Dicci una frase

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LA STRADA LUNGA. Pubblichiamo il racconto di Amedeo Rubino finalista al nostro concorso letterario.

Mio nonno era un uomo semplice.

Non basso e non troppo alto, longilineo, capello corto e sottile “mustazzu” sopra le labbra.

Mai sopra le righe e mai una parola di troppo, uomo di candida fattura, parco nel dispensar sentenze.

nonno

“Mio nonno era un uomo semplice…”

Pater Familias in sordina, fervida roccia al bisogno.

Mio nonno era un uomo semplice e come tale non portava con se un gran vocabolario di parole, utilizzava spesso le stesse accezioni e di rado qualche neologismo veniva necessariamente coniato in virtù della lacunosa, quanto comune, esperienza scolastica constante di 4 anni in totale alle scuole elementari.

D’altronde mio nonno era contadino, anzi “Mezzadro” e non aveva mai avuto bisogno di sapere quando fosse morto Manzoni o a che corrente artistica appartenesse  Gauguin.

Necessitava solo sentire il canto del Gallo per scender giù dal letto, sapere di trovare sul tavolo il pane raffermo di qualche giorno prima per poterlo inzuppare nel latte e caffè e cominciare la giornata salutando tutte le piante e gli alberi, compagni di vita e di serena vecchiaia.

Ricordo vagamente i miei giorni a giocare con i cuginetti sotto la sua custodia, azioni sfuocate , musiche  abbozzate ma una costante, c’era  sempre il sole.

Scene inondate da quel giallo luminoso e rassicurante, caldo pieno e urla di giochi vari e Lui, mio nonno sullo sfondo seduto a controllare che tutto andasse bene, che non avessimo bisogno di una qualunque cosa, che non ci facessimo male.

Amedeo Rubino

Amedeo Rubino

Intorno ai 4-5 anni la fantasia non mancava di certo e i modi per passare il tempo erano i più disparati ma tra i giochi che interagissero con mio nonno c’erano solamente gli ascolti delle esperienze di guerra e “dì una frase” o come dicevamo noi “Dicci una frase”. Il diletto consisteva nel concordare con tutti i giocatori, tranne uno, la frase che doveva essere detta e far domande al giocatore escluso in modo da farlo rispondere con la frase concordata.

Ecco, nessuno potrà mai cancellare dalla mia mente il processo complesso e passionale che dovemmo attraversare per riuscire a farci dire assieme ai miei cugini la frase “una strada lunga”.

Esattamente l’impresa attese 15 anni per poter essere portata a termine.

Non ci capacitavamo come una frase tanto semplice e banale quasi non riuscisse ad essere pensata o ideata da una mente altrettanto candida.

Una strada lunga, cos’altro?!

Inizialmente provammo ad arrivare al traguardo con semplici analogie stradali cercando di far ricordare all’anziano educatore una famosa lunga strada del nostro paesino portando esempi di ogni sorta ma nessun campanello suonava annunciando vittoria.

Col tempo e con gli anni gli esempi cambiavano in quantità ma soprattutto in qualità, si andava dal cammino biblico del popolo egizio guidato da Mosè  alla conversione ecumenica di famosi personaggi storici.

Una volta addirittura venimmo a conoscenza del tragitto simbolo della meditazione e della catarsi interiore, un tragitto che dai Pirenei francesi si porta verso la spagnola Galizia per arrivare a Santiago de Campostela, sede del santuario ove giace la tomba di San Giacomo il Maggiore che evangelizzò la Spagna dopo la morte di Cristo. Il viaggio prevede un pellegrinaggio lungo 780 km da percorrere a piedi in circa un mese di viaggio, raccontato anche nel famoso libro di Paolo Coelho.

Quale migliore esempio di Strada lunga?

"Quale migliore esempio di strada lunga?"

“Quale migliore esempio di strada lunga?”

Niente, mio nonno al nostro accenno riguardo al Cammino di Santiago rispose:

–  E cu è su Santiago? D’unni veni?

Forse pretendemmo troppo da un uomo che passò la vita a lavorare la terra.

Cercammo altri esempi.

Interrogarsi su come far rispondere in modo esatto rispetto al gioco diventò più un lavoro di sfida personale più che di semplice diletto ludico.

Bisognava trovare un elemento che potesse essere specularmente da esempio, che potesse aiutarci ad allargare le nostre vedute in modo da trovare la giusta formula da pronunciare per poter sentire quella ormai dannatissima frase.

Scelta tecnica, il signor Alaimo, coetaneo di mio nonno e direttore della banda musicale del paese.

– Sig. Alaimo, ci sa dire per caso cosa percorre, cosa attraversa durante una parata della sua banda se questa la vede camminare per lungo tempo?

Beddi picciotti, cosa attraverso? Eh, cosa attraverso? Attraverso la gente, attraverso le anime di ogni essere vivente che abbia un cuore che pulsi sangue. Vedete, io entro dalle orecchie e dopo aver percorso in loro un lungo tragitto, seguo la strada che da loro porta verso il vicino e mi lancio verso quello per poi continuare da persona a persona fino poi a tornare a me, pieno e carico di pezzi altrui che adesso mi appartengono perché donatimi in cambio della mia musica. Ecco cosa attraverso.

