Donne e letteratura. Un sentiero quasi sempre in penombra, pieno di polvere ed oblio

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Quelle delle donne scrittrici sono spesso storie di esclusioni e di conquiste eroiche di spazi.

Virginia Woolf

Addentrarsi nell’universo della letteratura femminile è come percorrere un sentiero quasi sempre in penombra, pieno di polvere ed oblio. Le storie delle donne scrittrici  sono spesso storie di esclusioni e di conquiste eroiche di spazi. In questo cammino, sovente si offrono ai nostri occhi, quasi come fotografie, le figure di Jane Austen e di Virginia Woolf. Jane scriveva nel suo soggiorno ed era costretta a nascondere fulmineamente il proprio manoscritto all’udire dello scricchiolio di una porta. Virginia, dal volto scarno e austero, invitava tutte le donne a conquistare “una stanza tutta per sé”. Ed è proprio questo il titolo di un suo saggio che analizza il rapporto tra le donne e la letteratura. Considerato una sorta di testo sacro del pensiero femminista del Novecento, Virginia mette in ridicolo molte istituzioni culturali maschili del tempo evidenziando l’esclusione eclatante delle donne dall’istruzione, dalla cultura e dall’arte. Definisce tutto ciò “uno dei crimini più odiosi che l’umanità ha potuto commettere nel corso della sua storia”.

Nel Medioevo, i due luoghi privilegiati per le donne che desideravano scrivere, erano le corti ed i conventi. La cella chiusa di un monastero, paradossalmente, forniva una grande libertà: uno spazio per mettere per iscritto fede e dedizione a Dio. Dentro quelle strette mura era possibile ritagliarsi una libertà più ampia di quella angusta concessa dall’ambiente familiare.

Con il passare dei secoli, nel Quattrocento e nel Cinquecento, l’invenzione della stampa sgretola la visione medievale del mondo letterario e si amplia il numero dei lettori. Nelle nobili dimore inizia così a maturare l’emancipazione culturale di alcune nobildonne, esperte di greco e latino e studiose attente dei classici della letteratura antica.

Nel Settecento, il numero di lettrici e scrittrici aumentò considerevolmente e il genere prediletto fu il “romanzo sentimentale” una vero e proprio manuale di educazione ai sentimenti. Le scrittrici si imposero così tanto che su una rivista inglese del periodo leggiamo: “il romanzo è quasi interamente monopolizzato dalle signore”.

Da ricordare anche “i salotti”, uno per tutti , quello di Madame de Stael, che erano luoghi privilegiati dove era possibile il confronto intellettuale a cui potevano partecipare le donne.

Certo, ancora dovevano esserci molti pregiudizi se Mary Wollstonecraft così scriveva: ”… l’educazione delle donne recentemente è stata oggetto di attenzione maggiore che nel passato; esse sono tuttavia ancora considerate sesso frivolo, ridicolizzate o compatite dagli scrittori, che si sforzano di migliorarle con la satira o con l’insegnamento. E’ risaputo che le donne passano gran parte dei primi anni di vita ad acquisire una vernice di qualità formali; nel frattempo le forze del corpo e della mente vengono sacrificate a idee frivole di bellezza e al desiderio di raggiungere una posizione attraverso il matrimonio: l’unica via per cui le donne possono elevarsi socialmente…”.

Dalla fine del Settecento le donne iniziarono a prendere sempre più coscienza delle loro capacità, della loro autonomia e della loro indipendenza. In quegli anni, le problematiche relative alla condizione di subalternità della donna iniziarono ad emergere e tante donne iniziarono a considerare la discriminazione sessuale come un problema su cui discutere e riflettere.

L’Ottocento in Italia, ha poche testimonianze di scrittrici, infatti la scena culturale é dominata dalle scrittrici di area anglo-francese. Furono moltissime anche le scrittrici americane, autrici di veri e propri best-sellers, tanto che Nathaniel Hawthorne scrisse con disprezzo: ”l’America è ora completamente alla mercé di una maledetta banda di scribacchine”. L’espansione del mercato e delle industrie aveva trasformato le donne delle campagne e dei paesini in operaie, impiegate, maestre, cioè in soggetti economici. Le autrici americane oltre a conquistarsi un proprio pubblico ed un discreto mercato editoriale, imposero un nuovo tipo di narrazione al femminile.

Nel 1913 Sibilla Aleramo così scriveva: ”Gli uomini ai quali parlo non sanno, quando mi dicono con reale stupore che hanno l’impressione di discorrer con me da pari a pari, non sanno come echeggi penosa in fondo al mio spirito quella pur lusinghiera dichiarazione, a quale insolvibile dramma essa mi richiami … la donna sarà vero poeta quando si affiderà a se stessa, quando si accorgerà senza vergogna che la diversità è un fatto psichico, naturale dunque da favorire l’originalità. La donna deve essere più di se stessa, nella vita, nell’amore e nella letteratura. Prendere cioè coscienza del proprio dolce, dolce sangue e della natura femminea”.

Non dimentichiamo che tante scrittrici usarono uno pseudonimo maschile per pubblicare le loro opere. Due esempi per tutte: George Eliot e George Sand. La prima era in realtà Mary Ann Evan, e la seconda Lucille Aurore Dupin. Nella sua autobiografia, George Sand, racconta che un giorno si era recata da uno stimato letterato del tempo per aver dei consigli. Queste le parole di quell’uomo: ”Vedete, ad essere sincero, penso che una donna non debba scrivere … credetemi, non fate libri, fate bambini”.

Del resto, nei “Colloquia” di Erasmo da Rotterdam, l’Abate Antronius così si esprimeva: “I libri succhiano gran parte del cervello delle donne che già ne hanno poco in dotazione”!

Foto da internet

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