Diario di una ragazza normale

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Il tuo racconto per Malgradotutto

Diario di una ragazza normale
di
Rossella Nicoletti

alt-Siamo giovani, non immortali.
Seduta davanti la dottoressa, la fissava con lo sguardo perso, con la mente piena di domande, con la bocca incapace di aprirsi. Che significava tutto quello che aveva appena sentito? La gamba iniziò a muoversi freneticamente, su e giù, senza controllo. Solo dopo qualche secondo ricominciò a capire che stava succedendo, e come chi riemerge da una lunga immersione, respirò. Questo doveva farlo. Non sapeva se a colpirla era stata più la parola chemioterapia o quel lungo interminabile “sì” che la dottoressa cercando di essere delicata, aveva sussurrato rispondendo alla domanda “mi cadranno i capelli?”.

C’era sua mamma davanti, ed in quel momento capì. Capì perché era stata due giorni a piangere, giustificandosi quasi imbarazzata con la scusa di essere stanca. Plausibile, erano ormai giorni che stavano in quell’ospedale. Ma proprio perché c’era sua mamma, la mente, in quel silenzio doloroso, le gridava “sii forte!”. Ma sedici anni non sono abbastanza, soprattutto per chi li passa avendo tutto, anche più di tutto. Scoppiò in lacrime.
20 agosto 2010
-I capelli non servono a nulla.-
Non ci credeva neanche lei, in effetti. Eppure ci provava, ci provava davvero a convincersene, mentre seduta sentiva il rumore della macchinetta. I brividi non li causava il freddo, no, era un caldo pomeriggio estivo, di quelli che si passano sentendo la sabbia calda tra le dita: era il contatto delle fredde lame col suo cranio. Poi un click, finì il rumore. Si alzò. Camminò a testa bassa fino al bagno. Accese la luce, poi alzò lo sguardo.
18 settembre 2010
-e sei poi cade?-
Primo giorno di scuola, cinque ore di fila con la parrucca. Forse era il caldo che le metteva quell’ansia. O forse la paura che questa potesse cadere, mostrando a tutta la scuola quella verità. Sarebbe stata quella diversa, quella “con la malattia”. No, non doveva succedere, l’aveva stretta così tanto che avrebbero dovuto strappargliela di dosso, così tanto da lasciare un livido rosso ogni volta che la toglieva. Eppure non poteva rischiare, non se ne parlava. Le sue amiche la accerchiavano quasi proteggendola, era lei ad essere un cucciolo in difficoltà. Ogni mattina la indossava e per un attimo, solo in quel momento si sentiva quasi bella guardando il suo volto allo specchio incorniciato da una cascata di capelli neri. Di plastica.
8 ottobre 2010
-tu non meriti questo.-
Gliel’avrebbe voluto dire mille volte al suo ragazzo, quella persona a cui voleva così bene da cercare di convincerlo che con lei non ci doveva stare. Proprio quel giorno, in una tranquilla spiaggia, al tramonto, lui e passò una mano tra i capelli. La parrucca scivolò lasciandole mezza testa scoperta. Avrebbe voluto piangere, urlare o meglio, scappare via. Riuscì solo a dire “scusa, portami a casa. tu non meriti questo”.
2 novembre 2010
-sono stanca.-
Sembrava non farci neanche più caso alle pagine che si riempivano di capelli mentre studiava. Ormai facevano parte della routine, e quando ci pensava si meravigliava. Quanto è subdola l’abitudine. Era quasi un tic strapparsi i ciuffi dalla testa, le sembrava quasi divertente, quasi bello vedere come i un mese la sua testa diventava scura, non si vedeva più la pelle, per poi di nuovo comparire, rosa e liscia. Era vero, era stanca di tutto questo.
25 novembre 2010
-per guarire ti avvelena.-
Dopo 12 ore in ospedale con una flebo al braccio, uscì dall’edificio sorretta da sua madre. Era solo il terzo ciclo, e si rendeva conto che diventava sempre più pesante, sempre più doloroso. Ora le aspettavano due ore di viaggio, sdraiata sui sedili posteriori di quella macchina di cui odiava anche l’odore. Odiava tutto ciò che le ricordava la terapia. L’ospedale, l’odore di cibo da mensa, la pelle dei sedili. Quello era il modo di guarire, l’unico. Non era neanche più per lei che lo faceva, ma per tutte quelle persone che sembravano tenerci. Ecco perché la professoressa di biologia,il secondo anno, parlando di cancro, aveva abbassato gli occhi per un attimo sospirando, rivelando per un secondo un umanità che accuratamente nascondeva sotto il suo riccio.
20 dicembre 2010
-io sono un peso.-
Parlando con lo psicologo le uscì una frase di getto, che continuò a ripetersi poi per parecchio tempo. Io sono un peso per i miei genitori, questi capelli sembrano urlare che ho bisogno di attenzioni, che sono malata. Stava pranzando col pigiama, era rimasta a casa perché era il giorno dopo la terapia. Alzò gli occhi e guardò la sua immagine riflessa sul vetro della finestra, in fondo. Fu allora che si rese conto. I suoi genitori la guardavano ogni giorno, ogni secondo per come era. Ammalata.