Sig. Alaimo, risposta sbagliata, non possiamo accettarla. Pensammo e ci lanciammo su un altro personaggio che all’incirca aveva la medesima età di mio nonno.

Signora Brunco, vedova da dieci anni, ogni mattina al cimitero ad onorare la scomparsa del tanto amato marito che riposava all’interno di una struttura funeraria che simpaticamente da tutti era appellata col titolo della canzone “Papaveri e Papere” di Nilla Pizzi. Non avevo mai capito realmente il significato di tale nomea ma presumevo fosse dovuto alla poca fantasia della donna nello scegliere i fiori da portare al marito.

"...prendo sempre lo stesso fiore, un papavero rosso..."

“…prendo sempre lo stesso fiore, un papavero rosso…”

Bisognava riuscire a far dire alla signora la fatidica frase, semplice  e veloce:

– Signora Brunco, ci sa dire cosa percorre ogni mattina, quando si reca verso la tomba di suo marito con la sua borsa di pelle nera in una mano e quel fiore nell’altra?

– Gioie mie, ogni mattina, cosa percorro? Ogni mattina io non vado al cimitero, io ogni mattina viaggio indietro nel tempo. Scesa di casa passo dalla fioraia amica mia, scambio due chiacchiere e prendo sempre lo stesso fiore, un” papavero rosso”, quello che mio marito mi donò subito dopo il nostro primo bacio nel campo di grano di mio zio. Io, quel momento non lo posso dimenticare e ogni papavero che vedo, è per me un suo bacio sulla bocca. Si, viaggio e torno picciotta, torno veloce e scattante come siete voi e anche se in realtà ci metto molto ad arrivare, non è mai lungo abbastanza da poter dar spazio a tutte le emozioni che provo passando accanto ai portici e le vie che ho vissuto con lui, mai abbastanza.

Mai finito, ancora vivo, amore vero, ma non rispose come noi ci aspettavamo, dunque il ritorno alla base da Nonno nostro, da Nonno mio.

Ecco allora l’ultima chance, ultima possibilità prima di abbandonare l’impresa iniziata ben quindici anni prima.

– Nonno, ma tu come sei arrivato qui, in questa casa a raccontarmi di cosa hai passato nella tua giovinezza? Sei nato precoce e incubato in un cassetto di fortuna,  hai passato l’infanzia tra tante sorelle e fratelli che adesso non ci sono più. Sei andato in guerra quando chiamato e non sei  riuscito a far male nemmeno ad una mosca, non essendo nella tua indole. Hai pianto per la fame a 20 anni imprigionato dai tedeschi, liberato sei tornato in treno e a piedi. Hai conosciuto nonna, innamorato le hai chiesto di sposarti e sei diventato padre di mio padre. Hai passato la vita a lavorare da mezzadro in un terreno a Grotta Rossa e ti sei spostato da li al paese nostro con un carro trainato da una sola mula. Hai combattuto le difficoltà di ogni genere con l’onestà e la serietà del tuo lavoro, facendo assieme a nonna gli straordinari quando ve ne fosse bisogno per voi e i vostri figli. Sei diventato nonno, hai portato per mano i tuoi nipoti a vedere come fosse bello quello che avevi costruito e adesso siamo qui, seduti assieme su questa panchina nel terrazzo di casa tua. Nonno che cos’è tutto questo?

–  Gioia, che cosa è secondo te? Quello che hai detto tu, tutto , ogni cosa che è accaduta, ogni disgrazia e ogni gioia è semplice da definire.
È una strada lunga.
Dritta, storta, che sale e ogni tanto scende, con paesaggi bellissimi e tunnel molto bui.
È una strada lunga, che chiunque deve in ogni caso percorrere.
Vedi, mio nonno percorse la sua e da un punto di partenza si fermò all’arrivo, non prima però di far partire la strada di mio padre che fermandosi fece partire la mia.
Eh, la mia  adesso sta finendo, e quando passerò il testimone a tuo papà, saprà condurti avanti fino a quando lui stesso terminerà la sua lunga strada e toccherà a te guidare qualcun altro.
Ecco, tu conosci la mia strada, ti ho raccontato tutto così che tu possa sapere cosa dovrai affrontare percorrendo la tua.
Ti sei mai chiesto perché da queste parti si usa ereditare il nome del proprio nonno?
Si dice che se il nipote prende lo stesso esatto nome del padre di suo padre, lo stesso nonno, così come i precedenti, potrà continuare a vivere , a percorrere la lunga strada e magari migliorare il proprio cammino perché guidato da esperienze di cammini passati evitando i burroni e scegliendo sentieri con panorama.

Successo!

Quindici lunghissimi anni ma finalmente riuscimmo a trovare la chiave della risposta.

Un banale gioco ideato con domande da  bambino che richiedeva una risposta semplice.

Semplice, sì, come la vita.

 

 

 

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