014 a 21:17

    Se riusciamo a sopravvivere a questa terribile invasione che nessuna autorità politica nazionale sa gestire, che dite, vi dobbiamo votare? Vi siete chiesti, ad esempio, perché con tutti questi sbarchi nessun giornale di regime parla del nuovo virus Ebola? Si tratta di una infezione virale, incurabile che nel giro di 48 ore porta alla morte! Se vi pare poco? Eppure non si vogliono creare allarmismi, tant’è che nessun organo di informazione di regime dice che è scattata anche in Italia l’allerta, proprio per il virus “Ebola”. Con una circolare datata 4 aprile, ma non diffusa al pubblico, il Ministero della Sanità ha comunicato l’attivazione di misure di vigilanza e sorveglianza nei punti di ingresso internazionali in Italia. La qual cosa fa ridere e presto potrebbe farci piangere seriamente, visto come viene affrontata l’invasione degli unici incolpevoli, ossia quei poveri disgraziati che sbarcano nelle nostre coste siciliane, del tutto inconsapevoli di essere i portatori di quella che gli esperti hanno definito la peste del terzo millennio! Per chi non credesse a quanto da me asserito consulti il sito : http://voxnews.info/2014/04/11/allarme-ebola-in-italia-con-sbarchi-arrivo-inevitabile-la-circolare-segreta-del-ministero/.
    La nota è stata inviata all’Enac, alla Farnesina, a tutte le regioni ed alla Croce Rossa Italiana. Per la prima volta, dal 1970 ad oggi, la nota dell’allarme è stata trasmessa anche al Ministero della Difesa.
    Le procedure attivate dal Ministero della Salute prevedono controlli sugli ingressi nel territorio nazionale e un monitoraggio, affidato al Ministero degli Esteri, degli italiani presenti nei paesi colpiti dall’epidemia. L’intero asset delle capacità diagnostiche del Paese è affidato all’Istituto Spallanzani di Roma che “dispone dell’unico laboratorio a massimo livello di bio contenimento”.
    Quattromila sub-sahariani che arrivano senza controlli, e il Ministero attiva la ‘sorveglianza’ negli aeroporti. Con un solo laboratorio di bio contenimento. Fantastico.
    Il dato che allarma è il tempo di incubazione del virus che varia dai 2 a i 21 giorni per la trasmissione a contatto con sangue e secrezioni, ed arriva sino ai 49 giorni per contagio derivante dallo sperma. E visto che molte clandestine africane finiscono direttamente lungo le strade, siamo messi benissimo.
    Nel documento del dipartimento generale per la prevenzione si fa cenno alla necessità di controllare gli arrivi “diretti e indiretti”: un chiaro riferimento all’onda di clandestini che proprio in queste ore sta assalendo le coste italiane.

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