alt8 gennaio 2011
-libera.-
Era i giorno dopo la terapia, l’ultima, era libera. Sapeva che ancora doveva affrontare la radioterapia, ancora ciuffi di capelli le sarebbero rimasti in mano. Ma il fatto di aver concluso quella salita, la cui vetta altro non era che quella “noiosa” normalità che le sembrava tanto lontana e utopica, le regalò un sorriso che sembrava dipinto sul suo volto un po’ sciupato, un po’ stanco. In quel momento si sentiva felice. Anzi meglio. Libera.
17 febbraio 2011
-da incubo a horror.-
Ogni giorno, tornata da scuola, aveva mezz’ora per mangiare, prepararsi e partire per Palermo, al centro di radioterapia. Le avevano modellato una maschera in plastica sul volto. Dura, fredda, strettissima. Anche se doveva indossarla per pochi minuti, aveva sempre un po’ paura, perche doveva stare immobile per un paio di minuti, senza guardare, distesa su una lastra di ferro. Si sentiva in film di quelli in cui le vittime non sanno cosa le aspetta. Ma lei in fondo lo sapeva. Solo una manciata di radiazioni.
20 febbraio 2011
-gli sguardi pesano.-
Rimase a palermo per evitare 4 ore di viaggio, la schiena iniziava a non poterne più. Decisero di andare al cinema con sua mamma, non aveva la parrucca con se. Entrò nella sala, un po’ timida, si sedette, guardò il film. Intervallo, aveva sete, decise di alzarsi e andare a prendere una cosa da bere. La gente non smetteva di fissarla. I loro occhi erano troppo attratti da lei, quella strana. In quel momento si chiese perché, chi fu, ci creò con i capelli. In fondo non servono.
5 marzo 2011
-ancora è presto per toglierla.-
Sì, perché i capelli lentamente crescevano, eppure non aveva ancora voglia di togliere la parrucca. si sentiva quasi protetta. Protetta dai commenti, dagli sguardi che già aveva affrontato. Era il suo compleanno, avrebbe dormito coi suoi migliori amici. Ma quella notte non fu così bella. Forse per il fastidio, forse perché quella situazione le continuava a ricordare di essere diversa.
18 marzo 2011
-la libertà non è star sopra un albero…-
Primo giorno a scuola con i capelli corti, corti corti. Quello fu il giorno in cui capì effettivamente chi sapeva tutto e chi no. C’eran quelli che con la faccia sorpresa dicevano che stava bene; quelli che sorridevano capendo che tutto era finito; quelli invece che non dicevano nulla ma con uno sguardo sembravano dire “bentornata”. Tutto in quel momento le faceva pensare alla canzone che cantava a piccola, con suo padre. La libertà non è star sopra un albero… e in quel momento pensava che a quella canzone mancava una strofa per essere perfetta. La libertà è essere normali.
8 aprile 2011
-cantando il cuor si disacerba.-
Scrivendo tutto questo mi vengono in mente proprio le parole di Dante. È vero che scrivere sembra liberare l’animo di un peso enorme. E non so neanche perché dentro me, per tanto tempo, questo peso c’è stato. Anche se molte persone sapevano tutto, mi è sempre sembrato, e mi sembra ancora di portarmi dietro un segreto da custodire a tutti costi. In questo periodo riuscivo a stare bene con me stessa quando ne parlavo, e con questo non intendo dire il confronto, perché non avrei neanche avuto la possibilità di confrontarmi, ma semplicemente l’atto del confessare la mia grande paura. Ho sempre cercato di apparire forte, mi ripetevo e ripeto di essere una roccia, ma in realtà avevo sempre paura. Ho tenuto tutto dentro. Questi mesi, questi episodi, sono stati un occasione per crescere: riconosco di essere stata una ragazzina superficiale, ma tutto questo mi ha insegnato ad amare tutto quello che ho, dalla possibilità di mangiare quello che voglio, al poter concentrarmi a studiare, poter sorridere col cuore. L’adolescente ha un enorme difetto: crede di vivere una vita noiosa, piatta, banale. Non si rende conto che tutto ciò che ha è meraviglioso e di passare il periodo più bello della vita. Solo quando ti capita qualcosa che pone la normalità come un traguardo, riesci ad apprezzarla e agognarla. Ora io amo la mia normalità.

Rossella Nicoletti

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